Autore: sunusaix

PANINI VELOCI (CAZZOTTINI AI GIRASOLI)

Non avevamo più pane, quello con il lievito madre era troppo tardi perché la lievitazione doveva essere di una notte, che potevo fare? Andare a comprarlo no, non mi piace più dopo 13 anni di panificazione in casa, il pane comprato non è esiste, cercherò di poterlo ancora fare finché avrò vita.

Un paio di cazzottini con i semi di girasole fatti in batter d’occhio ed il pane è in tavola!

Buoni buoni!

Ho impastato 500 gr di farina 1, può essere anche 0 o 00, meno di un cucchiaino di lievito di birra disidratato, mezzo cucchiaino di zucchero e di sale, un cucchiaio di semi di girasole, tre cucchiai di olio extravergine di oliva e 350 grammi acqua.

Ho messo raddoppiare in forno con la luce accesa. Ho sgonfiato e tagliato a cazzottini, ho fatto lievitare ed ho cotto a 180 per una ventina di minuti.

Buoni per la marmellata e per il prosciutto. Se il pane è fatto con il lievito di birra non moriremo per questo! Ora ci sarà la guerra che potrebbe farci la pelle……a tutto il mondo intero!

Oggi è quaresima, facciamo un pasto sobrio se non riusciamo a fare digiuno e prima cosa su tutto, preghiamo!

Buona vita, buoni cazzotti di pane!❤️

Sarà quel che sarà!

CARNEVALE A PETRIOLO (PITRIÓ MMIA)

Era usanza di tutti i nostri paesi marchigiani che l’ultimo giorno si facessero i funerali al Carnevale rappresentato da un madornale pupazzo ripieno di paglia ricoperto di cenci.

Nella piazza maggiore del paese, ove si radunava il popolo, suolevasi erigere un palco. La brigata in maschera appariva e faceva baccano indicibile, portando un’onda di chiassosa allegria; tanta da non far sentire talvolta il gelido vento che soffiava e sferzava il viso. Motti ridicoli, gesti esagerati e burloni, strumenti musicali grossolani adatti solo a far rumore, muovevano le risa del popolo presente. Sul palco avveniva l’ultima mangiata di mangiata di maccheroni, che offrivano anche al morituro Carnevale, e che tenevano (questo avveniva a Petriolo), tanto per far senso sugli spettatori, in vasi per uso facilmente immaginabile.

Oltre alle maschere, lo stesso popolo, specie i ragazzi e i giovani, mandavano a squarciagola urla, grida indecifrabili e se sapevano che le maschere avevano confetti onde spingerle a gettarli, gridavano a tutto fiato:

E Li maschiri sinze convétti va sonenne li scallaletti,

Quando poi brigate mascherate indugiavano nelle case o in qualche ritrovo, onde tirarle fuori, si soleva vociare: «foril fori! fori!»,

La piazza presentava, col suo inusitato affollamento, un colpo d’acchio d’eccezione. Se poi le maschere gettavano confetti, tra la folla allora avveniva indescrivibile parapiglia: si levavano da essa urla, grida da bolgia infernale.

Quando tutte le maschere erano sul palco, nel pomeriggio, si procedeva al processo contro il Carnevale per cui veniva condannato a morte e al rogo.

Si apriva allora l’ugola ad un canto funebre. Era il popolo che lamentava la dipartita del gaio Carnevale per dare posto alla dura Quaresima. I nostri padri invero osservavano rigorosamente i quaranta giorni di digiuno e di astinenza che precedono la Pasqua all’idea di passare dalla spensieratezza e dal tripudio al raccoglimento e alla più severa penitenza, non si sapevano adattare a cuor contento e in tono lugubre cantavano:

Carnuà’

non me lassà’

ché non pòzzo dejunà.

Quaresima pizzuta

perché ce sci vinuta?

Le foje e li spinaci

é cose che non mme piace;

le gajine e li cappi (capponi)

é cose che mme piace de più.

OhI…. Ah!.. Ih!.. Eh!..

Erano grida di dolore che emettevano i piagnoni. E si proseguiva:

È mortu Carnuà’!

Chi lu sottererà?

La compagnia de Li gobbi

farà la carità.

Oh!….Ih!…..Ah!…..Uh!….

Così allora del vespero, con torce a vento, con lampioncini appesi a bastoni, fra una marea di popolo, Carnevale morto, portato a spalla dai necrofori, veniva condotto per le principali vie del paese; indi facevano ritorno sulla piazza ove, a notte già scesa e al lume delle torce e dei lampioni si appiccava il fuoco al Carnevale che vedeva cosi finire la sua vita di tripudio e di sollazzo nella condanna del rogo. Racchiudeva, quest’atto un significativo morale?

