Petriolo

LA FIERA DI S. MARCO A PETRIOLO

C’era una volta la festa del patrono di Petriolo, s. Marco, c’erano la festa patronale e quella religiosa, c’era il giorno della Cresima con il vescovo che arrivava da Fermo sempre in ritardo come un principe.

C’erano le bancarelle di abbigliamento, di casalinghi, di formaggi e di salumi, di frutta fresca e secca con “le téche marine”, le carrube e le verdure con le primizie della primavera.

C’erano quelle di musicassette e di dischi, di bigiotteria, di scarpe e borse, di pesciolini e di palloncini.

C’era “Lu maccaronà” grande amico di mio padre, che veniva dalla macina di Mogliano, con “lu vàngu” il banco di mobili di vimini e di giunco ed i casalinghi, ferramenta ed oggetti in ferro battuto.

C’erano le bancarelle di fiori ed ortaggi da trapiantare, dopo la festa di s. Marco si mettevano in terreno i pomodori.

C’erano la zingara che leggeva la mano e l’omino con l’organetto, con il foglietto della fortuna, c’era la giostra con il tiro a segno, c’era l’odore di porchetta di Attilio “lu macellà”.

C’erano le corse dei bambini su e giù per le bancarelle per la frenesia e l’indecisione di scegliersi il giocattolo più bello e moderno.

C’erano i negozi e le vie del paese piene di gente, di odori e di suoni.

Non c’è più niente! Nemmeno un miracolo potrebbe riportare in vita l’intero paese ed il resto è noia!

Buona vita si spera!

LA TERRA E L’ORTO GIARDINO SCAPIGLIATO

“Leggetela. É bellissima”*
Un contadino stanco della solita routine quotidiana, tra campi e duro lavoro, decise di vendere la sua tenuta…
Dovendo scrivere il cartello per la vendita decise di chiedere aiuto al suo vicino che possedeva delle doti poetiche innate…
Il romantico vicino accettò volentieri e scrisse per lui un cartello che diceva:
“VENDO un pezzettino di cielo, adornato da bellissimi fiori e verdi alberi, con un fiume dall’acqua così pura e dal colore così cristallino che abbiate mai visto…”
Fatto cio’, il poeta dovette assentarsi per un pò di tempo, al suo rientro però, decise di andare a conoscere il suo nuovo vicino.
La sua sorpresa fu immensa nel vedere il solito contadino impegnato nei suoi lavori agricoli.


Il Poeta quindi domandò:
“Amico non sei andato via dalla tua tenuta?”
Il contadino rispose sorridendo:
“No, mio caro vicino, dopo aver letto il cartello che avevi scritto, ho capito che possedevo il pezzo più bello della terra e che non ne avrei trovato un altro migliore.”
✨ Morale della favola.
Non aspettare che arrivi un poeta per farti un cartello che ti dica quanto è meraviglosa la tua vita, la tua casa, la tua famiglia e tutto ciò che possiedi…
Ringrazia sempre
per la salute che hai,
per la vita che vivi,
per la caparbietà che hai nel lottare per andare avanti…
Apprezza questo pezzettino di cielo che è la tua VITA.
Il tuo risveglio al mattino è la parte migliore,
“ALZATI, hai un’altra OPPORTUNITÀ” ❤
Nasciamo per essere felici
“NON PER ESSERE PERFETTI”
I giorni buoni ti danno
LA FELICITÀ
I giorni cattivi ti danno
L’ESPERIENZA
I tentativi ti mantengono
FORTE
Le prove ti mantengono
UMANO
Le cadute ti mantengono
UMILE
Non lo so chi l’abbia scritta ma è bella semplice e vera, da condividere come un pezzettino di gioia. 🍀🍀


Questo per far capire che anche in un orto giardino scapigliato, si può trovare un pezzo di gioia!
Il gelsomino marzolino bianco e rosa, profuma già tanto, però mi sembra di trovarmi al camposanto.

I fiori spontanei ed il verde degli alberi.

Questioni di idee!

LA PASQUA A TAVOLA A PETRIOLO

Le uova in questa ricorrenza avevano, come oggi hanno, gran parte uso, anzi un detto popolare dice che le galline di questo tempo, anche le più restie, sono generose.

