tradizione

PRIMA DOMENICA DI AVVENTO A CASA NOSTRA

Avvento sotto tono quest’anno a casa nostra, c’è il mostro che si è palesato e nessuno è stato risparmiato!

Io normalmente non sono positiva nella vita, vedo le cose sempre più brutte del normale, per fortuna però poi tutto finisce nel modo giusto.

Ecco che allora per la corona dell’Avvento ho rimediato con quella dell’anno scorso. Un nastro tartan, un fiocco ad uncinetto e la prima candela della domenica d’Avvento è stata accesa!

Aspettando che il mostro crepi sotto i colpi di non so che cosa, vi auguro un buon cammino di Avvento, ricordando sempre che, del diman non c’è certezza ed il resto è noia e…..sarà quel che sarà!

Vi mostro però anche le altre candele degli anni passati!

Avvento 2022
Avvento 2018
Avvento 2015
Popcorn uncinetto e aghi di abete
Avvento 2016

ACQUACOTTA MARCHIGIANA

L’ Acquacotta marchigiana è meno famosa di quella maremmana, ne esistono diverse varianti anche da noi. Non è più molto in uso, forse perché bisogna avere a disposizione oltre che il tempo anche ingredienti buoni e possibilmente di stagione e pazienza per pulirli. I contadini delle nostre zone, erano soliti prepararla con pezzi di lardo al quale aggiungevano le verdure di stagione, mentre i pastori cucinavano la zuppa rosolando prima tutti gli odori, carote, sedano ed odori come la mentuccia e la maggiorana unendo poi l’agnello ed i pomodori a pezzi. Quest’ultima Acquacotta veniva mangiata con il pane raffermo, le uova sbattute sopra ed una manciata di pecorino secco, divenendo così un piatto sostanzioso e completo. Noi più gracili di stomaco, ci accontentiamo di preparare l’acquacotta, con le ultime verdure dell’estate passata, i tenerumi, cioè le foglioline ed i germoglietti delle zucchine, una piccola melanzana, ceci e fagioli borlotti, croste di parmigiano reggiano, rucola, ed erbe aromatiche, il tutto con un pane aromatico e frizzante di farina di cereali e semi di cumino. Una bella manciata di parmigiano ed un generoso giro di olio extravergine di oliva nuovo ed il pranzo è fatto.

Ho fatto cuocere prima i legumi con le foglie di alloro, le croste di parmigiano reggiano e la cipolla, ho aggiunto il resto e finito di cuocere.

Buona vita, buona acquacotta marchigiana ❤️ il resto è noia!

Acquacotta marchigiana e pane fatto in casa con i semi di cumino

LA CRÉSCIA DI DAMONE E CATARÌ

Allepoca dei miei nonni Damone e Caterina fornai unici in quel piccolo paese che si chiama Petriolo, usava specialmente d’estate preparare la créscia rossa come la chiamavamo noi piccoli nipoti.

Eravamo tanti, insieme ai nostri compagni, a giocare nel terrazzino della nostra casa in via Umberto primo sulla strada principale del paese. Il terrazzino lungo e stretto, serviva per giocare a campana, o a fare le mamme delle nostre bambole di pezza con la testa di coccia. Cucinavamo usando la terra rossa scavata sulla scarpata del campo della Rimembranza, ora giardini pubblici. Qualche volta capitava di cucinare per davvero qualcosa, era la crema pasticcera fatta con le bustine di Orocrema, un preparato dove non servivano le uova.

Facevamo il rinfresco per festeggiare il battesimo delle nostre bambole che portavamo giù alla chiesa delle Grazie e venivamo scacciate dal povero curato di campagna don Federico appena mettevamo piedi all’ingresso che dava sulla strada che portava alla collina e alla selva di Bandini (abbadia di Fiastra) come la chiamavano tutti allora.

Tornavamo a casa a gambe levate impaurite e tremanti con il fiato in gola.

Ci aspettava la crema che mangiavamo nelle tazzine colorate, verde, giallo e rosso! Eravamo così felici che ci sembravano vere le nostre bambole!

