La notte che precede la festa dell’Ascensione si colgono le rose più belle e più profumate. Chi ne ha tante nel proprio giardino ne fa dono a chi non ne ha. Un contenitore con l’acqua ed i petali di rose immersi, si espone sopra il davanzale della finestra e si tiene fuori tutta la notte, in omaggio a Gesù che sale al cielo.
La tradizione vuole che Gesù, salendo al cielo, benedica questi fiori e le persone che con devozione ed amore li hanno esposti in suo onore.
La notte scende dal cielo come benedizione e porta l’abbondanza sui campi di grano.
La mattina, quell’acqua profumata e benedetta, serve per bagnarsi il viso, ricevendo la benedizione di Gesù.
In questo giorno viene raccolto l’assenzio; con quest’erba gli uomini ornano i loro cappelli e le donne li appuntano sul loro petto.
Una tradizione popolare vuole che il giorno dell’Ascesa di Cristo Redentore, nemmeno i pulcini escano dall’uovo, anche se sia ora che nascano; tanto è il dovere che si ha in questo giorno, di non compiere opera alcuna.
La festa cadendo nel giovedì che segue la quinta domenica dopo Pasqua, è festa mobile e in alcune nazioni cattoliche è festa di precetto, riconosciuta nel calendario civile a tutti gli effetti.
In Italia previo accordo con lo Stato Italiano, che richiedeva una riforma delle festività, per eliminare alcuni ponti festivi, la Conferenza episcopale italiana ha fissato la festa liturgica e civile, nella domenica successiva ai canonici 40 giorni dopo Pasqua.
La porta della cucina di Peppa, con la madia e la credenza verniciata di verde acqua e le maniglie argentate, era serrata, lei intenta a preparare i biscotti con l’ammoniaca e la scorza di limone, non voleva che nessuno la vedesse perché i suoi dolci non sarebbero riusciti bene. Era molto superstiziosa, ogni suo inizio di preparazione era accompagnata da un misto di sacro e profano.
Peppa prima si segnava col segno della croce, poi faceva un misterioso segno per aria, sputava per terra, cancellando ogni traccia. Se era nei giorni impuri, non toccava niente in cucina, si contaminava. Pane ed olio e erbe tróate era il suo pasto e per merenda pane bagnato di vino bianco e zucchero che lei qualche volta di nascosto da me, dava a mio figlio di pochi anni.
Lei era segreta anche nelle sue ricette, per esempio quella de “li scroccafusi”, se l’è portata nella tomba.
Per la ricetta dei biscotti con l’ammoniaca, ti diceva; méttece la farina, la mmuniàca, te devi regolà, du’ òe, un acino de zucchero, la scorza de limò, un pó de strutto se ce l’hai, se no, méttece l’olio de casa. Impasta e taglia li viscòtti con ‘na tazza. Míttili a còce fino a quando sìndi la puzza de mmuniàca.
Altro non diceva!
A Peppa piaceva fare le cose grandi in cucina perché diceva; se deve sindì sotto li denti.
Io la sua ricetta non ce l’ho, ho provato a fare i biscotti con l’ammoniaca a modo mio, poi cercando fra le mille ricette di casa mia, ne ho trovate più di una, più o meno il sapore è quello, però cambiano un po’ gli ingredienti.
Queste sono due ricette, una lasciatemi da un altro personaggio antico amico di casa, un’altra, da non so chi.
Le mie ricette scritte sull’agenda di chissà quanti anni fa, le custodisco con molta cura e gelosia, potrà leggerle ed eseguirle chi verrà dopo di me.
I miei biscotti con l’ammoniaca sono stati fatti anche lo stampo con il simbolo di Ercolano lavorato con il tornio da mio figlio.
Vi racconto gli ingredienti e la preparazione.