Non lo sappiamo; per certo era quella l’altima espressione delle pazzie del Carnevale marchigiano che lasciava in tutti un senso di accorata nostalgia per aver creato amori e delusioni, buon umore, allegria, spensieratezza, ma tutto solo per breve tempo:

Finitu Carnuà, finitu amore;

finito de magnà’ le castagnole.

Giovanni Ginobili maestro e poeta dialettale a Petriolo.

Tutto questo è solo un racconto antico di quando il carnevale era una pausa momentanea che serviva per scacciare la fatica giornaliera del vivere, era un passatempo per grandi e piccini senza pretese e si chiudeva a mezzanotte quando entrava la quaresima tempo di riflessione e di sacrifici, stati d’animo sconosciuti per le generazioni arrivate dopo.

Stiamo attenti perché potremmo ritornare indietro e sarà dura, molto di più che per quelli di allora! Come diceva mia madre; dal malessere al benessere ci si va bene, ma dal benessere al malessere sarà dura!

Carnevale a Petriolo anno 1967 e la banda con il maestro di musica Zamò!

Le castagnole che chiudevano il carnevale a Petriolo!

Qui la ricetta!

https://farinaefiore.com/2020/01/19/castagnole/

LU VEJÓ DE LE CECÀRE

Grazie a Dio a Petriolo è tornata l’energia elettrica e fu luce e fu caldo!

Sapete perché i dolci di carnevale sono tutti fritti?
Quando non era possibile mantenere i cibi freschi per la mancanza di frigoriferi e congelatori, c’era la conservazione sottaceto e sott’olio, le carni si salavano, le spezie camuffavano sapore ed odore andati avanti. In campagna e non solo, si usava fare la pista, la lavorazione della carne del maiale dalla quale si ottenevano salumi, lardo da soffritto e lo strutto un grasso buono per la frittura. Verso il periodo carnevalesco, vicino alla stagione della primavera, molti di questi prodotti dovevano essere consumati per evitare il loro irrancidimento. Uno in particolare era lo strutto ed allora essendo vicina la primavera e le galline cominciavano a deporre le uova, le “vergare” inventavano dolci fritti di facile esecuzione e con ingredienti a portata di ogni casa. Le sfrappe, le castagnole, le frittele di pane zuccherate in superficie, le ciambelline e gli scroccafusi per i quali la massaia doveva possedere “la dote”.
Si andava a comprare in farmacia la cartina con la dose lievitante giusta per una certa quantità di uova. Gli scroccafusi erano offerti a “ lu vejó de le cecàre”che si teneva l’ ultimo sabato prima di carnevale.
Il manifesto del veglione che veniva affisso per le vie del paese recitava così!

Lu vejó’ de le cecare
Jende tutte de ‘sto munno per godé’ finende ‘nfunno, Pitrió’ ve’’mmita annare ar Vejó’ de le cecare.
Valli, sôni, fiuri, candì, scroccafusi vôni e tandi, vallirì tutti galanti e mijiare de monelle magruline e cicciutelle velle come le papelle….
Tutto questo ve vo’ dare lu vejó’de le Cecare!

Il cartoncino di invito alle signorine del paese suonava così!

Fandelletta caruccetta, più gindile de ‘n-gnardile, Pitriolu ve rengrazia se con tanta vona grazia, venerete ‘mbo’ a sognare ar Vejó’ de le cecare!
‘Ffocherete tra mattate de ‘lligria e de risate, porbio comme fa d’istate le Cecare ‘nnammorate!

Tutte le ragazze dovevano indossare l’abito da sera e tutti i ragazzi il vestito scuro, nessuno escluso pena la non partecipazione al ballo!

Le ragazze dovevano essere accompagnate da un familiare se non erano fidanzate ufficialmente, un fratello, il padre o un cugino erano le loro guardie del corpo, mai potevano permettersi di andare al veglione da sole!

Durante il ballo per tutta la durata oltre a scambiarsi i cavalieri le ragazze più intraprendenti si divertivano a collezionare più giri di ballo provocando la gelosia di quelle più timide che magari restavano anche a guardare. Oltre ad essere offerti gli scroccafùsi, fra un intervallo e l’altro, la sala da ballo veniva investita da una moltitudine di coriandoli e stelle filanti e caramelle, c’era sempre un uomo di una certa età definito “americano” perché offriva a destra e a manca spumante, gingilli vari provocando l’invidia di molti meno fortunati.

Alla fine del ballo, la più bella ragazza veniva eletta Miss Cecàra!

Il veglione finiva all’alba della domenica ultima di carnevale, tutte le ragazze tornavano a casa stanche con i piedi doloranti fasciati nelle scarpe col tacco a spillo e sempre accompagnate con i rispettivi partners.

Il periodo carnevalesco finiva a mezzanotte del martedì grasso quando entrava la quaresima ed era proibito ballare ed ogni divertimento veniva bandito, cominciava il periodo di digiuno ed astinenza delle carni fino alla fine dei quaranta giorni quando arrivava la Pasqua!

