Autore: sunusaix

I TRE GIORNI DELLA MERLA

Ho trovato questo scritto sulla leggenda dei tre giorni della merla e mi è piaciuto molto e ve lo trascrivo.

La leggenda dei tre giorni della Merla esiste in varie versioni.

E’ una simpatica leggenda che può coinvolgere i bambini più piccoli della scuola materna o delle prime classi della scuola elementare.

Appartiene a quelle leggende popolari che il mondo contadino tramandava di generazione in generazione, per spiegare i segreti delle stagioni e della natura.

Se non la ricordate bene o volete scoprire alcune versioni diversa da quella che conoscete, eccovi qua.

Rilassatevi pochi minuti.

Pronti?

Si parte!

I giorni della merla: varie versioni della leggenda

Cari genitori, nonni o insegnanti, sono sicura chequella che vi propongo per prima è la versione che anche voi conoscete.

E’ quella più famosa e sicuramente adatta per i bambini più piccoli.

Eccola qua.

Perché i merli sono neri

“Dovete sapere che i merli, un tempo, avevano delle bellissime piume bianche e soffici. Durante il gelido inverno, raccoglievano nei loro nidi le provviste per sopravvivere al gelo, in modo da potersi rintanare al calduccio per tutto il mese di gennaio. Sarebbero usciti solo quando il sole fosse stato un poco più caldo e i primi ciuffi d’erba avessero fatto capolino tra i cumuli di neve.
Così, aspettarono fino al 28 gennaio poi uscirono Le merle cominciarono a festeggiare, sbeffeggiando l’inverno: anche quell’anno ce l’avevano fatta; il gelo , ai merli, non faceva più paura! 
Tutta questa allegria, però, fece infuriare l’inverno, che decise di dare una lezione a quegli uccelli troppo canterini: sulla terra calò un un vento gelido, che ghiacciò la terra e i germogli insieme ad essa. Perfino i nidi dei merli furono spazzati via dal vento e dalla tormenta.
I merli, per sopravvivere al freddo, furono costretti a rintanarsi nei camini delle case.
Lì, il calduccio li riscaldò e3 permise loro di resistere a quelle giornate.
Solo a febbraio la tormenta si placò e i merli poterono riprendere il volo.
La fuliggine dei camini, però, aveva annerito per sempre le loro piume bianche: fu così che i merli divennero neri, come li possiamo vedere oggi.”

La merla e il merlo ( racconto della Maremma)

Si racconta che un tempo, una povera merla e suo marito, il merlo, con le piume candide come la neve, stavano molto male.
Erano gli ultimi giorni di gennaio; tremavano per il freddo e non riuscivano a trovare più niente da mangiare.
Allora decisero di rifugiarsi dentro un comignolo per trovare riparo e calduccio.
La merla e il merlo vi rimasero tre giorni interi, ritemprandosi e riuscendo a sopravvivere, mentre i loro compagni , furono uccisi da gelo.
Quando la merla e il merlo uscirono dal comignolo, avevano però cambiato colore: per la fuliggine, erano diventati tutti neri.
Così, da quel giorno in poi, tutti i merli nacquero con le loro piume tutte nere.

La leggenda del cannone nero

Alcuni soldati piemontesi dovevano spostare un pesante cannone nero, chiamato per questo motivo, “la merla”, da una riva all’altra del Po.

“Era gennaio, il fiume era in piena e la forte corrente impediva la costruzione di un ponte di barche che permettesse il trasbordo.
Solo il gran freddo degli ultimi tre giorni di gennaio e l’impressionante gelata consentirono ai soldati di trascinare il pesante pezzo di artiglieria sul fiume ghiacciato fino all’altra sponda.
Così per ricordare l’impresa, divennero i giorni della merla.

Esistono tantissime altre versioni di questa simpatica leggenda, come quella del forlivese o del cesenate.

Anche a Lodi o a Cremona ci sono anche dei canti popolari, di origine contadina, dedicati a questi giorni.

Non mancano nemmeno i proverbi.

Uno di questi, bolognese recita: ” Quando canta il merlo, siamo fuori dall’inverno!”

Altro proverbio, che riguarda anche la primavera, dice: “se i giorni della merla sono freddi, la primavera sarà mite; se invece sono caldi, la primavera arriverà in ritardo.”

