I primi tipici

CHEESECAKE CON LE CILIEGIE E FILADELFIA AL FORNO

C’era uno scaffale da controllare in questi giorni di cambiamenti, (pulizia profonda) quello in basso di una vecchia cristalliera anni sessanta, con sopra le due vetrinette per esporre le varie chicchere della sorella maggiore.

In basso, una marea di riviste di cucina, di fiori e foglie essiccati fra le pagine di un album e disegni degli ex bimbi.

C’era un po’ di tutto, agende con le entrate e le uscite mai finite di appuntare fino alla chiusura di un anno. Sono stata sempre così, mille lavori e cose mai finite perché mi stancavano dopo un po’.

Le lascio ancora lì, in attesa di una mano di chi non si sa. Certamente non interessa a nessuno. Altri tempi ed altre cose da fare.

Fra gli appunti scritti a mano, copiavo sempre le ricette in qualsiasi posto mi trovavo, c’era quella della torta dolce di formaggio e ciliegie, la cheesecake americana che si cuoceva in forno che per quei tempi era una novità.

Allora le torte erano sempre fatte con la pizza sbattuta, cioè il pan di Spagna, tagliate in mezzo, bagnate di alchermes o con caffè e Stock 84, che fegato, crema pasticcera gialla e al cacao, poi qualche crostata e solitamente lu ciammellottu (il ciambellone) rotondo o a filette.

Nella ricetta della torta moderna, c’era il primo formaggio spalmabile arrivato sugli scaffali delle pizzicherie e dei primi mini supermercati, si chiamava Dover era contenuto in un bicchiere di vetro, dopo qualche anno come spesso faceva e fa la comunità europea, veniva tolto dal mercato, non aveva nessuna denominazione di origine o mancava di qualche sgorbio. Chi lo può sapere!!!!!. Per ovviare a questa mancanza, arrivava la Filadelfia portando la moda di usarla per le torte cotte, la cheesecake americana.

Nel dolce c’erano le ciliegie fresche posizionate sopra la superficie prima di metterlo in forno. Una volta cotta le ciliegie sprofondavano, ma il sapore era ineguagliabile.

È passato molto tempo da allora, la famiglia è cresciuta ed il dolce è stato dimenticato anche a causa dei mille dolci che nel frattempo ho imparato.

Oggi l’ho voluto rifare per una occasione speciale, ho raddoppiato la dose ed è sparito.

Conviene ogni tanto dimenticare la dieta, tanto del diman non c’è certezza ed il resto è noia!

Allora vi offro il racconto della mia ricetta antica ma buona!

Ingredienti

4 uova di galline felici o puttane

70 grammi di burro

160 grammi di zucchero

110 grammi di Filadelfia

150 grammi di farina per dolci

Una bustina di lievito per dolci

350 grammi di ciliegie snocciolate

Due cucchiai di zucchero e succo di limone

Preparazione

Denoccioliamo le ciliegie, mettiamole in una ciotola con due cucchiai di zucchero ed il succo di limone, mescoliamo e lasciamo riposare.

Montiamo a crema il burro e lo zucchero, uniamo un uovo alla volta, il succo di limone, la Filadelfia e la farina con il lievito. Versiamo il composto nello stampo foderato di carta forno, livelliamo la superficie e ricopriamola con le ciliegie ed il succo.

Mettiamo a cuocere a 180 gradi per tre quarti d’ora, copriamo la superficie se diventa scura. Regoliamoci per la cottura più lunga, se faremo quella con la dose raddoppiata.

Facciamo la prova dello stecchino che deve uscire asciutto. Lasciamo freddare il dolce e lo sistemiamo in un bel piatto di portata. Decoriamo con alcune ciliegie sciroppose o fresche e con lo zucchero a velo!

Il dolce è più buono da freddo e con questo caldo che fa, lo conserviamo in frigo!

Per fare le ciliegie sciroppose, basta denocciolarle e farle cuocere con il succo di limone ed un cucchiaio di miele al microonde o in un pentolino.

Ho messo due foto del dolce, quella versione fatta per prima e l’altra con gli ingredienti raddoppiati.

A voi la scelta!