Ingredienti
500 grammi di farina 00
150 grammi di zucchero
5 uova di galline felici o no
Due cucchiai di strutto o 100 grammi di burro o 50 grammi di olio di girasole
La buccia di limone
25 grammi di ammoniaca
Per la cottura
Un tuorlo d’uovo
1/2 bicchierino di Varnelli o mistrà senza marca o rum
Zucchero
Preparazione per questa ricetta
Sulla spianatoia versare a cratere, la farina, lo zucchero, le uova, lo strutto morbido o il burro morbido o l’olio scelto, la buccia di limone e l’ammoniaca. Impastiamo per ottenere un impasto morbido.
Spianiamo l’impasto, con il matterello nello spessore di tre mm, con un bicchiere o una forma a piacere tagliamo i biscotti. Disponiamoli sopra una lastra foderata di carta forno. Spennelliamo i biscotti con il tuorlo mescolato al mistrà, spolveriamo di zucchero e cuociamoli a 200 gradi fino a dorare, ci vorranno 9/10 minuti, dal profumo capiremo che sono cotti. Togliamoli subito dalla lastra e lasciamo che si freddino all’aria.
Ora passiamo all’altra ricetta.
Ingredienti
500 grammi di farina 00
15 grammi di ammoniaca
200/ 250 grammi di latte
2 uova di galline felici
150 grammi di zucchero
50 grammi di burro o 30 di olio extravergine di oliva o di girasole
La buccia di limone
Preparazione
Impastiamo tutto e regoliamoci con il latte che potrebbe volercene di meno o di più a seconda della grandezza delle uova. La cottura è la stessa di quelli sopra, solo che i biscotti non sono stati spennellati ma lasciati grezzi.
Tutti i biscotti si mantengono meglio non al chiuso ma lasciati o in un sacchetto o in un porta biscotti non completamente chiuso. Io li preferisco croccanti che mosci perché lo diventerebbero stando senza l’aria.
Tutti e due i biscotti sono ottimi anche dopo alcuni giorni, buonissimi inzuppati nel latte e nel nostro meraviglioso vino cotto.
Buona vita, buoni biscotti con l’ammoniaca di Peppa ❤️🤣
Tempo di Pasqua a Petriolo, pillole di tradizioni popolari pasquali nel paese di Giovanni Ginobili
Lu pranzìttu a lu Morrècene
Il lunedì di Pasqua era tradizione a Petriolo fare una scampagnata con annessa una bella merenda, lu pranzìttu, ed il luogo tradizionale dove tante famiglie petriolesi si ritrovavano era lu Morrècene.
Si tratta del colle dove attualmente termina via Sandro Pertini, una zona conosciuta fino agli anni sessanta come la terra di Benito de Màrcu.
Morrècene è termine oggi pressoché scomparso che sta ad indicare la presenza di un antico rudere, e difatti lì sorgeva un antico monumento romano, quasi integro, a pianta circolare e con la copertura a cupola, probabilmente un mausoleo, che fu demolito attorno al 1913 in occasione del rifacimento del muraglione dell’attuale via Castellano, per riempire il quale fu utilizzato di tutto.
Nei primi anni dell’ottocento l’area era di proprietà di Bartolomeo e Serafino Angelisti, figli del livellario al Santissimo Sacramento Francesco Maria Angelisti, che lì avevano anche un casino di caccia.
Nei tempi andati, nei tre giorni precedenti il giovedì dell’Ascensione, là passava una delle tre processioni delle Rogazioni Minori, in dialetto treduà’.
Queste erano una antica tradizione religiosa, istituita dalla Chiesa nel IV secolo per cristianizzare l’analoga festa pagana dei Robigalia, che invocava la clemenza e la benedizione del cielo per tenere lontano ogni flagello dalle campagne.
Si svolgevano alle prime ore dell’alba, così da non interrompere i lavori nei campi e permettere di parteciparvi anche ai bambini, prima di andare a scuola.