Continuiamo a tramandare queste semplici leggende ai nostri bambini.

Anche questo è un modo di arricchirli.

Parola di Mastrogessetto! Qui il suo link

Fin qui il racconto ora la ricetta tradizionale petriolese dei giorni della merla!

Li quatrucci mischi (quadrucci misti)

Per il nostro benessere e per riscaldare corpo ed anima, mettiamoci a preparare una buonissima minestra rustica e tradizionale delle nostre parti.

Impasta ad occhio, farina di granoturco e di grano, buttaci sopra l’acqua tiepida, tanta quanta ne serve per fare una pasta da tirare ed un pizzico di sale. Lascia che riposi sotto uno “sparàcciu”, un canovaccio da cucina pulito. Intanto fai cuocere il cavolo bianco che non sa di niente, uniscici i finocchi, le patate, i ceci ed i fagioli borlotti e qualche crosta di pecorino secco. Lascia cuocere, vai a stendere la “pannella”, che fai riposare per una mezz’ora per poterla tagliare bene. La avvolgi su se stessa e la tagli in senso verticale poi orizzontale per fare “li quatrùcci” tutti irregolari. Fai soffriggere il grasso di maiale e la cipolla, unisci il pomodoro e versa il condimento sulle verdure ormai cotte, versaci li quatrùcci e mescola di continuo fino a cottura completa. Condisci a crudo con olio extravergine di oliva e pecorino secco. Mangia la minestra ancora fumante, ti riscalderà corpo ed anima.

Nei quadrucci misti, al tempo della nonna e della mamma, si evitava di mettere le uova perché oltre a tenerle da parte per le preparazioni più importanti, servivano per i bambini e le persone anziane che avevano bisogno di cibo sostanzioso e per rispettare le vigilie delle feste ed i venerdì giorni di astinenza delle carni.

La presenza di due farine, rende il piatto corposo e le verdure con i legumi lo fanno diventare completo per le proteine vegetali.

I quatrùcci mischi, era un piatto da gustare nei giorni della merla quando in casa c’era il grasso di maiale ancora fresco.

Buona vita, buoni quatrùcci mischi alle verdure e legumi! ❤️

LA TAVOLA DI NATALE

È passato quasi inosservato il Natale, il suo seguito fatto di celebrazioni liturgiche, di pranzi, chiacchierate e passatempi vari svaniti nel buio. La memoria vuota, ha lavorato per bene, tutte le tradizioni dimenticate, ritornavano in mente quando già era troppo tardi per metterle in atto. Uno svanimento collettivo almeno a casa nostra.

La pandemia ha dato giù duro ovunque e fra paura, quarantena e divisioni familiari, non abbiamo potuto fare che un solo pranzo insieme, quello di Natale e poi ognuno al suo destino, chi in mezzo, chi di sotto, chi di sopra. Finora tutto sotto controllo, ma come penso io, del diman non c’è certezza ed il resto è noia!

La tavola però doveva in qualche modo ricordare che era Natale, non poteva essere apparecchiata senza qualche simbolo, mi sono fatta coraggio, ho respirato profondamente e ho cominciato a pensare come potevo fare usando ciò che nel frattempo mi veniva in mente.

Rami di abete raccolti nel nostro orto giardino scapigliato e ricoperto di foglie ormai più che morte, alberelli di Natale fatti all’uncinetto come segna tovaglioli e tre candele rosse. Tutto fatto a casa e non programmato.

Alla fine guardando e riguardando la nostra tavola, in fondo non era così male!

Poche portate, tartine, un primo in brodo che erano i raviolini fatti in casa, due tortelloni in bianco, galantina di pollo fatta a modo mio, verdure ed i soliti dolci natalizi! Frutta e caffè ed ognuno a casa sua!

Grazie a Dio ce l’abbiamo fatta anche questo Natale!

È passato molto veloce sì, questo povero Natale, non abbiamo capito niente, e aver perso pure la messa di mezzanotte è stato pure peggio! Troppo stress, troppa apprensione hanno annientato noi ed il mondo!

Buona vita, buon Natale che tanto non finirà mai!❤️

LU VECCHJÓ (IL BEFANONE)

La tradizione vuole che nel giorno della festa di S. Antonio Abate, una persona di casa vestita in malo modo, “lu vecchjó”, il befanone, recasse in dono giocattoli e dolci ma anche carbone ai bimbi marchigiani.

