ricettetipichemarchigiane

Diario alimentare di quaresima (trippa alla marchigiana)

La trippa piatto povero ma corposo, era preparata spesso anche durante il periodo di quaresima perché soddisfava tutta la famiglia numerosa che doveva riempire la pancia e oltretutto si spendevano quattro soldi.

La trippa non era molto gradita ai piccoli, qui la vergara, donna possente che comandava in campagna o la mamma del paese escogitavano un modo per far sì che anche loro imparassero a mangiare la trippa. Preparavano tante frittatine, le uova al tempo quaresimale cominciavano ad abbondare, le tagliavano a striscioline, facevano un sugo finto con il battuto di lardo ed aglio, univano la maggiorana, il prezzemolo e la salvia, i pomodori di casa e lasciavano insaporire le frittatine, così le uova in trippa per la somiglianza delle striscioline, diventavano piacevoli accontentando i piccoli e nutrendoli.

Allora prepariamoci a riempire la pancia anche noi con la ricetta di casa nostra!

Pronti?

Trippa mia, fàtte cappànna!

La trippa deve essere cucinata in modo speciale come faceva mia madre. Sono tassativi maggiorana, cipolla, chiodi di garofano e un minimo di mentuccia selvatica e soprattutto devono esserci i nervetti del manzo per far sì che si formi la gelatina. Una volta sbollentata e rosolata con tutti gli odori, si sfuma col vino bianco e si aggiungono i pomodori. La trippa deve sobbollire per molto tempo fino a quando le striscioline si mordono con le labbra. Servire a tavola con una bella e abbondante spolverata di pecorino secco e di pepe.

La trippa è straordinaria anche per condire un piatto di pasta sia le tagliatelle che i rigatoni!

A voi la scelta!

Buona vita, buona trippa alla marchigiana ❤️

Diario alimentare di quaresima (polenta con il baccalà)

Diario alimentare di quaresima.

La pulènda présto tira, présto llénda……presto sazia e gonfia, presto rilassa, sgonfia la pancia.

C’era un tempo di vigilia che tutti rispettavano a tavola e non solo. I nostri nonni e mamme, erano tanto religiosi che cominciavano a pensare cosa mangiare di magro il giorno prima della festa solenne che cadeva in quel periodo.

Sul calendario, la prima vigilia era quella delle ceneri il mercoledì dopo carnevale, tutti i venerdì di quaresima ed il venerdì santo, via, via fino alla fine dell’anno. Molti riuscivano a fare digiuno totale. C’erano le nonne e le nostre mamme che spesso per la vigilia,

preparavano la polenta, avendo un costo basso e facilità di reperire la farina di granoturco. Il condimento seguiva il corso delle stagioni, d’inverno quando si faceva la “pista”, l’uccisione del maiale, la polenta era con le “costarelle e le sacìcce”, il sangue insaporito con le cipolle, con le “fòje tróate” e pesci di basso costo come la “renga”, l’aringa, il baccalà, lo stoccafisso, con i fagioli o ceci o le fave che finivano a bollire a fine cottura della polenta per insaporirsi meglio. La “sapa”, il mosto fresco bollito a lungo fino a diventare una salsa, diventava un altro gustoso condimento per la polenta o polentone a fette.

C’è oggi e da sempre per noi, l’esigenza di portare avanti le tradizioni e di rispettare i venerdì di astinenza dalle carni. . Perché non si perda nella notte dei tempi, abbiamo preparato la polenta con il baccalà.

Abbiamo fatto rosolare tutti gli odori come sedano, cipolla e carote tritati finissimi, nell’olio extravergine di oliva, unito i pezzi di baccalà già bagnato, il pepe rosa, abbiamo sfumato con il vino bianco ed aggiunto i pelati con il triplo concentrato di pomodoro.

Abbiamo fatto la polenta, noi la facciamo a microonde, ma ognuno ha il suo modo di farla, però con il microonde la polenta diventa una crema, l’abbiamo versata in ogni piatto e condita con il sugo ed il baccalà.