La créscia che facevano i miei nonni, era fatta con la pasta del pane, le massaie la andavano a comprare ogni volta che la volevano fare, lo stesso impasto serviva pure per fare le frittelle, le cresce che poi friggevano nello strutto tenuto gelosamente da parte nel tempo della preparazione della pista (l’uccisione dei maiali).

La créscia veniva condita con l’olio di casa, un bel giro generoso con l’aggiunta dei pomodori rossi, rossi maturati al caldo tanto caldo, del sole dell’estate petriolese.

La tradizione dei miei nonni continua, nonna Catarì, parlava poco, ma faceva molto per la sua famiglia ed i parenti, il pane era assicurato per tutti, così come tutti i dolci e le preparazioni tradizionali cominciando da Natale fino a Pasqua.

Il resto è raccontato molto in questo diario di ricette e racconti della nostra famiglia.!

Le nostre crésce sono con la pasta madre e a lunga lievitazione. Assomigliano a quelle dei miei nonni, sono croccanti e non hanno niente a che fare con le pizze mosce e salate che molte volte si mangiano in giro!

Scusateci se pecchiamo un po’ in orgoglio di nipoti d’arte! Ci viene da ridere, ma in fondo mangiare una buona cosa fa star decisamente bene!

A presto!

Buona vita, buona créscia dei miei nonni Damone e Catarì ❤️❤️



IL MIO LAVORO ALL’UNCINETTO IERI OGGI E DOMANI?

Io non sono una sarta né una ricamatrice, so tenere l’ago per i punti semplici ed essenziali, so far bene l’uncinetto quello sì! So anche recuperare le cose che ho portato con me uscendo da casa mia, quella dove sono nata, non mi sognerei mai di buttarle una volta usurate dall’uso quotidiano.

Una di queste cose, sono le federe bianche con un piccolo punto a giorno, quelle allora facevano parte del corredo della cassa da sposa. La biancheria era esclusivamente bianca, più tardi venne l’usanza di quella colorata.

Ecco fatto i cuscini con le federe ormai lise. Ho tagliato il pezzo, l’ho cucito a modo mio, ho applicato pezzi di pizzo tenuti gelosamente da parte, questi erano del nostro negozio chiuso ormai una vita fa. Per concludere profumatamente, ho inserito la lavanda, dei tulipani che cambierò una volta divenuti brutti.

Niente di speciale, ma è cosa tutta mia e solo mia, la mia firma nelle mie cose, vale di più di una famosa ma sconosciuta per me!

La vita è questa!

Il resto è noia!
Del diman non c’è certezza, siatene certi!

Buona vita, buon lavoro all’uncinetto ❤️

Federe e pizzi vecchi ricuperati

CHEESECAKE STRACCIATELLA E CAFFÈ PER IL RINFRESCO DELLO SPOSO

È il 10 di luglio dell’anno 2022, Riccardo si sposa con Josephin nella chiesa del paese di lei! In casa non ci sono gli invitati, non usa più dicono le persone di questo strano e cupo tempo. Loro dicono che si tratta di abitudine antica, scomoda, gli invitati sporcano ed danno fastidio in casa durante la vestizione dello sposo o della sposa! Io invece non cedo a questo modo freddo e senza un minimo di partecipazione!

Apparecchio lo stesso la tavola con la tovaglia più bella del corredo da sposa anni settanta, tiro fuori bicchieri e ciotole preziose, decoro con i fiori fuori casa e sopra la tovaglia! Ho fatto lo stesso con il matrimonio della figlia! Non cedo e non cederò mai alle abitudini moderne che non potranno più raccontare niente di emozionante, non rimarrà nessun ricordo, niente!

E allora quattro persone e non più, sono ad accogliere lo sposo, le altre ad attenderlo in chiesa!

Sopra al tavolo della sala, ci sono i succhi di frutta, qualche crodino, due ciotoline con i confetti classici alla mandorla ed il cucchiaino di argento, i tartufini fatti a modo mio e la cheesecake stracciatella, i piattini blu e le forchettine da dolce, i fiori della boungavillea immersi nell’acqua in una ciotola trasparente!

Basta poco per portare in casa la tradizione del giorno del matrimonio come quella dei tempi più belli della nostra vita!