Portava dietro di sé il carnevale poiché, dicevano gli antichi, esso ha inizio il giorno di Sant’Antonio Abate!

A casa nostra era mio marito o mio fratello gemello a trasformarsi in “vecchjó”, era molto desiderato tanto quanto molto temuto!

La scena era tragica comica che a ripensarci ora, mi viene da piangere e ridere insieme!

Sono fatti e scenette di molto tempo fa, i bimbi di oggi, non sanno nemmeno l’esistenza del “vecchjó”! Sono troppo tecnologici e molto insensibili a cose di questo genere. Credo che gli capitasse a tiro lu vecchjó, questo sarebbe impaurito più che mai per la loro sicurezza e spavalderia!

Questo è il racconto di “lu vecchjó”!

Buona vita, buon vecchjó! ❤️

Lo sentivi arrivare quando iniziava a sbattere il bastone sui muri mentre, con fare maldestro, si accingeva a scendere le ripide scale di casa di mia nonna.
Solitamente arrivava nel tardo pomeriggio della sera della festa di Sant’Antonio abate – 17 gennaio. Si capiva per il profumo nell’aria: quello dei mandarini che era solito regalare a noi bambini. Insieme ai suoi passi, c’era subito la timida risata di mia nonna, che per non farsi scoprire dai noi più piccoli, si copriva la bocca con la mano.
Poi eccolo arrivare sulla porta della cucina e gridando ad alta voce: èccome, èccome, chi è che piagne? Chi c’ha paura de lu vecchjó ???
E qui un misto tra risa e pianti, tra chi si nascondeva sotto il tavolo e chi scappava nell’altra stanza, tra chi abbracciava la mamma e chi invece rideva a più non posso perché aveva riconosciuto il misterioso befanone.
Una volta placata la situazione eccolo qua: apriva il sacco, cercando di farci avvicinare a lui, tirava fuori: mandarini, quaderni, colori e caramelle e sbattendo i piedi con gli scarponi, girava le spalle e risaliva le ripide scale per spogliarsi degli stracci di vecchjò!
Soltanto appena udito lo sbattere della porta di casa, la paura passava in fretta e furia e velocemente si cercava di allungare le mani per afferrare il dolcetto preferito.

S. ANTONIO E LE PAGNOTTELLE BENEDETTE

La storia popolare di Sant’Antonio

Sant’Antonio Abate, egiziano di nascita, visse i suoi ultimi anni nel deserto della Tebaide, dove condusse una vita ritirata pregando e coltivando un piccolo orto per il proprio sostentamento. Fu molto tormentato da tentazioni fortissime, tanto da staccarsi radicalmente dal mondo. Si chiuse allora in una tomba scavata nella roccia ed in questo luogo fu aggredito e percosso dal demonio; senza sensi venne raccolto da persone che si recavano alla tomba per portargli del cibo e fu trasportato nella chiesa del villaggio, dove si rimise. Morì il 17 gennaio del 357. Nel XII sec. le sue reliquie furono poi trasferite in Francia dai crociati. Qui si sviluppò la fama del Santo come guaritore, soprattutto dall’Herpes zoster (fuoco di Sant’Antonio) che veniva curato con il grasso del maiale. Per accogliere i pellegrini si rese necessaria la costruzione di un ospedale e la formazione di una confraternita di religiosi ospedalieri (Antonini). Per assicurare la sussistenza dell’ospedale, i religiosi allevavano allo stato brado animali domestici, specialmente maiali, i quali, per essere riconosciuti dagli altri, erano dotati di un campanello appeso al collo. Per questo motivo, secondo la tradizione, S. Antonio è il protettore degli animali domestici.

Per la festa del santo c’è la tradizione di preparare le pagnottelle, possono essere solo con farina, acqua e pasta acida vecchia, oppure con il latte fresco di mongana, ed il grasso di maiale quello stesso che veniva usato per curare lo sfogo di s. Antonio.

Il pane così preparato prima di essere mangiato sia dagli umani che dagli animali, ancora oggi deve essere benedetto il giorno della ricorrenza del santo!

Le nostre pagnottelle sono con il latte fresco e lo strutto come tradizione vuole!