‘Gni trista pollastra

fa l’oê de Pasqua

E l’uovo pinto furoreggiava; non

quello di cioccolato affatto sconosciuto. Le uova si dipingevano avvolgendole di

verde e fiorellini sul guscio, ricoperti poi di un velo di cipolla, che dava il colore giallo,

e di carta colorata perché dei fiori e delle foglie ne restasse l’impronta; il tutto veniva

ricoperto di ritaghi di stoffa; così imbacuccato l’uovo veniva messo a bollire nell’acqua.

Con le uova pinte la mattina di

Pasqua si giocava a “pizzetta o come altrove si diceva « a scoccetta»: tale gioco consisteva nel picchiare pizzo contro pizzo dell’uovo o fianco contro fianco; l’uovo che prima cedeva era perso e andava in possesso di colui che possedeva l’uovo più resistente,

Spesso si ricorreva ad inganni,

avendo uova di pietra perfettamente imitate; ciò dava luogo a baruffe.

Altro giuoco era quello di lanciare da determinato luogo in pendenza, alla stessa altezza, due uova; quello che prima raggiungeva la mèta era vincitore.

Ma dove la Pasqua maggiormente trovava la sua affermazione era nella mensa. Tre erano i giorni di festa e in questo tempo si servivano pietanze e dolci fuori dell’ordinario. Era forse una necessità del corpo (sottomesso a digiuni severissimi durante la Quaresima) che bramava un po’ rifarsi dopo tanta lunga astinenza,

Dava, dirò così, il tono alla ricorrenza Pasquale l’agnello, l’uovo e il formaggio, che poi avevano il predominio nel desco popolare.

I campagnoli tenevano assai a far colazione, la mattina di Pasqua, con la coratella dell’agnello e le uova; era una specie di devozione. A desinare si incominciava, cosa insolita dall’antipasto, si finiva il vecchio salato e si assaggiava il nuovo, indi tagliolini di casa in brodo ovvero minestra di fette di pane indorate con le uova battute, cosparse abbondantemente di formaggio inzuppate nel brodo di gallina. Nota mia, mia madre era solita farla questa minestra preferendola ai cappelletti fatti in casa. L’agnello variamente preparato era il piatto prelibato e simbolico della mensa Pasquale;

altra portata di prammatica era la frittata di uova con la mentuccia così nel paesello Petriolo: a Macerata usava la frittata con « l’erba dell’oe », come la chiamavano, che poi era la borragine.

Fra i dolci il posto d’onore avevano le ciambelle, ma erano fatte di pasta e uova, quindi non proprio dolci; la palomba pasquale (palomma), a Petriolo « lu rocciu» fatto di pasta di ciambelle, intrecciato come corda. Le pizze profumate di formaggio avevano grande nome fra le ghiottonerie della Pasqua, così i « piconi » con la ricotta.

Nella seconda festa si costuma (andare a parenti) si andava cioè a trovare i congiunti recando loro pizza, ciambelle, piconi, salato ed altro; ciò avveniva nel pomeriggio; molti però andavano a trascorrere con loro l’intera giornata.

La terza festa era far merenda in campagna spesso e volentieri in una località prestabilita dove s’adunava tutta la popolazione A Macerata, ancor oggi, si costuma recarsi alle “Vergini”.

Quest’ usanza trae la sua origine dall’evangelico fatto quando Gesù, il terzo giorno dopo la sua resurrezione, sotto le sembianze di umile pellegrino, andando da Gerusalemme ad Emmaus, s’incontrò con due dei suoi discepoli e con loro fino al paesello ove fu loro gradito ospite della modesta mensa della sera.

Così i nostri avi vollero rievocare l’apparizione di Emmaus e il sedersi ancora una volta accanto agli uomini per consumare il dono del pane.

Ma il merendare di ieri e di oggi, non ha alcunché di raccolto o di religioso; è una gita villereccia piena di lecite distrazioni che ha più sapore di profano che di sacro.

Spesso, al calar della sera, dopo consumata allegramente la merenda, si dava inizio al suono degli organetti e si allacciava un furioso saltarello. Era l‘epilogo della festa campestre.