Per la preparazione della polenta, a voi la scelta farla con il microonde o tradizionalmente. Una mela a fine pasto ed il pranzo è presto fatto…….non c’era una volta nemmeno la frutta, se non si possedeva un fazzoletto di terra!

Buon cammino di quaresima!

Buona vita, buona polenta con il baccalà al pepe rosa ❤️

Ciambelline di carnevale

Cuore di mamma e cuore di sorella, il primo è molto, molto rattristato per mio figlio Maurizio che non c’è quasi mai e non può mangiare le ciambelline di carnevale, il secondo è riconoscente e nostalgico per la ricetta delle stesse ciambelline di Laura mia sorella. Era lei che di questo periodo carnevalesco preparava a casa nostra questi friabilissimi dolci. Io ero più piccola di lei, ed ero sicura che mai avrei imparato a farli essendo una pasta lievitata difficile per me. Di tempo ne è passato tanto, piano, piano la passione di impastare è arrivata, sbagliando, riprovando e riprovando qualcosa ho imparato, continuerò ad imparare perché non si finisce mai fino all’ultimo momento! E intanto stasera posso essere davvero soddisfatta per il risultato. Mi dispiace molto, da morire per Micio!

La ricetta scritta a quel tempo l’ho ritrovata sulle note delle ricette personali del libro “il cucchiaio d’argento” vecchia edizione.

Gli ingredienti sono questi con qualche cambiamento mio per una parte di farina di forza.

Si impastano 250 grammi di farina di forza 350, più 250 grammi di farina 0, quattro uova, quattro cucchiai di zucchero, quattro di olio di girasole, buccia di limone e di un’arancia una bustina di lievito di birra disidratato, si può usarne anche la metà, nella ricetta prevedeva un etto di lievito di birra, allora i lievitati avevano molto ma molto lievito, forse era anche una questione di tempo, che non si voleva perderlo essendo le massaie più occupate con un maggior numero di figli e persone in casa, oltretutto non sapevano che potevano prolungare la lievitazione magari in frigo, 130 grammi di latte, un goccio di mistrà che può essere sostituito con rum o limoncello. Dopo aver lavorato tutto, l’impasto deve essere morbido, si spezza in palline nella misura di un mandarino, più o meno, si stendono a cordoncini chiudendo a ciambelline che si lasceranno lievitare per un’ora. Si friggono piano piano e si cospargono di zucchero.

Tornerai Maurizio non solo per le ciambelline!

Queste ciambelline possono anche riposare una notte in frigo per una maggiore digeribilità. Il procedimento poi è sempre lo stesso.

Buona vita, buone ciambelline di carnevale ❤️

Li sgrisciuli o grasselli o ciccioli

Li sgrisciuli o grasselli o ciccioli”, sono un prodotto alimentare ottenuto dalla lavorazione del grasso del maiale nella preparazione dello strutto.

La preparazione è lunga e bisogna armarsi di pazienza, di attenzione e soprattutto bisogna essere ben vestiti non solo per il freddo del posto in cui si svolge la lavorazione della carne di maiale, ma anche per quanto bisogna sporcarsi le mani ed il resto. Si prendono il grasso sottocutaneo (lardo) e quello viscerale la (sugna) del maiale, si tagliano in piccole parti e si mettono a cuocere su fuoco lento della cucina economica antica, si fa fondere la parte grassa per consentire l’evaporazione dell’acqua contenuta. Quando i pezzi di grasso hanno acquistato un colore giallastro, si lasciano asciugare sopra la carta paglia, si salano e se piace si possono insaporire con l’aggiunta di aromi, che possono essere chiodi di garofano, noce moscata o simili da usare per aromatizzare i salumi.

La parte colata è lo strutto, la parte solida restante, sono i ciccioli, “li sgrisciuli”!