Se volete preparare le nostre pagnottelle di s. Antonio, basta impastare 600 grammi di farina 00 con un cucchiaino di zucchero, un cucchiaino di lievito di birra disidratato, latte fresco quanto basta per ottenere un impasto morbido, unire un cucchiaino di sale, e 30 grammi di strutto messo pezzetto per pezzetto. Quando lo strutto è assorbito tutto, finire di impastare solo quando la pasta diventa liscia e setosa! Vi ricordo che la pasta deve essere morbida morbida!

Lasciare che lieviti fino al raddoppio nel forno spento con la lucina accesa, fare due o tre pieghe in ciotola tirando su ogni lato riportandolo al centro della ciotola chiudendo bene. Rimettere a lievitare, al raddoppio tagliare tanti pezzi di 60 grammi, pirlare ogni pallina e lasciare lievitare ancora in un vassoio infarinato e coperto dalla pellicola. Riprendere ogni pallina e pirarla ancora per l’ultima volta!

Fare una croce profonda in ogni pallina e rimettere a lievitare per l’ultima volta!

Tutti questi passaggi sono utili per ottenere una pasta sfogliata e morbida. Se non ve la sentite di farla lunga, fate solo la prima lievitazione e cuocete al raddoppio!

Una volta lievitate, con un pennello spennellare di latte tutte le palline e mettere a cuocere a 200 gradi per quasi una mezz’ora, abbassando il forno a 180 gradi dopo dieci minuti!

Regolatevi per la cottura con il vostro forno che conoscete meglio!

Fate raffreddare prima di separare le palline!

Se avete la possibilità, portatele stasera in chiesa a benedire dal Protettore s. Antonio!

Tutto, se trovate un prete che ancora rispetti la liturgia e la tradizione, mi sa che non sarà tanto facile!

Buona vita, buona festa di s. Antonio Abate ❤️

TRONCHETTO DI NATALE AL CACAO CON CREMA DI RICOTTA AL CAFFÈ E CIOCCOLATO FONDENTE

Facilissimo e buonissimo è l’antico tronchetto di Natale tradizionale dolce che a casa nostra non può mancare mai, per nessun motivo sulla tavola decorata di Natale!

Correva l’anno, non vorrei dirlo, perché capirete quanto sono in là con gli anni, ma ringrazio Dio per essere ancora qua, e questo tronchetto di Natale spadroneggiava sulle tavole come il dolce innovativo e più buono di tutti i soliti. Era una ricetta che voleva imparare a farla tutti, io stessa la insegnai a molte amiche che purtroppo non ci arrivarono mai a farlo per bene.

Erano gli anni settanta, fate voi il conto, e durante il periodo pre natalizio, mi ritrovavo a fare un tot di tronchetti da regalare a medici, parenti ed amici. Qualcuno ha viaggiato oltre l’Italia e ne sono onorata per il bel ricordo che ho lasciato, tanto ma tanto, che mi commuovo ancora per la gratitudine di questi amici.

Gli anni sono passati, via via le cose sono cambiate, la fatica si è fatta sentire sempre di più ed i tronchetti di Natale, sono scemati ogni anno di più!

Gli amici, i parenti ed i medici sono purtroppo passati a miglior vita, rimanendo così pochi tronchetti da fare, quelli essenziali non di più!

Passo al racconto della ricetta, portando nel cuore tanta tristezza per il mondo e la vita che ci stanno martoriando, sperando che si arrivi in fondo al tunnel per trovare la luce!

Dio ci protegga e ci aiuti presto!

Questi sono gli ingredienti

100 grammi di cacao amaro

50 grammi di farina 00

150 grammi di zucchero bastano anche 100 grammi meglio diminuire lo zucchero, ma fate a piacere

5 uova di galline felici o puttane (quelle del supermercato)

1/2 bustina di lievito per dolci

Per la crema di ricotta

450 grammi di ricotta scolata per bene

Caffè freddo

100 grammi di zucchero

Cioccolato fondente a scaglie a piacere

Rum o brandy per mescolare al caffè

Caffè per inzuppare la pasta biscotto

Preparazione

Foderiamo una lastra con la carta forno.

