tradizione

LA FIERA DI S. MARCO A PETRIOLO

C’era una volta la festa del patrono di Petriolo, s. Marco, c’erano la festa patronale e quella religiosa, c’era il giorno della Cresima con il vescovo che arrivava da Fermo sempre in ritardo come un principe.

C’erano le bancarelle di abbigliamento, di casalinghi, di formaggi e di salumi, di frutta fresca e secca con “le téche marine”, le carrube e le verdure con le primizie della primavera.

C’erano quelle di musicassette e di dischi, di bigiotteria, di scarpe e borse, di pesciolini e di palloncini.

C’era “Lu maccaronà” grande amico di mio padre, che veniva dalla macina di Mogliano, con “lu vàngu” il banco di mobili di vimini e di giunco ed i casalinghi, ferramenta ed oggetti in ferro battuto.

C’erano le bancarelle di fiori ed ortaggi da trapiantare, dopo la festa di s. Marco si mettevano in terreno i pomodori.

C’erano la zingara che leggeva la mano e l’omino con l’organetto, con il foglietto della fortuna, c’era la giostra con il tiro a segno, c’era l’odore di porchetta di Attilio “lu macellà”.

C’erano le corse dei bambini su e giù per le bancarelle per la frenesia e l’indecisione di scegliersi il giocattolo più bello e moderno.

C’erano i negozi e le vie del paese piene di gente, di odori e di suoni.

Non c’è più niente! Nemmeno un miracolo potrebbe riportare in vita l’intero paese ed il resto è noia!

Buona vita si spera!

LA PASQUA A TAVOLA A PETRIOLO

Le uova in questa ricorrenza avevano, come oggi hanno, gran parte uso, anzi un detto popolare dice che le galline di questo tempo, anche le più restie, sono generose.

‘Gni trista pollastra

fa l’oê de Pasqua

E l’uovo pinto furoreggiava; non

quello di cioccolato affatto sconosciuto. Le uova si dipingevano avvolgendole di

verde e fiorellini sul guscio, ricoperti poi di un velo di cipolla, che dava il colore giallo,

e di carta colorata perché dei fiori e delle foglie ne restasse l’impronta; il tutto veniva

ricoperto di ritaghi di stoffa; così imbacuccato l’uovo veniva messo a bollire nell’acqua.

Con le uova pinte la mattina di

Pasqua si giocava a “pizzetta o come altrove si diceva « a scoccetta»: tale gioco consisteva nel picchiare pizzo contro pizzo dell’uovo o fianco contro fianco; l’uovo che prima cedeva era perso e andava in possesso di colui che possedeva l’uovo più resistente,

Spesso si ricorreva ad inganni,

avendo uova di pietra perfettamente imitate; ciò dava luogo a baruffe.

Altro giuoco era quello di lanciare da determinato luogo in pendenza, alla stessa altezza, due uova; quello che prima raggiungeva la mèta era vincitore.

Ma dove la Pasqua maggiormente trovava la sua affermazione era nella mensa. Tre erano i giorni di festa e in questo tempo si servivano pietanze e dolci fuori dell’ordinario. Era forse una necessità del corpo (sottomesso a digiuni severissimi durante la Quaresima) che bramava un po’ rifarsi dopo tanta lunga astinenza,

Dava, dirò così, il tono alla ricorrenza Pasquale l’agnello, l’uovo e il formaggio, che poi avevano il predominio nel desco popolare.

I campagnoli tenevano assai a far colazione, la mattina di Pasqua, con la coratella dell’agnello e le uova; era una specie di devozione. A desinare si incominciava, cosa insolita dall’antipasto, si finiva il vecchio salato e si assaggiava il nuovo, indi tagliolini di casa in brodo ovvero minestra di fette di pane indorate con le uova battute, cosparse abbondantemente di formaggio inzuppate nel brodo di gallina. Nota mia, mia madre era solita farla questa minestra preferendola ai cappelletti fatti in casa. L’agnello variamente preparato era il piatto prelibato e simbolico della mensa Pasquale;

altra portata di prammatica era la frittata di uova con la mentuccia così nel paesello Petriolo: a Macerata usava la frittata con « l’erba dell’oe », come la chiamavano, che poi era la borragine.