Auguriamoci che non sia l’ultimo carnevale né l’ultima Pasqua!

Questa tradizione del veglione più famoso in quel di Petriolo è finita nei primi anni novanta, quando la gioventù era cambiata ed essendo diventata libera ed emancipata non c’era più il bisogno di aspettare il carnevale per andare a divertirsi!

Bene o male, non lo so, so soltanto che di stava da Dio!

Ai posteri l’ardua sentenza! Io posso dire che vorrei poter tornare indietro!

Buona vita, buoni scroccafùsi di carnevale a Petriolo!

SAN VALENTINO

S. VALENTINO TRA STORIA E TRADIZIONE


Tra i santi e beati di nome Valentino che la Chiesa ricorda, il più conosciuto è quello che si festeggia il 14 febbraio, universalmente noto per essere il patrono degli innamorati. Sono pochi i dati storici che lo riguardano. Le notizie più antiche che si possiedono di lui risalgono al V-VI secolo. Secondo queste fonti Valentino era un prete della città di Terni vissuto tra la fine del II e il III secolo. Alcuni ritengono che fosse anche vescovo della città. Decapitato, dopo essere stato imprigionato nel corso di una persecuzione, il suo corpo venne sepolto in un cimitero nei pressi di Terni, al 63° miglio della via Flaminia. Successivamente in quel luogo nel IV secolo si edificò una basilica, più volte distrutta e ricostruita, fino all’attuale, eretta agli inizi del 1600.


Alla Pieve di Castelfranco a lui è dedicato il primo degli altari a destra del presbiterio, sormontato da una pala del pittore castellano Alessandro Revera (1813-1895). Qui, come pure in altri luoghi, la devozione è legata alla protezione del santo sui bambini e sulla loro salute, in particolare contro l’epilessia e i genitori, dopo la benedizione ed il bacio della reliquia, sono soliti appendere sopra gli abiti dei figli una piccola chiave.


Chiave di San Valentino
Il Santo dei bambini e il segno della chiavetta

Narra la tradizione che Valentino possedesse un grande giardino che coltivava e ogni giorno consentiva ai bambini di entrarvi e giocare a patto che non facessero danni. Essendo stato imprigionato Valentino nel corso della persecuzione, i bambini non avevano più un luogo dove andare a giocare ed erano in pianto. Due dei piccioni viaggiatori che il santo possedeva riuscirono a trovare il carcere dove Valentino era rinchiuso e a posarsi alla finestra della sua cella. Al collo del primo piccione legò un biglietto nel quale manifestava il suo amore per i piccoli e al collo del secondo la piccola chiave del cancello del suo giardino. E fu così che al ritorno dei piccioni i bambini poterono tornare a giocare nel parco di Valentino. La chiave di Valentino da allora è divenuta simbolo della benevolenza del santo nei confronti dei piccoli.
d. Stefano Chioa

Buon s. Valentino ❤️

PANE NOSTRO NATURALE

L’avventura di impastare acqua e farina che ogni volta si trasformano magicamente nel cibo più buono che ci sia al mondo, non finisce fino a che ci sarà un po’ di forza nelle mie mani.

Posso ancora ringraziare Dio per questo gesto che più volte alla settimana riesco a fare ed ogni pane che esce dal forno, mi riempie di gioia. Succede, succede anche che qualche volta, il mio lavoro non sia proprio quello che mi aspettavo, le ragioni per una delusione possono essere molte, lievito che perde forza e cambia odore e sapore, un impasto non completamente fatto bene, acqua non giusta di temperatura oppure semplicemente una sbadataggine da parte mia perché come per tutti, non c’è un giorno uguale all’altro. Ma signori miei, questa è la vita!

Ecco oggi, vi mostro alcuni miei pani.

Cambiano forme, ma non cambia la sostanza! Per alcuni ho usato l’acqua di governo delle mozzarelle, per altri anche una parte di yogurt bianco greco!

Sono buoni, sono i miei amori!

Buona vita, buon pane nostro naturale!

Buon s. Valentino ❤️

PASSATELLI DI POLLO E MIGLIO

Volevo fare le polpettine di miglio avanzato, apro il frigo per prendere le uova ed il parmigiano reggiano, ma mi viene davanti del petto di pollo anch’esso avanzato, frullo tutto unendo il pane grattugiato, la noce moscata e guardando l’acqua bollire, mi viene in mente di fare i passatelli anziché le polpettine.

Preparo un sughetto con i pelati ed olio extravergine di oliva, scolo i passatelli li verso nella padella, aggiungo la rucola, una spolverata di parmigiano reggiano e metto in tavola!

Buoni e sostanziosi.

Un po’ di verdura ed una mela ed il pranzo è fatto!

