𝟮𝟴 𝗡𝗢𝗩𝗘𝗠𝗕𝗥𝗘 𝟮𝟬𝟮𝟭 Di Natale si soleva fare tanto pane che potesse arrivare fin dopo l’Epifania, e questo in campagna, perché v’era il pregiudizio che altrimenti sarebbero andati a male tutti i polli. La sera innanzi la massaia preparava il lievito (mittìa lu lèvutu), mescolandolo con la farina fino a farlo diventare un impasto che poneva in una terrina (tarìna) o in un qualche altro recipiente, che poi veniva chiuso nella madia (màttara) al riparo dal freddo; d’inverno si chiudeva là dentro anche uno scaldaletto (scallaléttu o mònnaca), affinché favorisse la lievitazione. Dopo aver impastato lievito e farina la massaia, con la punta del coltello, vi incideva un segno di croce e, con la mano destra, per tre volte segnava l’impasto col segno della croce: era un vero e proprio rituale di rispetto verso il cibo e di augurio di buona salute a chi l’avrebbe mangiato.
Negli alberi, nelle loro chiome, sotto sontuose vesti di foglie e sottane di luce, sotto i sensi, sotto le ali, sotto gli scettri, negli alberi si cela, respira, palpita una vita quieta, sonnolenta, un abbozzo d’eterno. Prosperi reami crescono nell’ambone delle querce. Gli scoiattoli corrono, immobili come piccoli tramonti rossi nascosti sotto le palpebre. Ostaggi invisibili formicolano sotto i gusci delle ghiande, gli schiavi portano cesti con frutta e argento, i cammelli oscillano come studiosi arabi sopra i loro manoscritti, i pozzi bevono acqua e aceto, l’acerba Europa stilla come resina dal legno, Vermeer dipinge vesti e una luce che non va scemando. Sotto la cupola del circo danzano i tordi. Slowacki già abita a Parigi e gioca perseverante in borsa. Un ricco si infila nella cruna d’un ago e geme, ah, che tortura, Socrate spiega ai cercatori d’oro che cos’è la menzogna, che cosa il bene e la virtù. I rematori remano lenti. E lente navigano le barche a vela. I fuggitivi dell’Insurrezione di Varsavia bevono un tè dolce, sui rami asciuga la biancheria, qualcuno nel sonno chiede «dov’è la mia patria». Un veliero verde è fissato a un’ancora arrugginita. Un coro di anime immortali prova una cantata di Bach, in silenzio. Accanto, su un angusto divano, dorme, stanco, capitan Nemo. Un picchio trasmette un telegramma urgente con la notizia della conquista di Cartagine e del Boston Tea Party. La donnola non si tramuta affatto in lady Macbeth, nelle chiome degli alberi non esistono rimorsi. Icaro serenamente affoga. Dio riavvolge il nastro. Le spedizioni punitive rientrano in caserma. Vivremo a lungo negli intrecci di un arabesco, nel balbettio dell’allocco, nel desiderio, nell’eco senza casa, sotto sontuose vesti di foglie, nelle chiome degli alberi, nell’altrui respiro.
Alla prima pioggia di agosto ogni povero villano si ricopre perché incomincia la stagione fredda!
Detto popolare contadino petriolese!
Ma il profumo del brodo di pollo che c’è in casa in una giornata piovosa e fresca di quasi fine agosto, non è già un preludio della stagione autunnale che sta per arrivare?
I colori cominciano ad assumere tutti la stessa tonalità del rosso, arancio, giallo, senape, mattone, nocciola e marrone scuro come i nuovi e buoni frutti autunnali.
La voglia di stare in casa, il bisogno di sorseggiare bevande calde, un te ai frutti di bosco, una tazza di squaglio magari con due biscotti alla cannella, il profumo del mosto fresco messo a riscaldare con i semi di anici per impastare i biscotti, una minestra fumante, bastano per sperare di ricominciare a vivere lentamente e dolcemente!
Ed intanto ho fatto la minestra con il brodo di pollo infelice: e chi ce l’ha il pollo dell’aia?
La pasta fresca all’uovo fatta con i ritagli delle tagliatelle, calati nella pentola fumante come faceva mia madre che quando tagliava la pèrna (la sfoglia), l’inizio e la fine essendo più corti ed irregolari, li lasciava da parte per cuocerli nella minestra.
Tovaglia di lino del corredo matrimoniale e pizzo fatti a mano.
Semplice e pulita!
Tovaglioli bordò in netto contrasto col bianco.