Fra i dolci il posto d’onore avevano le ciambelle, ma erano fatte di pasta e uova, quindi non proprio dolci; la palomba pasquale (palomma), a Petriolo « lu rocciu» fatto di pasta di ciambelle, intrecciato come corda. Le pizze profumate di formaggio avevano grande nome fra le ghiottonerie della Pasqua, così i « piconi » con la ricotta.

Nella seconda festa si costuma (andare a parenti) si andava cioè a trovare i congiunti recando loro pizza, ciambelle, piconi, salato ed altro; ciò avveniva nel pomeriggio; molti però andavano a trascorrere con loro l’intera giornata.

La terza festa era far merenda in campagna spesso e volentieri in una località prestabilita dove s’adunava tutta la popolazione A Macerata, ancor oggi, si costuma recarsi alle “Vergini”.

Quest’ usanza trae la sua origine dall’evangelico fatto quando Gesù, il terzo giorno dopo la sua resurrezione, sotto le sembianze di umile pellegrino, andando da Gerusalemme ad Emmaus, s’incontrò con due dei suoi discepoli e con loro fino al paesello ove fu loro gradito ospite della modesta mensa della sera.

Così i nostri avi vollero rievocare l’apparizione di Emmaus e il sedersi ancora una volta accanto agli uomini per consumare il dono del pane.

Ma il merendare di ieri e di oggi, non ha alcunché di raccolto o di religioso; è una gita villereccia piena di lecite distrazioni che ha più sapore di profano che di sacro.

Spesso, al calar della sera, dopo consumata allegramente la merenda, si dava inizio al suono degli organetti e si allacciava un furioso saltarello. Era l‘epilogo della festa campestre.

Da costumanze marchigiane di Giovanni Ginobili maestro e poeta di Petriolo Macerata Marche

SABATO SANTO

BUONA PASQUA


Il sabato santo recava la gioia
della resurrezione. Si scioglievano le campane che suonavano tutte, a
distesa, e allora i bambini per i prati e dovunque si trovassero facevano capitomboli (cutulozzi). Dice una tradizione popolare che ciò facesse bene contro i dolori di ventre.
Le mamme facevano
far capitomboli anche ai più piccini perché un’antica credenza popolare diceva che sarebbero andati soli assai prima; non solo, ma il sabato santo al suono d’allegrezza delle campane, ai piccoli in fasce venivano ” cavati i piedi.
In questo giorno i campagnoli seminavano (anche se non faceva luna) ogni specie di verdure, cosi i giardinieri nei giardini, qualsiasi fiore; la risurrezione di Cristo dà
vita ad ogni essere. Guai, però, se fossero nati i pulcini durante la settimana santa fino al sabato; sarebbero stati tanto cattivi.
Nel pomeriggio di questo giorno
il prete, andava a benedir le case; recava pace alla casa
ed ai suoi abitatori.
Allora si faceva trovare
la mensa imbandita di tutti quelli
che dovevano essere i doni che avrebbero rallegrato le famiglie
il giorno santo della Pasqua, perché il sacerdote tutto
benedicesse.
E sulla mensa appariva il tradizionale agnello, uova pinte, i dolci di occasione: ciambelle fatte di uova e farine,pizze di formaggio o dolci, la palomba,
in alcuni luoghi lu rocciu fatto della stessa pasta delle
ciambelle, che era il dono preferito de fangiulli. Nulla però si toccava quel giorno.
*La domenica di resurrezione, la
Pasqua, che dava adito a mille nuove e significative consuetudini popolari tutte belle e piene di poesia,
la ricorrenza del trionfo di Cristo
sulla morte, e nessuno potrà mai
ridire quanto fosse attesa da tutti, specie dai più piccini, metteva fine all’astinenza e al digiuno tanto rigorosamente osservati.
Ancor oggi si conservano e si osservano molte delle consuetudini descritte, ma, a poco a poco, sempre più si vanno pardendo, Non andrà a lungo che quello che fu la
millenaria, bella e singolare tradizione di ogni nostra regione, finirà per scomparire totalmente. Allora sarà cero ai posteri poterle
conoscere attraverso gli scritti.

Tratto da Costumanze Marchigiane di Giovanni Ginobili maestro e poeta di Petriolo

Seconda raccolta

Buona Pasqua e buona vita!