La solenne processione del lunedì partiva dalla chiesa prepositurale dei Santi Martino e Marco per recarsi presso lu Morrècene, dove il contadino preparava sull’aia una grande croce di fiori di sulla, di papaveri e di foglie di quercia.
Dopo la benedizione tutti i bambini si gettavano sulla croce benedetta per prendere foglie e fiori, che i contadini avrebbero poi preso per gettarli nei campi a scopo benaugurante.
Tempo di Pasqua a Petriolo, pillole di tradizioni popolari pasquali nel paese di Giovanni Ginobili
Lu vinidìttu
La notte del sabato Santo c’era la veglia con la benedizione dell’acqua e del fuoco.
La gente portava da casa una bottiglietta d’acqua, che veniva benedetta durante la funzione, durante la quale veniva anche fatta la benedizione del fuoco, l’accensione del cero pasquale e la liturgia battesimale.
Quella bottiglietta veniva conservata a casa con molta cura e devozione, per essere usata nei momenti importanti dell’anno, uno dei quali era l’antica usanza de lu vinidìttu.
Questo era una frittata che si faceva la domenica di Pasqua con la mentuccia e l’aglio freschi, raccolti il giorno stesso, tanto pecorino (e parmigiano, per chi poteva permetterselo) e una stilla di quell’acqua benedetta, che si lasciava cadere nelle uova prima di sbatterle, avendo cura di farsi preventivamente il segno della croce.
Tempo di Pasqua a Petriolo, pillole di tradizioni popolari pasquali nel paese di Giovanni Ginobili
Cavare i piedi
Il sabato Santo, al suono dall’allegrezza delle campane appena slegate, ovunque si trovassero, i ragazzi si davano a saltare e facevano capriole.
In quel giorno ai piccoli in fasce si suoleva, “caccià’ li piedi” e cioè si metteva loro le scarpette e li si “lasciava”, ossia li si faceva provare a camminare, dopo aver fatto far loro capriole sul lettuccio. Ritenevano che fosse il tempo più indicato e sarebbero presto “andati soli”, avrebbero camminato da soli.
Tempo di Pasqua a Petriolo, pillole di tradizioni popolari pasquali nel paese di Giovanni Ginobili
Le “Tre ore”
Il giorno del Venerdì Santo, in commemorazione dell’agonia sulla croce di nostro Signore Gesù Cristo, si teneva la funzione religiosa detta delle “Tre ore”.
La chiesa della Madonna della Misericordia era sempre talmente colma di gente che i banchi e le sedie non bastavano, tant’è che venivano presi in prestito presso le case sedie e sgabelli. C’erano tutti, paesani e contadini, questi ultimi saliti dalle campagne con gli zoccoli che avevano avuto cura di cambiare con delle scarpe pulite approfittando dell’amicizia delle famiglie del paese.
Durante la funzione un predicatore, dal pulpito, enunciava le Sette parole di Cristo in croce, le commentava e i cori, anch’essi, le cantavano. Lo scenario aveva la Croce del Cristo crocefisso in mezzo ai due ladroni, su uno sfondo di teli neri, ai lati le sacre effigi di San Giovanni e della Madonna addolorata con in petto le sette spade, e infine la bara, lu cataléttu in cui, finita la funzione e fatta la schjodazió’, cioè la deposizione del Cristo, vi veniva adagiato.
Finite le “Tre ore”, un insolito movimento animava il paese. Le botteghe degli artigiani erano tutte trasformate in edicole sacre, popolarmente chiamate sfondi, in cui erano rappresentate scene inerenti la passione di Cristo. Su tutte le finestre, ornate di arazzi o di coperte colorate, venivano accesi lampioncini, candele e luminélli (piccoli lumi scoperti di coccio, a olio, con lo stoppino che sporge dal becco).
Si preparava la solennissima processione notturna del Cristo Morto.