Lo strutto una volta si conservava nella vescica del maiale, ora in piccoli vasetti e mantenuti in frigo o in surgelatore dove possono restare per più di un anno. Li sgrisciuli o grasselli o ciccioli, sono utilizzati in cucina in molte parte d’Italia, nella nostra regione le Marche, la ricetta più famosa ed antica è la créscia al profumo di buccia di arancia e lo strutto si utilizza oltre che negli impasti della créscia e delle pizze di formaggio Pasquale anche per la frittura, il suo punto di fumo più alto, rende i prodotti fritti leggeri e più asciutti, colesterolo a parte, ma questa è un’altra storia. A noi non interessa!

Buona vita, buona créscia co’ li sgrisciuli ❤️

Questa è la créscia co’li “sgrisciuli” fatta ora e trovate la ricetta qui👇

https://farinaefiore.com/2021/01/17/la-crescia-co-li-sgrisciuli/

Ciambellone o filone di mosto

All’inizio di via Umberto I c’è ancora, a fianco di quella che era la farmacia del dottor Chiavari, un arco di mattoni che dà su una ripida via immattonata che viene dalle campagne sottostanti.

L’arco è chiuso da un grosso portone di legno che si apriva soltanto d’autunno, all’epoca della vendemmia, facendo entrare file di carri trainati da vacche, carichi di cassette ricolme d’uva.

Nell’aria si spandevano effluvi contrastanti e il profumo inebriante dell’uva sì mescolava a quello acre degli escrementi delle vacche, che disegnavano enormi margherite marroni, diciamo così, lungo la via.

Le vie del paese, dal castello al borgo, venivano prese da un frenetico movimento per la preparazione di tutte le attrezzature della nuova produzione di vino.

I portoni delle varie cantine si spalancavano lasciando uscire il profumo di vino delle botti.

I contadini di ogni proprietario si preparavano a pulire ogni cosa, le botti, “le canà”, grossi contenitori dove si pigiava l’uva, i torchi, “lu viunzu” il bigoncio di diverse misure, che serviva per trasportare mosto e vinacce nelle botti, i forconi le pale, le ramine.

Le botti ed i tini sistemati definitivamente nelle varie posizioni scelte.

A questo punto il fattore dava l’ordine di consegnare l’uva padronale.

Arrivavano i birocci, carri variopinti raffiguranti le varie operazioni colturali, tirati da una coppia di buoi bianchi adornati e infiocchettati. Sopra c’erano tre o quattro file di cassette di legno contenenti le varie qualità di uva. Allo scarico della stessa uva, si presentavano ragazzi e donne del paese che furtivamente approfittavano per prendere qualche grappolo di uva.

I contadini provavano a scacciarle urlando ma sotto sotto a loro non interessava granché perché si trattava dell’uva del padrone.

Scaricate le cassette incominciavano a vuotarle dentro “le caná”, iniziavano la pigiatura con i piedi. I predestinati a questo operazione, dopo aversi lavato alla meglio i piedi, saltavano dentro e cominciano a pestarla saltellando al ritmo di stornelli.

Contemporaneamente dalla bocchetta delle “caná”, pigiatoio di legno o in muratura, usciva il mosto di prima spremitura e finiva dentro ad un enorme secchio di legno. Il mosto pulito veniva trasferito nelle botti destinate fino al riempimento.

Le vinacce venivano rimesse nei torchi e iniziava la spremitura fino al loro esaurimento. Uscita l’ultima parte di mosto, è qui che alcune massaie del paese si presentavano con le bottiglie da riempire con il succo appena spremuto. Il mosto veniva usato per preparare i ciambelloni o filoni di mosto fresco, le mostarde o la sapa un concentrato dolce impiegato nella preparazione del “crustingu”, dolce tradizionale popolare di Natale.

Mi fermo qui e vi racconto la mia ricetta di “lu ciammellottu de musto” o ciambellone col mosto al profumo di anici e uvetta.

Questi biscotti durano molto tempo, una volta biscottati si conservano o in barattoli di vetro o nelle scatole di latta.