Poco ed essenziale, tanto come scrivo sempre io, del diman non c’è certezza ed il resto è noia!

Buona vita amici antichi e moderni, buona cheesecake stracciatella di Riccardo e Josephin ❤️❤️

Vi lascio la ricetta del dolce!

A presto!

Ingredienti

Per la base

250 grammi di biscotti digestive

120 grammi di burro morbido

Per la crema alla stracciatella

400 grammi di panna vegetale, non l’ho messa di latte perché rischiava di rovinarsi prima

Una confezione di Filadelfia da 220 grammi

Caffè a piacere

Cioccolato fondente nella quantità desiderata, ci regoliamo quando mescoliamo la crema

Preparazione

Frulliamo i biscotti con il burro morbido, ricopriamo il fondo di uno stampo con cerniera foderato di pellicola trasparente, con un cucchiaio livelliamo bene la superficie e mettiamo a freddare in frigo per un ora o poco più. Deve rassodarsi bene.

Montiamo la panna vegetale, non mettiamo lo zucchero perché è spesso già dolce, altrimenti ne aggiungiamo a piacere, uniamo con un cucchiaio la Filadelfia e mescoliamo piano piano unendo il caffè, il cioccolato fondente a scaglie. Versiamo tutto sopra la superficie dei biscotti, livelliamo bene e rimettiamo in frigo fino al momento di servire il dolce!

Al momento giusto quando lo vogliamo servire, togliamolo dallo stampo e poniamolo sopra un vassoio da portata. Tagliamo la cioccolata fondente a scaglie e ricopriamo la superficie decorando con i fiori freschi. Io ho usato i fiori della plumbago.

Per fare i tartufi ho montato altra panna unendo una parte di Filadelfia, ho unito i biscotti frullati, il caffè ed il cioccolato fondente tritato. Con due cucchiaini ho formato le palline che ho rotolato nelle scaglie di cioccolato fondente e l’ho messi nei pirottini di carta.

Questi due dolci con la panna vegetale si mantengono in frigo coperti con la pellicola per alcuni giorni.

Vi saluto e alla prossima narrazione di vita vera!

Buona vita, buona cheesecake alla stracciatella e caffè ❤️

LA FAVA ‘NGRÉCCIA

Culinaria marchigiana


Giovanni Ginobili


La cena era semplicissima.
“La fava ‘ngréccia”; cioè fava lessata a mezza cottura e condita con maggiorana, olio, aceto, sale e aglio.
Se poi vi si univano sardelle, allora era chiamato “lu cuticusu” di cui i paesani erano ghiottissimi.

Da costumanze marchigiane di Giovanni Ginobili poeta dialettale di Petriolo

Il mio ricordo oggi va ai miei genitori, ieri era il compleanno di babbo ed oggi sono 20 anni che mia madre se n’è andata.
Babbo era il presidente dei combattenti e reduci della sezione di Petriolo, lui stesso preparava “lu cuticusu”, quando il due novembre si festeggiavano i morti. La fava ‘ngréccia, a ricordo della tradizione di sgranocchiare le fave dei morti.
Il cuticusu oggi è in versione primaverile, le fave sbollentate in acqua bollente ed aceto con il sale, fatte freddare e condite come vuole la tradizione. Tonno, alici, aceto ed olio extravergine di oliva, “mindùccia”, mentuccia, maggiorana, timo, santoreggia, salvia, aglio che io non posso mangiare e peperoncino.
Questo è un piatto povero, saporito e gustoso. Per poterlo preparare nelle stagioni quando non è tempo di fave, io le ho conservate sotto aceto, sterilizzate e surgelate appena sbollentate.

Ricordiamoci sempre di portare a tavola le nostre ricette, quelle della tradizione per non dimenticarle!

Buona vita, buona fava ‘ngréccia ❤️

GIUGNO

Giugno, la farge ‘n pugno!

Io so giugno che mèto lo grano,
mèto col sole li monti e lo piano;
mèto li campi buttando sudore,
tra l’altri mesi me sendo mijore.

I contadini, ricoperti da larghi cappelli di paglia, nell’allegria più serena, cantano belle stornellate, cantano a tenzone, lanciando al vento le canzoni tipiche della mietitura; popolano i campi d’oro!