Il miglio sapete come si cuoce, il pollo può essere arrosto, o bollito, tutto questo diventa un piatto diverso e originale e soprattutto serve per fare una cucina riciclosa!

Buona vita, buoni passatelli di pollo e miglio❤️

TORTA DI NOCCIOLE E MANDORLE

Ho copiato questa buonissima torta da un amico greco gourmet che ha studiato in Italia della quale ha un ricordo bellissimo e tanta nostalgia! L’ho conosciuto su Twitter nel primo periodo del covid, quando il mondo era tutto in lockdown, la gente panificava a casa non potendo uscire per comprare il pane e scarseggiava il lievito nei supermercati. Scambiandoci notizie varie, siamo arrivati a consigliarci su come potevamo creare un lievito tipo quello naturale. Da qui siamo partiti ed andando avanti, abbiamo cominciato ad ammirare le nostre ricette. Una di queste è la torta di oggi che mi ha colpito e l’ho voluta rifare copiandola ed aggiungendo solo la mia amata cannella. Per il resto è identica e metto qui il link.

ingredienti per 6 porzioni generose (costo totale circa 9€ con prodotti biologici)

• 200 g (4 medie) uova

• 160 g di zucchero

• 100 g di nocciole + 50 g per la decorazione

• 100 g di mandorle + 50 g per la decorazione

• ¼ cucchiaino di sale

• un pizzico di cremore di tartaro

• zucchero a velo per spolverizzare

Divertitevi a rifarla perché è buonissima! Potete non mettere la cannella ma io vi dico che esalta il sapore della frutta secca!

Questa è la mia foto con la torta quasi appena uscita dal forno!

Buona vita, buona torta di nocciole e mandorle alla cannella! ❤️

CANDELORA

Cannelora; de l’inverno semo fôra;

se ce negne, se ce piòe

ce n’avem quarantanove;

se ce dà sòle e solella

c’è quaranda dì d’invernu!

La ricorrenza della Candelora fu introdotta nel VII secolo dalla Chiesa orientale per festeggiare la presentazione di Gesù al Tempio, quaranta giorni dopo la nascita e la purificazione rituale della Madonna.

La candelora ha origine dalle feste pagane del fuoco e dai riti purificatori del mese di febbraio in cui i Romani chiedevano agli dei fortuna e buoni raccolti. In queste cerimonie di purificazione le donne giravano in processione per le strade con ceri e fiaccole accese, rito mutuato in seguito dalla Chiesa, che però celebrava Gesù, la vera Luce che illumina le genti.

Per questo motivo, in questa giornata si benedicono e si distribuiscono ai fedeli candele alle quali un tempo si attribuivano particolari poteri, infatti si accendevano per scongiurare temporali o per consolare gli ammalati.

Le candele di questa ricorrenza fanno parte dell’uso rituale del fuoco, ripetuto nei falò della festa della Madonna del fuoco in altre regioni e culminanti in quelli innumerevoli che si accendevano all’inizio di Marzo per cancellare l’ultima traccia dell’inverno e propiziarsi la buona stagione.

Questo è il racconto della tradizione.

Questo è il nostro racconto!

Quando eravamo piccoli, il giorno della festa della Candelora, nostra madre come tutti i giorni andava a messa che si celebrava alle sei del mattino, il sacrificio era totale, tempi che ora non si possono capire. Nostra madre tornata a casa, faceva il giro delle camere ed appendeva una candelina sopra ad ogni capezzale del letto e facendoci fare il segno della croce, ci raccontava che quelle candeline dovevano essere tenute da parte per la fine del mondo, quando sarà buio su tutta la terra e l’unica luce sarà la loro. Quella luce terrà accesa la speranza della salvezza eterna!

Noi non eravamo proprio contenti di sentire quel racconto ma serviva per non essere tanto birichini!

Quelle candeline di molto tempo fa, sono custodite gelosamente nella nostra casa materna! Praticamente un secolo fa!

Comunque sia andata, l’insegnamento di nostra madre, è servito a creare persone buone e di sani principi cosa per ora molto rara!

Buona festa della Candelora buona vita! ❤️

FEBBRARITTU

Febbrarittu curtu

è lu mejo de tutti;

ma se se remmè’

pegghio non c’è.

Febbraio avverte che se ci ripensa (se ne remmè’) se rinviene, nessun altro mese è peggiore di lui!

Ma le pazzie del febbraio dipendono un po’ dal mese di gennaio; ché se questo non sfoga quello sarà brutto!

Se gennaio non genneggia,

febbraio mal fa e mal pensa!

Ve ne sono altri di detti interessanti questo mese, tutti significativi che si odono nelle labbra dei nostri vecchi.

Febbraio asciutto, erba per tutto.

Da costumanze marchigiane del poeta e maestro in Petriolo Macerata Marche

Fiori di rosmarino