Ingredienti

750 grammi di farina

300 grammi di zucchero

300 grammi mosto o quello che serve per ottenere un impasto morbido

Due bustina di lievito disidratato

70 grammi di olio extravergine di oliva

anici a piacere

Uvetta o fichi o noci

Il ciambellone o filoncino di mosto si può fare anche con due uova diminuendo il mosto e nella mia versione con uvetta, noci e fichi freschi.

Preparazione

Prima di tutto si mette a scaldare in una tazza il mosto fresco con due o tre cucchiai di anici, nel frattempo si prepara il lievitino con 250 gr di farina 0, 150 gr di zucchero e due bustine di lievito secco di birra o un cubetto fresco, si mescola con il mosto tanto quanto basta ad ottenere una pastella. Si lascia riposare fino a quando la superficie è piena di bolle. Nella ciotola della planetaria, o a mano, si mettono la restante farina 0, 150 gr di zucchero, il lievitino, si comincia ad impastare aggiungendo il mosto con gli anici riscaldato prima, quanto ne serve per avere un composto morbido e non troppo appiccicoso. Unire poco alla volta 70 gr di olio extravergine d’oliva, lavorare fino a completo assortimento. Lasciare lievitare fino al raddoppio. Riprendere la pasta, sgonfiarla un po’ e tagliare in tre parti, ora qui si possono aggiungere uvetta, noci e fichi a pezzetti oppure nulla. Formare tre filoni e mettere a lievitare sopra la lastra del forno con carta forno, lasciando una piega di carta fra un filoncino e l’altro per non farli attaccare. Una volta lievitati cuocere a 160 gr per circa un’ora. Lasciare che si freddino e gustare con il vino cotto o la cioccolata calda oppure il giorno dopo, tagliare i filoni a fette e mettere a tostare in forno per ottenere i biscotti.

Lunga preparazione, tanta pazienza!

Intanto però del racconto non resta solo che il ricordo, il paese con l’ultimo terremoto ha subito gravi danni specialmente nella parte del castello centro storico. I giovani se ne stanno andando, non hanno più alcun desiderio di farsi una vita tranquilla e decisamente più sana di altrove. Restano solo le vie tanto del castello come quelle della via che era la principale, via Umberto primo, deserte e lasciate nel degrado.

Noi ci auguriamo che presto qualcuno si svegli dal torpore mentale e faccia quel che serve per riportare vita e lavoro.

Buona vita, buon ciambellone di mosto ❤️

Calcioni “caciù” di pecorino fresco dolce e ricotta alla vaniglia e calcioni con la ricotta e pere all’arancello

Mettersi a fare dei dolci tradizionali pasquali in piena stagione estiva, credo sia una pazzia. Siccome io appartengo a quella specie di razza con qualche rametto di poco normale sulla testa, non mi scompongo ed anche se questi per me sono giorni cruciali dove ho tutto e tanto da fare, mi rilasso stando in cucina.

Di buon mattino, tanto la notte non dormo per il pensiero di questo periodo, mi metto al lavoro. C’è una bella quantità di pere raccolte nel nostro orto giardino scapigliato, mele e tante zucchine e pomodori e cetrioli…….anche trattato male, lui l’orto giardino scapigliato, è bravo a regalarcene di doni.

Prendo le pere dal cestino di nonna “Margarita”, le lavo, le taglio a cubetti, le spruzzo di limone e le spolvero con tre cucchiai di zucchero. Le potrei lasciare crude, ma penso sia meglio scottarle un po’ a microonde, voi lo potete fare in un pentolino, basta solo farle ammorbidire. Intanto che le pere si raffreddano, preparo la pasta frolla con la ricetta del vecchio calendario di ricette pane degli angeli. La sua ricetta della pasta frolla è sempre la migliore per fare i calcioni e le crostate. È come quella della mamma.