Buona vita, buon mese di giugno ❤️

ASCENSIONE DI GESÙ

La notte che precede l’Ascensione, si raccolgono le rose più belle del giardino. Chi ne ha tante, ne regala a chi non ne ha. Si preparano delle brocche piene d’acqua, vi si immergono i petali, magari con qualche spighetta profumata di lavanda e di menta, si lasciano fuori nei balconi, nei davanzali e nei giardini in omaggio a Gesù che quando al sorgere del sole attratto dal profumo di mille petali di rose immersi nell’acqua, prima di ascendere al Cielo, le benedice insieme agli abitanti della casa.

La notte scende dal cielo come benedizione e porta l’abbondanza sui campi di grano.

La mattina, quell’acqua profumata e benedetta, serve agli abitanti della casa per bagnarsi il viso, ricevendo la benedizione di Gesù.

In questo giorno viene raccolto l’assenzio; con quest’erba gli uomini ornano i loro cappelli e le donne li appuntano sul loro petto.

Una tradizione popolare vuole che il giorno dell’Ascesa di Cristo Redentore, nemmeno i pulcini escano dall’uovo, anche se sia ora che nascano; tanto è il dovere che si ha in questo giorno, di non compiere opera alcuna.

La festa cadendo nel giovedì che segue la quinta domenica dopo Pasqua, è festa mobile e in alcune nazioni cattoliche è festa di precetto, riconosciuta nel calendario civile a tutti gli effetti.

Purtroppo in Italia previo accordo con lo Stato Italiano, che richiedeva una riforma delle festività, per eliminare alcuni ponti festivi, la Conferenza episcopale italiana ha fissato la festa liturgica e civile, nella domenica successiva ai canonici 40 giorni dopo Pasqua.

Buona festa dell’Ascensione!

POLENTA CON LE FAVE E PECORINO ALLA RUCOLA

Pulendó a bbuttà-gghjó

Polentone a buttar giù; lo preparano fornaciai ed altri artigiani che, impegnati nel lavoro fuori di casa, non hanno tempo di mescolarlo adagio adagio. Mettono nel paiuolo prima acqua e sopra farina gialla; nel mezzo fanno un bel buco, l’acqua vi penetra e scaldandosi e bollendo si cuoce anche la farina che, a mano a mano, dai lati del buco praticato cede. Quando il polentone è quasi cotto, vi cacciano il condimento così ottengono «<lu pulendo’ a buttà ‘-gghjó cunnitu dréndo», la polenta condita dentro.

Da costumanzemarchigiane di Giovanni Ginobili maestro e maestro dialettale a Petriolo provincia di Macerata

Nei tempi antichi quando non c’era un granché da portare in tavola per sfamare la famiglia numerosa, la polenta era un pasto sostanzioso e completo specialmente se si condiva con gli ingredienti di stagione. In inverno il maiale, nelle vigilie rispettate con lo stoccafisso o le aringhe, in primavera i legumi e specialmente le fave insaporite con la pancetta o la barbàja ( il guanciale). Le fave si aggiungevano a fine cottura della polenta in modo da insaporirla insieme ad una buona spolverata di pepe e pecorino secco, questo era l’unico formaggio che non mancava mai nelle case povere e ricche.

La polenta con le fave deve essere fatta abbastanza soda, per il condimento, si mettono a cuocere nell’olio extravergine di oliva la cipolla, il lardo, la pancetta a cubetti , le fave, sale e pepe fino alla completa cottura aggiungendo un po’ di acqua calda se si asciuga tutto troppo in fretta.

Alla fine della cottura della polenta, unire dentro le fave, il pecorino grattugiato, mescolando bene per farla insaporire, versare sulla spianatoia o nei piatti individuali unendo un filo di olio extravergine prima di versaci la polenta. Un’altra spolverata di pecorino e due foglie di rucola per profumare tutto.

Il piatto antico e semplice è pronto e a presto, alle scimmie piacendo, certo che fanno schifo questi che stanno parlando ora del vaiolo….non bastava l’altra pandemia miei cari? No ehhhhh? 👿

Buona vita, buona polenta con le fave!