Buona vita, buona cheesecake con le ciliegie al forno! ❤️



CAPPELLETTI IN SALSA BESCIAMELLA ED ASPARAGI AL PROFUMO DI NOCE MOSCATA

Compravo i cappelletti quando andavo in vacanza con la famiglia, per rabbia di fame, non mi mettevo di certo ad impastare e come diciamo noi; quello che non strozza ingrassa. Nel resto della vita, l’ho sempre fatti e comprarli ora è segno che sono su quella strada, stanchezza e vecchite si sentono. Oggi è nuvoloso ma si crepa dal caldo!
I cappelletti l’ho conditi come andava di moda negli anni settanta belli e pieni di tutto, allora si mangiavano o con la panna ed i piselli o con la besciamella e gli asparagi, con una buona spolverata di parmigiano reggiano e noce moscata.
Il tempo va, mangiamo per vivere nel migliore dei modi, avevamo tanto e non ce ne siamo accorti!
Tanto del diman non c’è certezza ed il resto è noia!

Per condire i cappelletti si fa la solita besciamella con burro, farina, latte e sale, a fine cottura si aggiunge la noce moscata.

Si insaporiscono gli asparagi a pezzetti con olio extravergine di oliva e porro, si uniscono alla besciamella e si saltano per breve tempo i cappelletti scolati, si unisce il parmigiano reggiano, si mescolano bene si portano in tavola fumanti!

I cappelletti comprati non ci porteranno alla morte, per una volta ogni tanto si può fare, peccato che siano troppo salati, quindi l’unica cosa è, non salare troppo o forse per niente l’acqua di cottura degli stessi.

Il tempo più bello è volato, questo attuale non ha nemmeno l’idea di come si stesse bene allora. Indietro non si torna, raccogliamo i cocci e tiriamo avanti. Quel tempo là resterà sempre nei nostri cuori!

Buona vita, buoni cappelletti comprati alla besciamella ed asparagi al profumo di noce moscata!

❤️

POLENTA CON LE FAVE E PECORINO ALLA RUCOLA

Pulendó a bbuttà-gghjó

Polentone a buttar giù; lo preparano fornaciai ed altri artigiani che, impegnati nel lavoro fuori di casa, non hanno tempo di mescolarlo adagio adagio. Mettono nel paiuolo prima acqua e sopra farina gialla; nel mezzo fanno un bel buco, l’acqua vi penetra e scaldandosi e bollendo si cuoce anche la farina che, a mano a mano, dai lati del buco praticato cede. Quando il polentone è quasi cotto, vi cacciano il condimento così ottengono «<lu pulendo’ a buttà ‘-gghjó cunnitu dréndo», la polenta condita dentro.

Da costumanzemarchigiane di Giovanni Ginobili maestro e maestro dialettale a Petriolo provincia di Macerata

Nei tempi antichi quando non c’era un granché da portare in tavola per sfamare la famiglia numerosa, la polenta era un pasto sostanzioso e completo specialmente se si condiva con gli ingredienti di stagione. In inverno il maiale, nelle vigilie rispettate con lo stoccafisso o le aringhe, in primavera i legumi e specialmente le fave insaporite con la pancetta o la barbàja ( il guanciale). Le fave si aggiungevano a fine cottura della polenta in modo da insaporirla insieme ad una buona spolverata di pepe e pecorino secco, questo era l’unico formaggio che non mancava mai nelle case povere e ricche.

La polenta con le fave deve essere fatta abbastanza soda, per il condimento, si mettono a cuocere nell’olio extravergine di oliva la cipolla, il lardo, la pancetta a cubetti , le fave, sale e pepe fino alla completa cottura aggiungendo un po’ di acqua calda se si asciuga tutto troppo in fretta.

Alla fine della cottura della polenta, unire dentro le fave, il pecorino grattugiato, mescolando bene per farla insaporire, versare sulla spianatoia o nei piatti individuali unendo un filo di olio extravergine prima di versaci la polenta. Un’altra spolverata di pecorino e due foglie di rucola per profumare tutto.

Il piatto antico e semplice è pronto e a presto, alle scimmie piacendo, certo che fanno schifo questi che stanno parlando ora del vaiolo….non bastava l’altra pandemia miei cari? No ehhhhh? 👿

Buona vita, buona polenta con le fave!

LA PASQUA A TAVOLA A PETRIOLO

Le uova in questa ricorrenza avevano, come oggi hanno, gran parte uso, anzi un detto popolare dice che le galline di questo tempo, anche le più restie, sono generose.

‘Gni trista pollastra

fa l’oê de Pasqua

E l’uovo pinto furoreggiava; non

quello di cioccolato affatto sconosciuto. Le uova si dipingevano avvolgendole di

verde e fiorellini sul guscio, ricoperti poi di un velo di cipolla, che dava il colore giallo,

e di carta colorata perché dei fiori e delle foglie ne restasse l’impronta; il tutto veniva

ricoperto di ritaghi di stoffa; così imbacuccato l’uovo veniva messo a bollire nell’acqua.