Piatti con fiori dell’anniversario di matrimonio di molti anni fa, non voglio ricordarli!
Ortensie, rosmarino e fiori celesti di Plumbago per decorare e profumare!
La cena dei compleanni dei miei figli era a base di pizze e torte salate, un arrosto freddo alla senape con insalata e per finire la nostra amata cheesecake cremosa di frutti di bosco e cioccolato fondente!
Anche l’ottavo mese dell’anno, cui il Senato romano volle dare il nome di Augustus, in onore dell’Imperatore Cesare Augusto, ha savi consigli per l’agricoltore.
Zappa le viti d’agosto se vo’ rimpì’ la cantina de mosto!
Tradizione popolare marchigiana di Giovanni Ginobili maestro a Petriolo.
Nella festa del Battista si suole ancora oggi fare un’acqua odorosa: è usanza superstiziosa e gentile cui tutto il popolo marchigiano tiene assai.
Nella notte precedente la ricorrenza del santo si raccolgono fiori determinati, erbe odorose, una spiga di grano, l’erba dell’invidia ed uno spicchio di aglio;
si tiene tutto a bagno in un recipiente per l’intera notte. La mattina appresso, all’alba, le mamme lavano con quell’acqua i loro figlioli per tenerli lontani dal malocchio, della stregoneria, dall’invidia.
Torna in mente il bellissimo sonettò che su tale argomento scrisse la nota scrittrice Alinda Bonacci Brunamonti e ben volentieri riportiamo la prima strofa in cui sono elencate le erbe prescritte per tale acqua prodigiosa.
Le cimette io cogliea della mortella, spigo, timo, cedrina, e vigorosa menta, con rosmarino e nippitella foglie di noce e qualche ultima rosa.
Altrove si mette anche foglie di lauro e di quercia; l’aglio ha influsso contro la stregoneria.
Al mio paesello, a Petriolo, era pia consuetudine andarsi a bagnare nel torrente Fiastra. I paesani partivano in massa verso le ore 21, per trovarsi al torrente e tuffarsi nell’acqua alle ore 22 precise.
E questo un ricordo del fiume Giordano, ove il Precursore predicava penitenza al popolo di Israele e dove battezzò Cristo al primo suo uscire alla vita pubblica.
È salutare simile bagno, giacché l’acqua è benedetta dal Santo; non solo ma altrove conducono anche le pecore perché donino abbondanza di latte e di lana , e le mucche.
E molti che vanno soggetti a dolori reumatici tornano dal fiume recando una pietra che conservano fino all’anno dopo; essa ha la virtù.
Nei tempi più lontani il contadino, all’alba mandava tutte le bestie a pascolare, come in alcune parti avveniva il 3 di maggio nella ricorrenza di Santa Croce; l’erba ha la rugiada (la guazza) del Santo e ciò è salutare per le bestie; non solo , ma è credenza che per virtù di detta rugiada benedetta l’umore ( il sudore) della vite, si tramuti in mosti e che tale umore guarisca anche gli sfoghi della pelle.
È il tempo della mietitura; della santa solenne festa dei campi.
Un proverbio annuncia che di s. Giovanni si miete qua e là; si smacchia.
S. Gióanno;
pija la farge e va spuntanno.
Dunque è la ricorrenza di questo santo che dà il via alla tanto pesante , ma pur lieta opera della mietitura.
San Pietro;
pija la farge e mète.
È interessante conoscere i bei motivi fantasiosi della tradizione marchigiana, oggi quasi completamente spariti. Descriverli non ci sembra ozioso, specie poi, se si pensi che di sovente si leggono in riviste e quotidiani, descrizioni completamente errate o piene di tanta confusione da deformare e svisare indegnamente quella che è la più bella, la più cara, la più eletta creazione popolare, quella che è la sapienza della feconda gente marchigiana.
Tratto da Costumanze marchigiane (2raccolta) del poeta scrittore Giovanni Ginobili maestro a Petriolo.
Io so giugno che mèto lo grano, mèto col sole li monti e lo piano; mèto li campi buttando sudore, tra l’altri mesi me sendo mijore.
Un notissimo adagio invita il contadino a prendere la falce!
Giugno, la fàrge ‘n pugno!
Esso invita alla bramata pur dura fatica.
I contadini, ricoperti da larghi cappelli di paglia, nell’allegria più serena, cantano belle stornellate, cantano a tenzone, lanciando al vento le canzoni tipiche della mietitura; popolano i campi d’oro!
È questa la descrizione che la poesia popolare fa del sesto mese dall’anno.