Montiamo le uova con lo zucchero fino ad ottenere un composto bianco e spumoso, uniamo il cacao e la farina con il lievito setacciati mescolando piano piano per non smontare il composto.

Versiamo il composto sulla lastra foderata coprendo tutta la superficie e mettiamo a cuocere a 200 gradi per 8/10/minuti, toccando la pasta questa deve essere morbida al tatto.

Capovolgiamo la pasta biscotto sopra un tovagliolo spolverato di zucchero ed avvolgiamo a rotolo, lasciamolo freddare prima di spalmare la crema!

Lavoriamo la ricotta scolata per bene con lo zucchero, il caffè e il cioccolato fondente a scaglie, prendiamo la pasta biscotto e spruzziamolo con il caffè ed il liquore, ricopriamolo di crema di ricotta lasciandone un po’ per ricoprire il dolce e chiudiamolo a rotolo.

Avvolgiamo il rotolo nella carta forno e mettiamolo in frigo a rassodare.

Togliamo il tovagliolo e ricopriamo il dolce con il resto della crema di ricotta e scaglie di cioccolato fondente, tagliamo le estremità per formare i rami laterali, possiamo anche farci i nodi lavorando con le punte della forchetta.

Mettiamolo in frigo fino al momento di portarlo in tavola!

Possiamo anche unire alla ricotta qualche cucchiaio di crema di nocciole con la quale disegneremo i nodi in superficie.

Buona vita, buon tronchetto antico di Natale ❤️

Buonanotte

Il NOSTRO PANE A CASSETTA CON RICOTTA O FILADELFIA

Buonissimo, sofficissimo, gustosissimo con ogni ben di Dio è il nostro pane a cassetta, fatto molto spesso con l’aggiunta di formaggi tipo la ricotta o la Filadelfia o la robiola o lo yogurt bianco greco.

Succede molto spesso che avanzi qualche grammo di ogni tipo di formaggio cremoso che non si sa che fine possa fare. Non c’è problema perché basta inserirlo nell’impasto insieme alla farina ed al lievito di birra fresco o disidratato o madre. Possono essere aggiunte le uova, uno o due l’acqua necessaria ad ottenere un morbido impasto ed infine un po’ di sale.

Si impasta poco, se in planetaria giusto il tempo che tutto diventi omogeneo e si capisce appena le pareti della ciotola diventano pulite. Se a mano dobbiamo regolarci noi come normalmente facciamo un pane.

I miei ingredienti sono questi.

Ingredienti

600 grammi di farina 0 che possiamo tagliare con la tipo uno e germe di grano duro, o integrale o con la semola rimacinata di grano duro o solo tutta 00 o 0

Un cucchiaino di lievito di birra disidratato o un quarto di birra fresco

150 grammi di ricotta o Filadelfia o stracchino o robiola o yogurt bianco greco

Un uovo di galline felici o puttane (di supermercato)

Acqua quanta ne serve per ottenere un impasto morbido setoso

Mezzo cucchiaino di sale

Preparazione

Facciamo prima attivare il lievitino sciogliendo il lievito scelto dentro una tazza con un cucchiaino di zucchero e 150 grammi di acqua, lo mettiamo nel forno con la luce accesa e lo lasciamo fermentare fino a quando si formeranno delle bollicine in superficie.

Mettiamo le farine o la farina scelta nella ciotola della planetaria o dentro un piatto concavo se lo facciamo a mano, uniamo il lievito fermentato, la ricotta o la Filadelfia, l’uovo e piano piano l’acqua regolandoci nella quantità perché non deve essere troppa per le farine che abbiamo usato. Lasciamo impastare per alcuni minuti, ed uniamo il sale, finiamo ad impastare in pochi minuti, quando tutto si incorda sul gancio è pronto e se lo abbiamo fatto a mano, quando la pasta e morbida e setosa!

Mettiamo a lievitare per alcune ore in un posto caldo coprendo la ciotola con la pellicola o dentro un sacchetto per alimenti.

Al raddoppio, lavoriamo facendo delle pieghe a tre, e dividiamo l’impasto in quattro parti, le lavoriamo parlandole sul piano infarinato e le lasciamo lievitare fino a quando l’impasto toccandolo con un dito si presenta morbido ed malleabile. Lavoriamo di muovo tutte e quattro le palline, le lasciamo lievitare ancora.