Con le uova pinte la mattina di

Pasqua si giocava a “pizzetta o come altrove si diceva « a scoccetta»: tale gioco consisteva nel picchiare pizzo contro pizzo dell’uovo o fianco contro fianco; l’uovo che prima cedeva era perso e andava in possesso di colui che possedeva l’uovo più resistente,

Spesso si ricorreva ad inganni,

avendo uova di pietra perfettamente imitate; ciò dava luogo a baruffe.

Altro giuoco era quello di lanciare da determinato luogo in pendenza, alla stessa altezza, due uova; quello che prima raggiungeva la mèta era vincitore.

Ma dove la Pasqua maggiormente trovava la sua affermazione era nella mensa. Tre erano i giorni di festa e in questo tempo si servivano pietanze e dolci fuori dell’ordinario. Era forse una necessità del corpo (sottomesso a digiuni severissimi durante la Quaresima) che bramava un po’ rifarsi dopo tanta lunga astinenza,

Dava, dirò così, il tono alla ricorrenza Pasquale l’agnello, l’uovo e il formaggio, che poi avevano il predominio nel desco popolare.

I campagnoli tenevano assai a far colazione, la mattina di Pasqua, con la coratella dell’agnello e le uova; era una specie di devozione. A desinare si incominciava, cosa insolita dall’antipasto, si finiva il vecchio salato e si assaggiava il nuovo, indi tagliolini di casa in brodo ovvero minestra di fette di pane indorate con le uova battute, cosparse abbondantemente di formaggio inzuppate nel brodo di gallina. Nota mia, mia madre era solita farla questa minestra preferendola ai cappelletti fatti in casa. L’agnello variamente preparato era il piatto prelibato e simbolico della mensa Pasquale;

altra portata di prammatica era la frittata di uova con la mentuccia così nel paesello Petriolo: a Macerata usava la frittata con « l’erba dell’oe », come la chiamavano, che poi era la borragine.

Fra i dolci il posto d’onore avevano le ciambelle, ma erano fatte di pasta e uova, quindi non proprio dolci; la palomba pasquale (palomma), a Petriolo « lu rocciu» fatto di pasta di ciambelle, intrecciato come corda. Le pizze profumate di formaggio avevano grande nome fra le ghiottonerie della Pasqua, così i « piconi » con la ricotta.

Nella seconda festa si costuma (andare a parenti) si andava cioè a trovare i congiunti recando loro pizza, ciambelle, piconi, salato ed altro; ciò avveniva nel pomeriggio; molti però andavano a trascorrere con loro l’intera giornata.

La terza festa era far merenda in campagna spesso e volentieri in una località prestabilita dove s’adunava tutta la popolazione A Macerata, ancor oggi, si costuma recarsi alle “Vergini”.

Quest’ usanza trae la sua origine dall’evangelico fatto quando Gesù, il terzo giorno dopo la sua resurrezione, sotto le sembianze di umile pellegrino, andando da Gerusalemme ad Emmaus, s’incontrò con due dei suoi discepoli e con loro fino al paesello ove fu loro gradito ospite della modesta mensa della sera.

Così i nostri avi vollero rievocare l’apparizione di Emmaus e il sedersi ancora una volta accanto agli uomini per consumare il dono del pane.

Ma il merendare di ieri e di oggi, non ha alcunché di raccolto o di religioso; è una gita villereccia piena di lecite distrazioni che ha più sapore di profano che di sacro.

Spesso, al calar della sera, dopo consumata allegramente la merenda, si dava inizio al suono degli organetti e si allacciava un furioso saltarello. Era l‘epilogo della festa campestre.

Da costumanze marchigiane di Giovanni Ginobili maestro e poeta di Petriolo Macerata Marche

PANETTONE CON RICETTA VELOCE

Non voglio essere tanto presuntuosa e non faccio gare perché il mio panettone non è come dovrebbe essere, solo ed esclusivamente con il lievito madre, lo farò perché ormai è una tradizione da quando ho fatto nascere il mio Assuntino. Nel frattempo però trovo utile e piacevole farlo con la mia ricetta, quella con il lievito disidratato con il quale faccio degli ottimi prodotti. Purtroppo pure quest’anno non ho potuto usare lo stampo classico per farlo, l’ho trovato solo ieri e di bassa qualità. Quindi questo panettone essendo stato messo in uno stampo largo e basso, non ha la forma canonica. Mi interessa poco perché è riuscito molto, molto buono, sapore e profumo naturali, veri senza nessuna nota finta! La farina buona, tre lievitazioni, le uova, un buon burro ed il cioccolato fondente hanno fatto questo. E nessuna ansia se non ho usato Assuntino, chi se ne frega tanto del diman non c’è certezza ed il resto è noia!