Dolci e salati tipiche preparazioni pasquali

Créscia de càscio

Lu rocciu

Caciù dóce de pecorì

Créscia dóce al Varnelli

Cresce dóce con la fiòcca

Colomba pasquale

LA PREGHIERA DELLA SETTIMANA SANTA

Tempo di Pasqua a Petriolo

La preghiera della settimana santa di una povera donna della provincia di Macerata; lo apprese nella sua infanzia dalla nonna,illetterata, che abitava in campagna.

Carissimo mio fijo, che ne sarà di voi lu lunnidi sandu? Carissima mia mamma, sarò un povero pilligrino.

Carissimo mio fijo, che ne sarà di voi lu martidì sandu? – Carissima mia mamma, sarò un profeta.

Carissimo mio fijo, che ne sarà di voi lu mercurdì sandu? Carissima mia mamma, sarò un povero cavalliere.

Carissimo mio fijo, che ne sarà di voi lu giuidì sandu?

Carissima mia mamma, starò nell’orto e ssudo sangue.

Carissimo mio fijo, che ne sarà di voi lu venardì sandu? Carissima mia mamma, starò sul legno de la sanda croce.

Carissimo mio fijo, che ne sarà di voi lu sabbetu sandu?

Carissima mia mamma, sarò patró e redendóre di tutto il mondo.

Se quarcuno sapesse questa ‘razione, la dicèsse tre vòrde al giorno la settimana sanda, nòe (nove) vorde lu sabbutu sandu, ci-avesse tandi peccati per quandi fili de rena sta ner mare pure li vorrebbe perdonare.

PANE DELLA DOMENICA DELLE PALME

LA PASCIO’ DE JISU’ CRISTO


Durante la settimana di Passione, precedente quella delle Palme, comitive di canterini, composta ogni una di non più di tre elementi, si riversano per la campagna per ricordare la Passione e la morte del Redentore, il dramma divino dell’umana redenzione.
Lo strumento musicale che accompagna il canto è l’organetto, ma nel maceratese, se pur non sempre, si aggiungono il tamburello ed il triangolo.
Recano, come in occasione del canto della passione dell’anime
purganti, la catàna per deporvi le uova che i campagnoli donano. I canterini propriamente detti sono due; è escluso il suonatore dell’organetto ; essi si alternano nel canto delle strofe e tra l’una e l’altra l’armonica esegue breve interludio,
improntato al saltarello.
Tutta la famiglia si riunisce sull’aia all’apparire dei canterini,
e ascolta con grande raccoglimento e devozione la sequenza delle sofferenze del Dio fatto uomo, spesso a mani giunte e perfino in ginocchio.
‘Anche di questo canto si hanno diverse lezioni; rileviamo che
una cantata, nelle quale sono narrati gli avvenimenti susseguitisi nelle diverse ore, è chiamata « L’orologio della Passione ».
E’ inutile dire che l’usanza viveva nell’intera nostra regione.

Da popolaresca marchigiana di Giovanni Ginobili maestro e poeta dialettale di Petriolo.

Come per ogni domenica delle Palme, noi facciamo il pane incoronato con i rami d’ulivo benedetti alla messa della stessa giornata.

Buona vita, buona settimana santa!

ALBERO DI PASQUA FARFALLE

Il mio lavoro all’uncinetto ieri, oggi e domani?

Le farfalle brano di Sangiovanni

Hai una casa un po’ piccola, sembra fatta per te
È diventata la nostra da quando hai appiccicato
Tutti i momenti-i che hai passato con me-e-e
Sopra il frigorifero (sopra il frigorifero) c’è la mia faccia

E mi fa ridere che sono da tutte le parti
Girando gli angoli di questo mondo 
Non posso trovarmi in un luogo migliore
Se non tra le tue braccia, in mezzo a tutte le luci
Noi siamo gli unici con le tapparelle chiuse

E non l’ho detto a nessuno
Che ho perso la testa e sono pazzo di te
Non volano farfalle
Non sto più nella pelle
Ho perso le emozioni me le ritrovi tu?
Da questa notte
No, no non voglio stare male
Dammi due ali per volare
Sei una boccata d’aria-ia