Da costumanze marchigiane di Giovanni Ginobili maestro e poeta di Petriolo Macerata Marche

SABATO SANTO

BUONA PASQUA


Il sabato santo recava la gioia
della resurrezione. Si scioglievano le campane che suonavano tutte, a
distesa, e allora i bambini per i prati e dovunque si trovassero facevano capitomboli (cutulozzi). Dice una tradizione popolare che ciò facesse bene contro i dolori di ventre.
Le mamme facevano
far capitomboli anche ai più piccini perché un’antica credenza popolare diceva che sarebbero andati soli assai prima; non solo, ma il sabato santo al suono d’allegrezza delle campane, ai piccoli in fasce venivano ” cavati i piedi.
In questo giorno i campagnoli seminavano (anche se non faceva luna) ogni specie di verdure, cosi i giardinieri nei giardini, qualsiasi fiore; la risurrezione di Cristo dà
vita ad ogni essere. Guai, però, se fossero nati i pulcini durante la settimana santa fino al sabato; sarebbero stati tanto cattivi.
Nel pomeriggio di questo giorno
il prete, andava a benedir le case; recava pace alla casa
ed ai suoi abitatori.
Allora si faceva trovare
la mensa imbandita di tutti quelli
che dovevano essere i doni che avrebbero rallegrato le famiglie
il giorno santo della Pasqua, perché il sacerdote tutto
benedicesse.
E sulla mensa appariva il tradizionale agnello, uova pinte, i dolci di occasione: ciambelle fatte di uova e farine,pizze di formaggio o dolci, la palomba,
in alcuni luoghi lu rocciu fatto della stessa pasta delle
ciambelle, che era il dono preferito de fangiulli. Nulla però si toccava quel giorno.
*La domenica di resurrezione, la
Pasqua, che dava adito a mille nuove e significative consuetudini popolari tutte belle e piene di poesia,
la ricorrenza del trionfo di Cristo
sulla morte, e nessuno potrà mai
ridire quanto fosse attesa da tutti, specie dai più piccini, metteva fine all’astinenza e al digiuno tanto rigorosamente osservati.
Ancor oggi si conservano e si osservano molte delle consuetudini descritte, ma, a poco a poco, sempre più si vanno pardendo, Non andrà a lungo che quello che fu la
millenaria, bella e singolare tradizione di ogni nostra regione, finirà per scomparire totalmente. Allora sarà cero ai posteri poterle
conoscere attraverso gli scritti.

Tratto da Costumanze Marchigiane di Giovanni Ginobili maestro e poeta di Petriolo

Seconda raccolta

Buona Pasqua e buona vita!

Dolci e salati tipiche preparazioni pasquali

Créscia de càscio

Lu rocciu

Caciù dóce de pecorì

Créscia dóce al Varnelli

Cresce dóce con la fiòcca

Colomba pasquale

LA PREGHIERA DELLA SETTIMANA SANTA

Tempo di Pasqua a Petriolo

La preghiera della settimana santa di una povera donna della provincia di Macerata; lo apprese nella sua infanzia dalla nonna,illetterata, che abitava in campagna.

Carissimo mio fijo, che ne sarà di voi lu lunnidi sandu? Carissima mia mamma, sarò un povero pilligrino.

Carissimo mio fijo, che ne sarà di voi lu martidì sandu? – Carissima mia mamma, sarò un profeta.

Carissimo mio fijo, che ne sarà di voi lu mercurdì sandu? Carissima mia mamma, sarò un povero cavalliere.

Carissimo mio fijo, che ne sarà di voi lu giuidì sandu?

Carissima mia mamma, starò nell’orto e ssudo sangue.

Carissimo mio fijo, che ne sarà di voi lu venardì sandu? Carissima mia mamma, starò sul legno de la sanda croce.

Carissimo mio fijo, che ne sarà di voi lu sabbetu sandu?

Carissima mia mamma, sarò patró e redendóre di tutto il mondo.

Se quarcuno sapesse questa ‘razione, la dicèsse tre vòrde al giorno la settimana sanda, nòe (nove) vorde lu sabbutu sandu, ci-avesse tandi peccati per quandi fili de rena sta ner mare pure li vorrebbe perdonare.