Se volete provare a fare questo buonissimo e vero panettone, qui troverete la ricetta, anzi due, ma io ho eseguito la seconda!

Buon proseguimento di Avvento!

Buona vita, buon panettone fatto in casa! ❤️

Questa è la ricetta!

👇

https://farinaefiore.com/

RAVIOLI DI ZUCCA E CAVOLO

Piatto di riciclo!

Scrivo le mie semplici ricette del mio vivere quotidiano per lasciarne in ricordo a mia figlia Serena e se vorranno anche ai miei figli Riccardo e Maurizio e a chi vorrà leggerle.

Niente di particolare, tutto il mio mondo è racchiuso in questo diario di mamma, moglie e quando Dio vorrà, di nonna!

Siccome la mia memoria sta vacillando, non so se per l’età che avanza o Dio non voglia, per qualche turba mentale, voglio scrivere ciò che ogni giorno faccio in cucina ed anche le mie manie giornaliere di qua e di là fuori e dentro la mia casa!

Oggi vi racconto i miei ravioli di riciclo!

C’era il petto di pollo bollito, c’era pure chi non lo voleva mangiare bollito, ci sono io che so trattare per bene una cosa che rischia di finire nell’umido o al gatto.
Prendo la zucca, le foglie di cavolo, le faccio cuocere per poco tempo, le lascio raffreddare, macino il pollo, unisco le verdure, l’uovo, il parmigiano reggiano, il timo ed il rosmarino ed una grattugiata di limone. Mescolo per bene, faccio la pasta fresca, la lascio riposare ed intanto lavoro all’uncinetto, riprendo la pasta, la stendo con la macchinetta, metto sopra tanti mucchietti di pollo e verdure e faccio i raviolini che lascio cuocere nel brodo di pollo.
Vengono Serena ed Umberto e se mettono a “magnà”!
Beati quelli che hanno la mamma.

Questo è stato il piatto di oggi che sta per finire perché non dimentichiamo che del diman non c’è certezza ed il resto è noia!

Buona vita, buoni ravioli di zucca e cavolo ❤️

C’ERA UNA VOLTA LA CANTINA ED IL BICCHIERE INFRANGIBILE

C’era una volta la cantina con i bicchieri infrangibili che quando sfuggivano dalla mano, cadevano rumorosamente in terra finendo in mille pezzi che schizzavano ovunque. Era l’unico tipo di bicchiere per l’uso di cantina, perché non si scheggiava nel lavaggio magari veloce dell’oste, non c’era molta scrupolosità da parte sua, il tempo era prezioso e in cantina molto spesso arrivavano avventori che pretendevano di essere serviti prima che magari qualcuno perdesse la pazienza, quel tipo di persona faceva parte dei grandi bevitori che di spirito di sopportazione non ne aveva proprio.

Quei bicchieri infrangibili li usavo anch’io miei nei primi anni di matrimonio, non volevo usare i servizi più belli magari donati dagli invitati.

Avevo un difetto e ce l’ho ancora, ero un po’ “stroppietta” storpia come mi diceva il marito!!! Mi cadevano molto spesso bicchieri e piatti in terra, tanto che dovevo continuamente comprarne di nuovi. Questo ed altri due o tre, sono i superstiti di quel tempo! Fate il conto che anni erano!

Allora oggi con la minestra rustica di fardèlle, la pasta fresca all’uovo tagliata rozzamente, le fave, i fagioli borlotti freschi ed i piselli con tutti gli odori dell’orto giardino scapigliato, l’olio extravergine di oliva ed il pecorino grattugiato, ho apparecchiato come in cantina!

Finché ci saranno i ricordi, ci sarà vita!

La minestra rustica è una pasta fresca all’uovo tagliata rozzamente, i legumi, i fagioli borlotti freschi ma possono essere surgelati o in barattolo, le fave ed i pisell surgelati, hanno cotto nell’acqua che ho salato alla fine per non indurire i legumi, ho unito erbe aromatiche, ho aggiunto la pasta fresca all’uovo tagliata, ed infine l’ho condita con olio extravergine di oliva di e pecorino secco grattugiato.

Una buona minestra nel solco della tradizione in cucina e dei ricordi, che fa piacere portare in tavola ora con i primi freddi di questo autunno ancora indeciso!