Hai un elastico tra i capelli
Per tenerci legati
Non ho nulla a parte te
Che mi faccia respirare
Sei una botta di ossigeno in mezzo all’industria
La vita è un po’ tossica, strappi un sorriso
Quando mi guardi con quegli occhi lucidi
Non sento i limiti nel mio futuro

E non l’ho detto a nessuno
Che ho perso la testa e sono pazzo di te
Non volano farfalle
Non sto più nella pelle
Ho perso le emozioni me le ritrovi tu?
Da questa notte
No, no non voglio stare male
Dammi due ali per volare
Sei una boccata d’aria-ia

Volano farfalle sulle lampadine
Attratte come fosse la luce del sole
Come me che tra miliardi di persone
Vengo verso di te

Non volano farfalle
Non sto più nella pelle
Ho perso le emozioni me le ritrovi tu?
Da questa notte
No no non voglio stare male
Dammi due ali per volare
Sei una boccata d’aria-ia

Sei una boccata d’aria-ia

Fonte: LyricFind

CORONA DI PANE DI PASQUA

Due anni sono passati da quando è scoppiata la pandemia e siamo allo scoppio di una guerra che mai avremmo pensato potesse succedere!

È un tempo ancora più duro del primo quando una speranza c’era di futuro, ora non c’è più!

Si campa minuto per minuto, è certo che progetti non si possano fare, no!!!!

Non lo sapremo se il sole splenderà questa estate, né se ci saranno l’autunno e poi di nuovo l’inverno! Lasciamo scorrere sopra di noi tutti i pensieri neri, magari per un momento e quel che sarà, sarà!

La primavera è alle porte, la temperatura è gelida ancora ma c’è il sole e questo fa bene a tutti!

Cominciamo a pensare alla Pasqua e alle cose buone solite tradizionali e non! In cucina c’è spazio per tutte e due!

Questa è una corona di pane porta bene che può essere usata come centro tavola e da mangiare con la marmellata la mattina o con i salumi per antipasto a pranzo nel giorno di Pasqua.

Prepariamola per centro tavola di Pasqua intrecciata di rami di ulivi benedetti la domenica delle Palme!

Io vi racconto come l’ho fatta!

Ingredienti

500 grammi di farina ai cereali o 0 o 1 o metà integrale e metà 0

Un cucchiaino di lievito di birra disidratato

Un cucchiaino di zucchero

300/350 grammi di acqua

Sale

Semi vari di sesamo girasole e zucca

Tre cucchiai di olio extravergine di oliva

Preparazione

Mettere nella ciotola della planetaria o sopra la spianatoia la farina, il lievito e lo zucchero, unire poco per volta l’acqua cominciando ad impastare, unire il sale ed i semini, l’olio extravergine di oliva poco alla volta e lavorare fino ad incordare o se a mano fino ad ottenere una pasta liscia ed elastica. Mettere a lievitare fino al raddoppio coperta da un sacchetto di plastica per alimenti. Ci vorranno dalle due alla tre ore.

Riprendere l’impasto, lavorarlo per sgonfiare, dividerlo in tre parti e formare tre cilindri della stessa lunghezza e formare una treccia saldando bene i bordi. Mettere in uno stampo del ciambellone unto ed infarinato e lasciare lievitare dentro il sacchetto ed in forno con luce accesa.

Scaldare il forno statico a 180 gradi, far cuocere per tre quarti d’ora più o meno abbassando la temperatura a 160 gradi dopo 10 minuti, ed ancora dopo altri 10 minuti a 140 gradi, nell’ultimo quarto d’ora cuocere a ventilato coprendo la superficie con un foglio di alluminio.

Togliere la corona di Pasqua dal forno e lascare intiepidire per poterla togliere dallo stampo!

Buona vita, buona corona di pane di Pasqua ❤️

CARNEVALE A PETRIOLO (PITRIÓ MMIA)

Era usanza di tutti i nostri paesi marchigiani che l’ultimo giorno si facessero i funerali al Carnevale rappresentato da un madornale pupazzo ripieno di paglia ricoperto di cenci.