Proseguiamo e facciamo la pasta frolla con questi ingredienti

300 grammi di farina per dolci

150 grammi di zucchero come la ricetta, ma possiamo metterne 100 grammi

Due uova di galline felici

Meno di una bustina di lievito per dolci

150 grammi di burro freddo a pezzi, questo si perché altrimenti non sarebbe così buona la frolla

Un uovo

Vaniglia o vaniglina

Buccia di limone

Per il ripieno dei calcioni con il pecorino fresco dolce

500 grammi di pecorino fresco dolce

Tre cucchiai di ricotta o mista o di pecora

Un uovo intero ed un albume

100 grammi di zucchero

Buccia di limone

Vaniglia o vanillina

Un goccio di limoncello o arancello

Ingredienti per i calcioni con la ricotta e le pere

450 grammi di ricotta

100 grammi di zucchero

Un cucchiaino di maizena

Un uovo ed un albume

Buccia di limone

Pere tre o quattro a seconda della grandezza

Tre cucchiai di zucchero

Arancello o limoncello o estratto di arancia

Preparazione

Per i calcioni con il pecorino prepariamo la frolla lavorando la farina con il lievito setacciati, lo zucchero, due uova, la buccia di limone e la vaniglia, uniamo il burro a pezzi freddo, lasciamo amalgamare e finiamo di lavorare sopra la spianatoia. Schiacciamo la pasta e incartata nella carta forno, la lasciamo riposare in frigo per un paio d’ore più o meno.

Lavoriamo il pecorino fresco dentro il robot con le lame, uniamo la ricotta, lo zucchero un uovo ed un albume, la vaniglia, un po’ di arancello o limoncello e la buccia di limone. Dobbiamo ottenere una crema.

Riprendiamo la pasta, la stendiamo con il matterello sottile, regoliamoci perché non deve rompersi quando facciamo il calcione. Con la rotella tagliamo dei quadrati, in mezzo mettiamo un cucchiaino di ripieno e chiudiamo a mezza luna. Una volta finiti tutti, spennelliamo i calcioni con un uovo ed un po’ di acqua e mettiamo a cuocere a 180 per quasi 20 minuti. I calcioni devono risultare dorati. Spegniamo il forno e lasciamo freddare. Con questa dose di ingredienti vengono più di trenta calcioni.

Per i calcioni con la ricotta e le pere, prepariamo la stessa pasta, mettiamo a cuocere le pere con lo zucchero, il succo di limone, o a microonde o sul gas. Lasciamo freddare. Lavoriamo la ricotta scolata benissimo dalla sua acqua, mettiamocela molto tempo prima di preparare i calcioni, uniamo lo zucchero, il cucchiaino di maizena, 100 grammi di zucchero, un uovo ed un albume, l’ arancello o il limoncello, mescoliamo e prepariamo i calcioni come quelli sopra, li spennelliamo con un uovo ed un po’ di acqua e li mettiamo a cuocere a 180 gradi per una ventina di minuti.

Una volta freddi, prima di servirli spolveriamo di zucchero a velo.

I nostri buonissimi calcioni sono pronti, gustiamoli con un sorso di arancello o limoncello.

Buonanotte

Buona vita, buoni calcioni di pecorino e ricotta con le pere ❤️

Vincisgrassi e la festa di s. Pietro e Paolo

Festa dei Santi Pietro e Paolo, una data che non posso scordare per molti motivi!

Sono passati molti anni quando a Corridonia questi due santi si festeggiavano alla grande, prima con la parte religiosa poi con quella civile.

Non è stata colpa della pandemia, ma della spopolazione e dell’invecchiamento della gente del posto se non c’è quasi più traccia di questo evento.

La città che porto nel cuore, non è più la stessa, come il nostro paese, è diventata un posto dormitorio e niente di più. Supermercati e vacanze altrove ed esigenze varie, hanno preso il posto della tradizione popolare e festosa.

La chiesa e la società non hanno più bisogno di spiritualità né di feste religiose né di tradizione. Nella superstizione popolare si crede che s Pietro e Paolo, devono essere implorati e pregati contro ogni calamità e malattia, specialmente per gli animali colpiti e non solo che potrebbero perdere la vita in pochi giorni, recitando otto Pater noster, e quattro volte il Credo, la grazia arriverà certamente.