Buona vita, buona minestra rustica con le fardèlle ed legumi ❤️

PANCOTTO CON POMODORO MELANZANE ZUCCHINE CIPOLLA

Nanna oh…..nanna oh…..
che pacienza che cce vô!!!!
Co’stu pupu non c’e pace,
la zzuppetta non je piace….
Nanna oh……nanna oh….
Lo pangótto non je piace
che pacienza che cce vô!!!


Pangótto….aécce lo pangótto su la testa!
Avere il pancotto al posto del cervello!


Filastrocca e detto petriolese e dintorni.


Il pancotto che deve essere il primo pasto per svezzare il neonato, deve cuocere nella “pignolétta”, una piccola pentola di coccio marrone, bisogna farlo bollire fino a fare “sette veli”, quella patina che si forma sulla “bocca” della “pignolétta”.

Una volta cresciuto il neonato, del “pangótto” e della nenia, non ne vuole più sapere, ma se provasse il mio pangótto si leccherebbe i “baffi”!


Pomodori rossi maturati al sole di agosto, cipolla, melanzane e zucchine e crosta di parmigiano reggiano. Olio extravergine di oliva di casa nostra a crudo, peccato che sia agli sgoccioli, e tante erbe aromatiche!


Cocò ha fatto il bis….mormorando……quanno è bbonu lo pangótto!!!

E chiudi la bocca e magna!

Buona vita, buon pancotto ❤️

CORPUS DOMINI

Corpus Domini

Il giorno del Corpus Domini, sia nelle chiese di città che in quelle di campagna, si usa fare solenni processioni; dinanzi all’aprirsi della processione stessa si gettano fiori in onore di Gesù Sacramentato.

Nelle campagne, passata che sia la processione, si raccolgono i fiori certamente sciupati e si conservano per quando avvengono tempeste di grandine.

Allora vengono sparsi dai contadini per le campane perche il Signore Iddio non permetta la distruzione di quanto realizzato dal lavoro dei campagnoli.

Giovanni Ginobili “costumanze marchigiane”, (4raccolta) pag 18 1952.

Alla stessa maniera si faceva in occasione delle Rogazioni.

A Petriolo come altrove, vestito a festa con i drappi alla finestra, molti anni fa la solenne processione si teneva la mattina sotto un caldo afoso.

Gesù Sacramentato e tutto il popolo Cristiano sfilavano per le vie mentre le donne del paese spargevano petali di rose sul cammino divino.

A quando questo meraviglia tradizione religiosa?

Dio solo lo sa!

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Gnocchi di polenta avanzata

Questi sono dei buonissimi gnocchi fatti con la polenta avanzata, potevo farci molte cose, crocchette con scamorza, con il tonno, con le erbe spontanee oppure un dolce tradizionale della mia infanzia che preparava nostra madre quando le avanzava la polenta…..”lu pizzutéllu”!

Lei prendeva un piatto fondo di quelli dove condiva la pasta, metteva dentro la polenta che era diventata dura perché del giorno prima, univa un “acinittu”di zucchero, cioè poco perché lo custodiva come un gioiello prezioso da usare per i suoi cinque figli, l’uva passa ammollata o i fichi secchi, noci ed un goccio di mistrà il liquore al profumo di semi di anici magari regalatole dai suoi clienti di campagna. Stendeva la polenta sopra una teglia unta e spolverata di farina di mais e cuoceva in forno fino a quando “lu pizzutéllu”, diventava croccante. Lei nostra madre, per tenerci buoni o per farci addormentare ci cantava una filastrocca che faceva così!

“Cinnì……cinnì….cinnòla……qui nominava il nome del malcapitato figlio, Vattelappesca…..va alla scuola…..a scuola con il canestrello pieno di pizzutéllu…..la maestra gli fá festa….buttalo dalla finestra!!!! Non sapremo mai chi volesse buttare giù quella sciagurata maestra, se il canestrello con il “pizzutéllu” o quel povero bimbo spaurito!

Per fare gli gnocchi abbiamo mescolato la polenta con due rossi d’uovo, farina e parmigiano reggiano, abbiamo impastato, fatto dei cilindri e tagliato gli gnocchi, abbiamo fatto un sugo di pomodoro con olio extravergine di oliva di casa nostra e tanti profumi dell’orto giardino scapigliato, spolverata di parmigiano reggiano e portato in tavola!

Buoni…..buonissimi e quel palato e quel naso di casa giudici come sempre, hanno detto sì!

Allora non fatevelo scappare questi buonissimi gnocchi quando avrete la polenta avanzata.

Buona vita, buoni gnocchi di polenta avanzata!❤️