PANE NOSTRO NATURALE

L’avventura di impastare acqua e farina che ogni volta si trasformano magicamente nel cibo più buono che ci sia al mondo, non finisce fino a che ci sarà un po’ di forza nelle mie mani.

Posso ancora ringraziare Dio per questo gesto che più volte alla settimana riesco a fare ed ogni pane che esce dal forno, mi riempie di gioia. Succede, succede anche che qualche volta, il mio lavoro non sia proprio quello che mi aspettavo, le ragioni per una delusione possono essere molte, lievito che perde forza e cambia odore e sapore, un impasto non completamente fatto bene, acqua non giusta di temperatura oppure semplicemente una sbadataggine da parte mia perché come per tutti, non c’è un giorno uguale all’altro. Ma signori miei, questa è la vita!

Ecco oggi, vi mostro alcuni miei pani.

Cambiano forme, ma non cambia la sostanza! Per alcuni ho usato l’acqua di governo delle mozzarelle, per altri anche una parte di yogurt bianco greco!

Sono buoni, sono i miei amori!

Buona vita, buon pane nostro naturale!

Buon s. Valentino ❤️

PASSATELLI DI POLLO E MIGLIO

Volevo fare le polpettine di miglio avanzato, apro il frigo per prendere le uova ed il parmigiano reggiano, ma mi viene davanti del petto di pollo anch’esso avanzato, frullo tutto unendo il pane grattugiato, la noce moscata e guardando l’acqua bollire, mi viene in mente di fare i passatelli anziché le polpettine.

Preparo un sughetto con i pelati ed olio extravergine di oliva, scolo i passatelli li verso nella padella, aggiungo la rucola, una spolverata di parmigiano reggiano e metto in tavola!

Buoni e sostanziosi.

Un po’ di verdura ed una mela ed il pranzo è fatto!

Il miglio sapete come si cuoce, il pollo può essere arrosto, o bollito, tutto questo diventa un piatto diverso e originale e soprattutto serve per fare una cucina riciclosa!

Buona vita, buoni passatelli di pollo e miglio❤️

TORTA DI NOCCIOLE E MANDORLE

Ho copiato questa buonissima torta da un amico greco gourmet che ha studiato in Italia della quale ha un ricordo bellissimo e tanta nostalgia! L’ho conosciuto su Twitter nel primo periodo del covid, quando il mondo era tutto in lockdown, la gente panificava a casa non potendo uscire per comprare il pane e scarseggiava il lievito nei supermercati. Scambiandoci notizie varie, siamo arrivati a consigliarci su come potevamo creare un lievito tipo quello naturale. Da qui siamo partiti ed andando avanti, abbiamo cominciato ad ammirare le nostre ricette. Una di queste è la torta di oggi che mi ha colpito e l’ho voluta rifare copiandola ed aggiungendo solo la mia amata cannella. Per il resto è identica e metto qui il link.

ingredienti per 6 porzioni generose (costo totale circa 9€ con prodotti biologici)

• 200 g (4 medie) uova

• 160 g di zucchero

• 100 g di nocciole + 50 g per la decorazione

• 100 g di mandorle + 50 g per la decorazione

• ¼ cucchiaino di sale

• un pizzico di cremore di tartaro

• zucchero a velo per spolverizzare

Divertitevi a rifarla perché è buonissima! Potete non mettere la cannella ma io vi dico che esalta il sapore della frutta secca!

Questa è la mia foto con la torta quasi appena uscita dal forno!

Buona vita, buona torta di nocciole e mandorle alla cannella! ❤️

CANDELORA

Cannelora; de l’inverno semo fôra;

se ce negne, se ce piòe

ce n’avem quarantanove;

se ce dà sòle e solella

c’è quaranda dì d’invernu!

La ricorrenza della Candelora fu introdotta nel VII secolo dalla Chiesa orientale per festeggiare la presentazione di Gesù al Tempio, quaranta giorni dopo la nascita e la purificazione rituale della Madonna.

La candelora ha origine dalle feste pagane del fuoco e dai riti purificatori del mese di febbraio in cui i Romani chiedevano agli dei fortuna e buoni raccolti. In queste cerimonie di purificazione le donne giravano in processione per le strade con ceri e fiaccole accese, rito mutuato in seguito dalla Chiesa, che però celebrava Gesù, la vera Luce che illumina le genti.

Per questo motivo, in questa giornata si benedicono e si distribuiscono ai fedeli candele alle quali un tempo si attribuivano particolari poteri, infatti si accendevano per scongiurare temporali o per consolare gli ammalati.

Le candele di questa ricorrenza fanno parte dell’uso rituale del fuoco, ripetuto nei falò della festa della Madonna del fuoco in altre regioni e culminanti in quelli innumerevoli che si accendevano all’inizio di Marzo per cancellare l’ultima traccia dell’inverno e propiziarsi la buona stagione.