PANE DELLA DOMENICA DELLE PALME

LA PASCIO’ DE JISU’ CRISTO


Durante la settimana di Passione, precedente quella delle Palme, comitive di canterini, composta ogni una di non più di tre elementi, si riversano per la campagna per ricordare la Passione e la morte del Redentore, il dramma divino dell’umana redenzione.
Lo strumento musicale che accompagna il canto è l’organetto, ma nel maceratese, se pur non sempre, si aggiungono il tamburello ed il triangolo.
Recano, come in occasione del canto della passione dell’anime
purganti, la catàna per deporvi le uova che i campagnoli donano. I canterini propriamente detti sono due; è escluso il suonatore dell’organetto ; essi si alternano nel canto delle strofe e tra l’una e l’altra l’armonica esegue breve interludio,
improntato al saltarello.
Tutta la famiglia si riunisce sull’aia all’apparire dei canterini,
e ascolta con grande raccoglimento e devozione la sequenza delle sofferenze del Dio fatto uomo, spesso a mani giunte e perfino in ginocchio.
‘Anche di questo canto si hanno diverse lezioni; rileviamo che
una cantata, nelle quale sono narrati gli avvenimenti susseguitisi nelle diverse ore, è chiamata « L’orologio della Passione ».
E’ inutile dire che l’usanza viveva nell’intera nostra regione.

Da popolaresca marchigiana di Giovanni Ginobili maestro e poeta dialettale di Petriolo.

Come per ogni domenica delle Palme, noi facciamo il pane incoronato con i rami d’ulivo benedetti alla messa della stessa giornata.

Buona vita, buona settimana santa!

ALBERO DI PASQUA FARFALLE

Il mio lavoro all’uncinetto ieri, oggi e domani?

Le farfalle brano di Sangiovanni

Hai una casa un po’ piccola, sembra fatta per te
È diventata la nostra da quando hai appiccicato
Tutti i momenti-i che hai passato con me-e-e
Sopra il frigorifero (sopra il frigorifero) c’è la mia faccia

E mi fa ridere che sono da tutte le parti
Girando gli angoli di questo mondo 
Non posso trovarmi in un luogo migliore
Se non tra le tue braccia, in mezzo a tutte le luci
Noi siamo gli unici con le tapparelle chiuse

E non l’ho detto a nessuno
Che ho perso la testa e sono pazzo di te
Non volano farfalle
Non sto più nella pelle
Ho perso le emozioni me le ritrovi tu?
Da questa notte
No, no non voglio stare male
Dammi due ali per volare
Sei una boccata d’aria-ia

Hai un elastico tra i capelli
Per tenerci legati
Non ho nulla a parte te
Che mi faccia respirare
Sei una botta di ossigeno in mezzo all’industria
La vita è un po’ tossica, strappi un sorriso
Quando mi guardi con quegli occhi lucidi
Non sento i limiti nel mio futuro

E non l’ho detto a nessuno
Che ho perso la testa e sono pazzo di te
Non volano farfalle
Non sto più nella pelle
Ho perso le emozioni me le ritrovi tu?
Da questa notte
No, no non voglio stare male
Dammi due ali per volare
Sei una boccata d’aria-ia

Volano farfalle sulle lampadine
Attratte come fosse la luce del sole
Come me che tra miliardi di persone
Vengo verso di te

Non volano farfalle
Non sto più nella pelle
Ho perso le emozioni me le ritrovi tu?
Da questa notte
No no non voglio stare male
Dammi due ali per volare
Sei una boccata d’aria-ia

Sei una boccata d’aria-ia

Fonte: LyricFind

ÓU PÍNDU (uovo dipinto pasquale)

« A pizzetta »O ” a ciocchetta” o a scoccetta

Altro gioco del tempo di Pasqua era quello di giocare a pizzetta
o come altrove si diceva « a scoccelta » e in quel di Pen-
ma S. Giovanni a “cioccarella” Da quanto diciamo questo giuoco era praticato in gran parte del Piceno.
Si trattava dell’uovo sodo dipinto “Óu pìndu “, col quale si giuocava.
I giocatori in questo caso non potevano essere più di due. Tirata la conta uno doveva «tené’ sotto» il proprio uovo, l’altro picchiava ‘(ncioccava).
Si poteva incioccare,
convenendo, pizzo con
pizzo, fianco contro fianco ecc. L’uovo che prima cedeva era perso e andava in possesso di colui che l’aveva più resistente.
Altro giuoco era quello di far correre le uova sode per una
pendenza, l’uovo che prima raggiungeva la meta stabilita o andava più lontano era vincitore. Il proprietario intascava quello
suo avversario.

Echi tradizionali dei fanciulli marchigiani di Giovani Ginobili maestro e scrittore a Petriolo (Macerata) Marche