Ma ahimè, sono convinta che potrà passare per il padre nostro ma per il credo ho mooooolti dubbi.

Sam Bietro e Sam Bàolo faciàteme la grazia!

Persa ogni tradizione e abitudine, resta solo il pranzo di festa, in tavola non devono mancare “li vincisgrassi” e con crosta “scrooccarella!

Buon onomastico a tutti!

Quel che è stato è stato, s. Pietro e Paolo i conti li faremo lassù!

E se debbono essere i nostri vincisgrassi, bisogna rispettare la tradizione e la sua ricetta che non è uguale a quella delle comuni lasagne.

Devono esserci diversi tipi di carne, di vitello, di rigaglie e creste di gallo, fegatini, animelle e cervella che io non metto, schienale di maiale, vino bianco secco, latte e brodo odori e prosciutto tagliato a dadini, pomodoro e conserva , funghi a piacere e l’olio extravergine di oliva e lardo battuto. Un sughetto un po’ “leggero”! Più la besciamella e molto formaggio grattugiato.

Per la pasta fresca all’uovo la ricetta prevede anche il vin santo, farina e semolino ed una noce di burro.

La vergara, la massaia di una volta, deve alzarsi all’alba per preparare il sugo, è un rito da fare nel silenzio e senza la presenza di alcuni.

Dopo aver fatto il battuto di lardo, si comincia a preparare il sugo mettendo nel tegame di terracotta l’olio ed il lardo, il burro, la carota, il sedano, cipolla ed l’aglio, piano piano si lascia rosolare, si uniscono il prosciutto crudo a pezzetti, la carne macinata anzi meglio tagliata con il coltello, i funghi e tutte le rigaglie degli animali dell’aia. Si uniscono sale e pepe e si lascia ben rosolare, si sfuma con il vinsanto e dopo averlo fatto evaporare, si prosegue la cottura unendo la passata di pomodoro, la conserva, il latte ed il brodo. Per ultimo si uniscono le animelle ed il cervello…..io non potrei mai!!!

Il sugo deve bollire gentilmente per ore, si tolgono le rigaglie che devono essere tagliate a piccoli pezzi.

Si fa la besciamella con latte farina burro e noce moscata.

Si fa la pasta fresca e una volta tagliata a grandi quadrati, si lessa nell’acqua bollente salata e si lascia asciugare sopra le candide tovaglie magari di fiandra usate solo nelle grandi occasioni.

Si prende una lastra di ferro o una pirofila ai nostri tempi, si imburrano e giù, altre calorie e grassi, si dispongono i quadrati di pasta, si ricoprono con il corposo sugo, si velano di besciamella ed un altro strato di sugo, si spolvera di formaggio grattugiato e finalmente l’ultima botta di vita, fiocchetti di burro disposti qui e là. Gli strati devono esserne otto. Si mettono i vincisgrassi a cuocere in forno caldo a 180 gradi per quasi un’ora! Servire bollenti da bruciare la lingua.

Non so quanto potrebbe essere facile oggi, fare un piatto così complicato e calorico, ma una volta tanto si potrebbe provare, sempre se si ha uno stomaco di ferro!

I vincisgrassi sono il monumento alla cucina marchigiana!

Buona vita, buoni vincisgrassi ricetta tradizionale maceratese ❤️

Ravioli di ricotta di capra con sugo di carne ed involtini

C’era una volta il sugo di casa di un ramo dei Natali, perché nel mio paese ce ne sono diversi, fatto senza carne macinata.

Capitava che il birbante macellaio del paese, ti rifilasse delle fettine di carne a detta dello stesso, ottime, che invece quando andavi per metterle in padella con olio ed aglio per una cottura veloce, queste erano piene di venature e tanto dure che alla fine ti ritrovavi una serie di solette di scarpe vecchie.

Ecco questo è successo a noi. Io l’ho detta qualche parolaccia e avrei voluto buttarle sulla spazzatura. Poi mi sono ricordata che mia madre camuffava le fettine facendole diventare degli ottimi involtini mettendoci la mortadella, l’emmentaler e la carota. Chiudeva con lo stecchino e via per fare un buonissimo sugo per i ravioli oggi di ricotta di capra.