Tempo di Pasqua a Petriolo, pillole di tradizioni popolari pasquali nel paese di Giovanni Ginobili
Senza campane
Subito dopo il “Gloria” dell’ultima messa dei Sepolcri del giovedì Santo venivano legate le campane affinché non suonassero e sarebbero state sciolte al “Gloria” della messa di sabato Santo, in un tripudio di suoni. Fino a quel momento le messe venivano annunciata dai ragazzini che, a due a due, partendo da piazza giravano gridando “Oooh! Chi vò’ vinì’ a la messa là lu Succùrsu (o jó le Grazie o a Sa’ Mmartì’, a seconda del luogo della celebrazione) eccola prima (o la seconda o la terza, s’intende la chiamata e la terza era l’ultima)!” e sbattendo le gnàcchere, che sono tavole spesse di legno robusto, con adatta impugnatura, recante nelle due facce due maniglie che fungevano da fragorosi percussori metallici.
Premessa: ce l’hai lu callaréllu? Perché se non ce l’hai, adè mèjo che lasci pèrde’!
Sinti, cocca: sbatti, dentro un piatto che ce cunnìsci la pasta, 4 uova con un pizzico de sale, un scacchíttu o due de lèvetu, un etto de parmigiano, un etto de pecorino sìcco, un pizzico de pepe, una grattata de noce moscata (me raccomanno, devi sbatte bbè’!), mettece u’ mmecchjé’ d’ójo d’oliva, u’ mmecchjé’ de latte (mmischia vè’ te dico!), bùttece quànda farina pìja quello che si’ sbattuto e ppó’ ‘mbasta per bè’ sopra la spianatóra.
Quànno si’ ffinito de ‘mbastà’, fa’ du’ palle (che tte rridi! che ssi’ capito!) e le mitti dentro li callarìtti.
Me reccommànno che non ce devi métte’ la carta forno, no, non vàla ve, la créscia non vène liscia: li callarìtti li devi ógne per bè’ có ll’ójo e li devi infarinà’.
E ppó’ dopo le palle che ssi’ fatto (ma che ridi, oh!) li cùpri có’ le copertèlle de lana per falle levetà’ per bè’. Mettele a lo callùccio e nó’ je fa’ pijà’ ll’aria, che sennò te rva jó e dopo te tocca de vuttàlle via.
E ppó’ ‘ppìccia lu furnu, mìttulu a 150 gradi (non deve èsse’ tàndo càllu!), piano piano le mìtti a còce’, je cce vorrà tre quarti d’ora (règolete tu, le vìdi quànno adè dorate!).
Ah! Me so scordata, cocca, de dìtte che prima de méttele a còce’, le devi ‘ndorà’ có ll’óu sbattutu.
Ecco come le facìo io quànno stavo vè’.
Ecco come è venuta senza pesare la farina, ma regolandomi con la morbidezza degli ingredienti! C’è solo una differenza, la lunga lievitazione fatta tutta la notte cosa che si può fare se si usa meno lievito.
Tempo di Pasqua a Petriolo, pillole di tradizioni popolari pasquali nel paese di Giovanni Ginobili
Scàccia-Màrzu
Nella lista dei canti rituali di questua legati al calendario agricolo c’era lu Scàccia-Màrzu.
Questo era nei tempi antichi effettuato da comitive di giovani con l’organetto, ed in tempi più vicini a noi erano i ragazzini che, accompagnati dal suono caratteristico della sgràsciola, giravano di casa in casa per salutare Marzo e, con esso, gli ultimi strascichi invernali.
“Fòra Mùrzu, rénd’Aprì’, fòra ll’òe de li contadì'”, cantavano chiedendo uova fresche o altro da mangiare, e se nessuno di casa si faceva vedere lanciavano, sempre cantando, una serie di buffi improperi.
La sgràsciola, chiamata anche scannéllu o racanella, era uno strumento musicale povero che si costruiva con una canna dove veniva realizzato un foro in cui si inseriva una rotella di legno dentata e un bastoncino, girando con la mano a cerchio il quale si produceva il caratteristico rumore della raganella.