Riprendiamo le palline, le lavoriamo una ad una sigillandole per bene e le pirliamo per arrotondarle, mettiamole nello stampo foderato di carta forno e lasciamo lievitare prima di cuocerle, le palline dovranno raggiungere il bordo dello stampo!

Accendiamo il forno a 200 statico, ed informiamo abbassiamo la temperatura dopo dieci minuti a 180 gradi, poi a 160 gradi coprendo la superficie se diventa scura! La cottura durerà 45/50 grammi a seconda del vostro forno! Regoliamoci noi!

Togliamo il pane dallo stampo e lasciamolo per qualche minuto in forno e lo lasciamo poi asciugare sopra una griglia!

Il pane non bisogna tagliarlo caldo perché deve prima asciugare bene!

Il pane a cassetta è come ho scritto sopra, è ottimo da solo, per le tartine, con la marmellata o con i salumi o i formaggi!

Buona vita, buon pane a cassetta!❤️

BUON ANNO E BUONA PANIFICAZIONE SEMPRE ❤️

Tartine con mousse di feta, Filadelfia e polvere di pomodoro, salmone e pistacchi, salame ed erba cipollina, bocconcini di misto di formaggio e granella di frutta secca!

PANE NOSTRO QUOTIDIANO

L’unica azione che ci fa sentire liberi ora, è il lavoro manuale di impastare il pane, acqua e farina con la nostra pasta madre viva che sa fare un miracolo ogni volta che la mettiamo alla prova!

Pensiamoci bene cosa sanno fare tutti questi ingredienti naturali, l’alimento più buono e puro che c’è da sempre sulle nostre tavole. Il pane, il pane lievito madre o di birra non ha uguali come bontà e genuità, e per chi ci mette le mani è una soddisfazione quando all’apertura dello sportello del forno il miracolo è compiuto!

Consoliamoci e sentiamoci grandi per questo!

In fondo ci basta poco!

La mia ricetta è questa!

Impasto 500 grammi di farina 0 o metà e metà di tipo uno e germe di grano duro o di semola, o integrale, le quantità variano ma devono essere sempre un totale di mezzo chilo.

Lavoro molto spesso senza impastare ma solo mescolando 50 grammi di lievito madre o un cucchiaino di lievito di birra disidratato o un grammo di birra fresco, mescolo con 350 grammi di acqua, un cucchiaino di zucchero fino a sciogliere il lievito, unisco le farine ed un cucchiaino di sale. Una volta impastato tutto insieme, velocemente senza lavorare lascio lievitare per una notte la pasta coperta dalla pellicola.

La mattina faccio tre pieghe in ciotola e formo la pagnotta. Lascio lievitare nel cestino coperto con un canovaccio è raggiunta la lievitazione metto a cuocere in forno caldo a 250 gradi abbassando la temperatura di dieci gradi ogni 10 minuti fino ad arrivare a 160 gradi. La cottura deve durare quasi un’ora. Gli ultimi dieci minuti metto il forno ventilato con lo sportello socchiuso. Il pane può essere impastato nella planetaria o a mano. Il pane una volta cotto lo lascio asciugare sopra una grata e non lo taglio mai caldo!

Buona vita, buon pane nostro quotidiano!

LA CANDELA BIANCA DELLA LUCE

La sera del 24 dicembre, vigilia di natale, una bellissima candela bianca venne posta al centro di un grande tavolo.
I commensali avevano intenzione di accenderla per poter illuminare l’ambiente durante la loro cena. Non volevano usare la solita luce al neon, troppo triste e spoglia. Erano convinti che la luce della candela sarebbe stata molto più suggestiva.
L’avevano appoggiata su un vassoio dorato e terminato di agghindarla con un vivacissimo agrifoglio. Tutto era pronto, la tavola era imbandita di leccornie natalizie, ognuno poteva prendere posto e iniziare la cena. Ma quando tentarono di accendere la candela, rimasero stupiti che lo stoppino non dava forma alla fiamma.
Provarono e riprovarono con gli accendini, sprecarono addirittura un intero pacco di fiammiferi, ma tutto inutile. La candela rimaneva intatta e la sua cera non colava a contatto con il calore. Era molto strano, perché non c’era niente che le impedisse di essere avvolta dalla sua sorgente luminosa.
Tuttavia, uno dei bambini presenti a quella cena, decise di accenderla in maniera del tutto diversa. Prese la candela e la baciò.
Dopo quel bacio, lo stoppino iniziò a creare una piccolissima scintilla evanescente, che divenne intensa quando il bambino riempì di baci la colonna cerosa. Ecco che la candela, aveva dato vita ad una purissima fiamma, invadendo con il suo calore l’intera sala.
Tutti quanti, seppur meravigliati, avevano capito da dove fosse scaturita la sua luce: dalla forza dell’amore.