E ringraziando mia madre brava e paziente donna, il pranzo è stato salvato……..e beata pazienza anche la mia!

I ravioli sono stati fatti con farina 0 e di semola rimacinata di grano duro ed uova di galline felici, il ripieno con la ricotta di pecora, uova, parmigiano reggiano, noce moscata, buccia di limone ed erbe aromatiche timo ed erba cipollina.

Il sugo come si fa in ogni casa, odori, spezie, carne macinata e gli involtini. Pomodori pelati e concentrato di pomodoro.

Buona vita, buoni ravioli di ricotta ❤️

Créscia de casció pasquale

In questo nostro diario di famiglia ci sono diverse ricette di créscia o pizza di formaggio pasquale tradizionali del nostro territorio maceratese.

Ce ne sono a lievitazione naturale e con lievito di birra.

Questa è la ricetta facile e veloce da fare in poco tempo ed è di ottimo risultato. Provate e vedrete!

Avviamoci alla s. Pasqua sperando di avere un po’ di pace anche se al chiuso delle nostre case.

Non si può rinunciare a Pasqua alla “pizza de cascio”da mangiare anche a colazione la mattina della festa insieme ai salumi marchigiani. In una giornata si può fare impastando 500 di farina 0 con una bustina di lievito di birra disidratato, un cucchiaino di zucchero o miele, 4 uova e acqua quanta ne serve per ottenere un impasto morbido, si uniscono noce moscata, pepe, buccia di limone e 60 gr di olio extravergine di oliva, 150 gr di formaggi misti fra pecorino, anche di capra, parmigiano reggiano e altri 50 gr di formaggio a cubetti. Una volta ottenuta una pasta setosa si forma una palla, si mette a lievitare fino al raddoppio, si sgonfia e si rimette a lievitare ancora. Si sgonfia di nuovo e si forma la palla per l’ultima volta. Si mette nello stampo unto a lievitare fino al raddoppio. Si lucida con un uovo sbattuto e si cuoce a 170 gradi ventilato per quasi un’ora. Lasciare a raffreddare nel forno spento! Buona ve lo assicuro! Non ci credete???

Abbiate fede!

Buona vita, buona créscia de casció pasquale ❤️

Diario alimentare del tempo di coronavirus

Ventinovesimo giorno di reclusione.

Non c’è tempo migliore per dar fondo al surgelatore, una fatica non da poco, pezzo dopo pezzo, si tira fuori, si controlla, si scarta se c’è qualcosa da buttare, si cucina ciò che sta per scadere.

C’era il cinghiale che cucinato in bianco stava bene con le pappardelle, ma per farle c’era bisogno di alzarsi presto, cosa che a me non passa nemmeno per la mente.

Di questo tempo, non si chiude un occhio la notte. Allora? Spaghetti o così o cosà!

Per cuocere la carne di cinghiale, bisogna metterci tempo e pazienza. Dopo averlo tagliato a pezzetti, si deve farli frollare nel vino rosso con tutti gli odori. Alloro, cipolla, sedano, carote, erbe aromatiche bacche di ginepro. Si lascia così tutta la notte, la mattina, si tirano su i pezzi dal vino, si mettono a rosolare nell’olio extravergine di oliva, si toglie l’acqua che tira fuori la carne per evitare che questa abbia sapore troppo selvatico. Si rimette olio extravergine di oliva ed ancora a rosolare insieme a tutti gli odori della frollatura e alla carne macinata di vitello.

Attenzione non bisogna usare il vino nel quale era stato a bagno risulterebbe forte di sapore e di odore.

Una volta bello rosolato, si finisce la cottura con acqua o brodo caldo.

A parte cuocere le pappardelle e condirle con il cinghiale e parmigiano reggiano.

Buona vita, buone pappardelle al ragù di cinghiale. ❤️