Nella piazza maggiore del paese, ove si radunava il popolo, suolevasi erigere un palco. La brigata in maschera appariva e faceva baccano indicibile, portando un’onda di chiassosa allegria; tanta da non far sentire talvolta il gelido vento che soffiava e sferzava il viso. Motti ridicoli, gesti esagerati e burloni, strumenti musicali grossolani adatti solo a far rumore, muovevano le risa del popolo presente. Sul palco avveniva l’ultima mangiata di mangiata di maccheroni, che offrivano anche al morituro Carnevale, e che tenevano (questo avveniva a Petriolo), tanto per far senso sugli spettatori, in vasi per uso facilmente immaginabile.

Oltre alle maschere, lo stesso popolo, specie i ragazzi e i giovani, mandavano a squarciagola urla, grida indecifrabili e se sapevano che le maschere avevano confetti onde spingerle a gettarli, gridavano a tutto fiato:

E Li maschiri sinze convétti va sonenne li scallaletti,

Quando poi brigate mascherate indugiavano nelle case o in qualche ritrovo, onde tirarle fuori, si soleva vociare: «foril fori! fori!»,

La piazza presentava, col suo inusitato affollamento, un colpo d’acchio d’eccezione. Se poi le maschere gettavano confetti, tra la folla allora avveniva indescrivibile parapiglia: si levavano da essa urla, grida da bolgia infernale.

Quando tutte le maschere erano sul palco, nel pomeriggio, si procedeva al processo contro il Carnevale per cui veniva condannato a morte e al rogo.

Si apriva allora l’ugola ad un canto funebre. Era il popolo che lamentava la dipartita del gaio Carnevale per dare posto alla dura Quaresima. I nostri padri invero osservavano rigorosamente i quaranta giorni di digiuno e di astinenza che precedono la Pasqua all’idea di passare dalla spensieratezza e dal tripudio al raccoglimento e alla più severa penitenza, non si sapevano adattare a cuor contento e in tono lugubre cantavano:

Carnuà’

non me lassà’

ché non pòzzo dejunà.

Quaresima pizzuta

perché ce sci vinuta?

Le foje e li spinaci

é cose che non mme piace;

le gajine e li cappi (capponi)

é cose che mme piace de più.

OhI…. Ah!.. Ih!.. Eh!..

Erano grida di dolore che emettevano i piagnoni. E si proseguiva:

È mortu Carnuà’!

Chi lu sottererà?

La compagnia de Li gobbi

farà la carità.

Oh!….Ih!…..Ah!…..Uh!….

Così allora del vespero, con torce a vento, con lampioncini appesi a bastoni, fra una marea di popolo, Carnevale morto, portato a spalla dai necrofori, veniva condotto per le principali vie del paese; indi facevano ritorno sulla piazza ove, a notte già scesa e al lume delle torce e dei lampioni si appiccava il fuoco al Carnevale che vedeva cosi finire la sua vita di tripudio e di sollazzo nella condanna del rogo. Racchiudeva, quest’atto un significativo morale?

Non lo sappiamo; per certo era quella l’altima espressione delle pazzie del Carnevale marchigiano che lasciava in tutti un senso di accorata nostalgia per aver creato amori e delusioni, buon umore, allegria, spensieratezza, ma tutto solo per breve tempo:

Finitu Carnuà, finitu amore;

finito de magnà’ le castagnole.

Giovanni Ginobili maestro e poeta dialettale a Petriolo.

Tutto questo è solo un racconto antico di quando il carnevale era una pausa momentanea che serviva per scacciare la fatica giornaliera del vivere, era un passatempo per grandi e piccini senza pretese e si chiudeva a mezzanotte quando entrava la quaresima tempo di riflessione e di sacrifici, stati d’animo sconosciuti per le generazioni arrivate dopo.

Stiamo attenti perché potremmo ritornare indietro e sarà dura, molto di più che per quelli di allora! Come diceva mia madre; dal malessere al benessere ci si va bene, ma dal benessere al malessere sarà dura!

Carnevale a Petriolo anno 1967 e la banda con il maestro di musica Zamò!

Le castagnole che chiudevano il carnevale a Petriolo!

Qui la ricetta!

https://farinaefiore.com/2020/01/19/castagnole/

LU VEJÓ DE LE CECÀRE

Grazie a Dio a Petriolo è tornata l’energia elettrica e fu luce e fu caldo!