Al prossimo anno per un’altra corona di Avvento!
Buon Natale! 🎄

CALENDARIO DI AVVENTO

🕯

𝙉𝘼𝙏𝘼̀’ 𝟮𝟬𝟮𝟭, 𝙘𝙖𝙡𝙚𝙣𝙙𝙖𝙧𝙞𝙤 𝙙𝙞𝙜𝙞𝙩𝙖𝙡𝙚 𝙙𝙚𝙡𝙡’𝙖𝙫𝙫𝙚𝙣𝙩𝙤 𝙙𝙚𝙡𝙡𝙚 𝙩𝙧𝙖𝙙𝙞𝙯𝙞𝙤𝙣𝙞 𝙥𝙤𝙥𝙤𝙡𝙖𝙧𝙞 𝙙𝙚𝙡𝙡𝙚 𝙈𝙖𝙧𝙘𝙝𝙚 𝙘𝙚𝙣𝙩𝙧𝙖𝙡𝙞 𝙘𝙤𝙣 𝙂𝙞𝙤𝙫𝙖𝙣𝙣𝙞 𝙂𝙞𝙣𝙤𝙗𝙞𝙡𝙞.

𝟮𝟱 𝗗𝗜𝗖𝗘𝗠𝗕𝗥𝗘 𝟮𝟬𝟮𝟭
Per la notte della vigilia di Natale le massaie prendevano un cappone, lo facevano bollire e poi lasciavano il brodo a gelare all’aperto per tutta la notte: quello era il “grasso benedetto” che veniva conservato per tutto l’anno perché ritenuto efficace per alcune malattie.
Un’altra antichissima tradizione vuole che ci dovesse recare a mezzanotte alla fonte ad attingere acqua, in punta di piedi e silenziosamente, nella convinzione che ciò portasse fortuna e fosse contro il malocchio.

E come sempre fino ad ora, siamo arrivati alla fine che dovrebbe essere un inizio di nuova vita!
Auguri di buon Natale e di un altro calendario di Avvento da raccontare con Carlo Natali] @kat.orastrana @sunusaix

CALENDARIO DI AVVENTO

🕯

𝙉𝘼𝙏𝘼̀’ 𝟮𝟬𝟮𝟭, 𝙘𝙖𝙡𝙚𝙣𝙙𝙖𝙧𝙞𝙤 𝙙𝙞𝙜𝙞𝙩𝙖𝙡𝙚 𝙙𝙚𝙡𝙡’𝙖𝙫𝙫𝙚𝙣𝙩𝙤 𝙙𝙚𝙡𝙡𝙚 𝙩𝙧𝙖𝙙𝙞𝙯𝙞𝙤𝙣𝙞 𝙥𝙤𝙥𝙤𝙡𝙖𝙧𝙞 𝙙𝙚𝙡𝙡𝙚 𝙈𝙖𝙧𝙘𝙝𝙚 𝙘𝙚𝙣𝙩𝙧𝙖𝙡𝙞 𝙘𝙤𝙣 𝙂𝙞𝙤𝙫𝙖𝙣𝙣𝙞 𝙂𝙞𝙣𝙤𝙗𝙞𝙡𝙞.

BUONA VIGILIA DI NATALE

𝟮𝟰 𝗗𝗜𝗖𝗘𝗠𝗕𝗥𝗘 𝟮𝟬𝟮𝟭
C’è un’antica tradizione popolare che vuole che si debba lasciare la tavola imbandita dopo il tradizionale cenone affinchè la Madonna ed il Bambinello, passando, benediccesero la casa. Per permettere ad essa di riscaldare i pannolini e le fasce del Pargol Divino, si lasciava acceso nel camino il ceppo, che non doveva mai essere spento.