Sapete perché i dolci di carnevale sono tutti fritti?
Quando non era possibile mantenere i cibi freschi per la mancanza di frigoriferi e congelatori, c’era la conservazione sottaceto e sott’olio, le carni si salavano, le spezie camuffavano sapore ed odore andati avanti. In campagna e non solo, si usava fare la pista, la lavorazione della carne del maiale dalla quale si ottenevano salumi, lardo da soffritto e lo strutto un grasso buono per la frittura. Verso il periodo carnevalesco, vicino alla stagione della primavera, molti di questi prodotti dovevano essere consumati per evitare il loro irrancidimento. Uno in particolare era lo strutto ed allora essendo vicina la primavera e le galline cominciavano a deporre le uova, le “vergare” inventavano dolci fritti di facile esecuzione e con ingredienti a portata di ogni casa. Le sfrappe, le castagnole, le frittele di pane zuccherate in superficie, le ciambelline e gli scroccafusi per i quali la massaia doveva possedere “la dote”.
Si andava a comprare in farmacia la cartina con la dose lievitante giusta per una certa quantità di uova. Gli scroccafusi erano offerti a “ lu vejó de le cecàre”che si teneva l’ ultimo sabato prima di carnevale.
Il manifesto del veglione che veniva affisso per le vie del paese recitava così!

Lu vejó’ de le cecare
Jende tutte de ‘sto munno per godé’ finende ‘nfunno, Pitrió’ ve’’mmita annare ar Vejó’ de le cecare.
Valli, sôni, fiuri, candì, scroccafusi vôni e tandi, vallirì tutti galanti e mijiare de monelle magruline e cicciutelle velle come le papelle….
Tutto questo ve vo’ dare lu vejó’de le Cecare!

Il cartoncino di invito alle signorine del paese suonava così!

Fandelletta caruccetta, più gindile de ‘n-gnardile, Pitriolu ve rengrazia se con tanta vona grazia, venerete ‘mbo’ a sognare ar Vejó’ de le cecare!
‘Ffocherete tra mattate de ‘lligria e de risate, porbio comme fa d’istate le Cecare ‘nnammorate!

Tutte le ragazze dovevano indossare l’abito da sera e tutti i ragazzi il vestito scuro, nessuno escluso pena la non partecipazione al ballo!

Le ragazze dovevano essere accompagnate da un familiare se non erano fidanzate ufficialmente, un fratello, il padre o un cugino erano le loro guardie del corpo, mai potevano permettersi di andare al veglione da sole!

Durante il ballo per tutta la durata oltre a scambiarsi i cavalieri le ragazze più intraprendenti si divertivano a collezionare più giri di ballo provocando la gelosia di quelle più timide che magari restavano anche a guardare. Oltre ad essere offerti gli scroccafùsi, fra un intervallo e l’altro, la sala da ballo veniva investita da una moltitudine di coriandoli e stelle filanti e caramelle, c’era sempre un uomo di una certa età definito “americano” perché offriva a destra e a manca spumante, gingilli vari provocando l’invidia di molti meno fortunati.

Alla fine del ballo, la più bella ragazza veniva eletta Miss Cecàra!

Il veglione finiva all’alba della domenica ultima di carnevale, tutte le ragazze tornavano a casa stanche con i piedi doloranti fasciati nelle scarpe col tacco a spillo e sempre accompagnate con i rispettivi partners.

Il periodo carnevalesco finiva a mezzanotte del martedì grasso quando entrava la quaresima ed era proibito ballare ed ogni divertimento veniva bandito, cominciava il periodo di digiuno ed astinenza delle carni fino alla fine dei quaranta giorni quando arrivava la Pasqua!

Auguriamoci che non sia l’ultimo carnevale né l’ultima Pasqua!

Questa tradizione del veglione più famoso in quel di Petriolo è finita nei primi anni novanta, quando la gioventù era cambiata ed essendo diventata libera ed emancipata non c’era più il bisogno di aspettare il carnevale per andare a divertirsi!

Bene o male, non lo so, so soltanto che di stava da Dio!

Ai posteri l’ardua sentenza! Io posso dire che vorrei poter tornare indietro!

Buona vita, buoni scroccafùsi di carnevale a Petriolo!