Questo è il racconto della tradizione.

Questo è il nostro racconto!

Quando eravamo piccoli, il giorno della festa della Candelora, nostra madre come tutti i giorni andava a messa che si celebrava alle sei del mattino, il sacrificio era totale, tempi che ora non si possono capire. Nostra madre tornata a casa, faceva il giro delle camere ed appendeva una candelina sopra ad ogni capezzale del letto e facendoci fare il segno della croce, ci raccontava che quelle candeline dovevano essere tenute da parte per la fine del mondo, quando sarà buio su tutta la terra e l’unica luce sarà la loro. Quella luce terrà accesa la speranza della salvezza eterna!

Noi non eravamo proprio contenti di sentire quel racconto ma serviva per non essere tanto birichini!

Quelle candeline di molto tempo fa, sono custodite gelosamente nella nostra casa materna! Praticamente un secolo fa!

Comunque sia andata, l’insegnamento di nostra madre, è servito a creare persone buone e di sani principi cosa per ora molto rara!

Buona festa della Candelora buona vita! ❤️

FEBBRARITTU

Febbrarittu curtu

è lu mejo de tutti;

ma se se remmè’

pegghio non c’è.

Febbraio avverte che se ci ripensa (se ne remmè’) se rinviene, nessun altro mese è peggiore di lui!

Ma le pazzie del febbraio dipendono un po’ dal mese di gennaio; ché se questo non sfoga quello sarà brutto!

Se gennaio non genneggia,

febbraio mal fa e mal pensa!

Ve ne sono altri di detti interessanti questo mese, tutti significativi che si odono nelle labbra dei nostri vecchi.

Febbraio asciutto, erba per tutto.

Da costumanze marchigiane del poeta e maestro in Petriolo Macerata Marche

Fiori di rosmarino

I TRE GIORNI DELLA MERLA

Ho trovato questo scritto sulla leggenda dei tre giorni della merla e mi è piaciuto molto e ve lo trascrivo.

La leggenda dei tre giorni della Merla esiste in varie versioni.

E’ una simpatica leggenda che può coinvolgere i bambini più piccoli della scuola materna o delle prime classi della scuola elementare.

Appartiene a quelle leggende popolari che il mondo contadino tramandava di generazione in generazione, per spiegare i segreti delle stagioni e della natura.

Se non la ricordate bene o volete scoprire alcune versioni diversa da quella che conoscete, eccovi qua.

Rilassatevi pochi minuti.

Pronti?

Si parte!

I giorni della merla: varie versioni della leggenda

Cari genitori, nonni o insegnanti, sono sicura chequella che vi propongo per prima è la versione che anche voi conoscete.

E’ quella più famosa e sicuramente adatta per i bambini più piccoli.

Eccola qua.

Perché i merli sono neri

“Dovete sapere che i merli, un tempo, avevano delle bellissime piume bianche e soffici. Durante il gelido inverno, raccoglievano nei loro nidi le provviste per sopravvivere al gelo, in modo da potersi rintanare al calduccio per tutto il mese di gennaio. Sarebbero usciti solo quando il sole fosse stato un poco più caldo e i primi ciuffi d’erba avessero fatto capolino tra i cumuli di neve.
Così, aspettarono fino al 28 gennaio poi uscirono Le merle cominciarono a festeggiare, sbeffeggiando l’inverno: anche quell’anno ce l’avevano fatta; il gelo , ai merli, non faceva più paura! 
Tutta questa allegria, però, fece infuriare l’inverno, che decise di dare una lezione a quegli uccelli troppo canterini: sulla terra calò un un vento gelido, che ghiacciò la terra e i germogli insieme ad essa. Perfino i nidi dei merli furono spazzati via dal vento e dalla tormenta.
I merli, per sopravvivere al freddo, furono costretti a rintanarsi nei camini delle case.
Lì, il calduccio li riscaldò e3 permise loro di resistere a quelle giornate.
Solo a febbraio la tormenta si placò e i merli poterono riprendere il volo.
La fuliggine dei camini, però, aveva annerito per sempre le loro piume bianche: fu così che i merli divennero neri, come li possiamo vedere oggi.”

La merla e il merlo ( racconto della Maremma)

Si racconta che un tempo, una povera merla e suo marito, il merlo, con le piume candide come la neve, stavano molto male.
Erano gli ultimi giorni di gennaio; tremavano per il freddo e non riuscivano a trovare più niente da mangiare.
Allora decisero di rifugiarsi dentro un comignolo per trovare riparo e calduccio.
La merla e il merlo vi rimasero tre giorni interi, ritemprandosi e riuscendo a sopravvivere, mentre i loro compagni , furono uccisi da gelo.
Quando la merla e il merlo uscirono dal comignolo, avevano però cambiato colore: per la fuliggine, erano diventati tutti neri.
Così, da quel giorno in poi, tutti i merli nacquero con le loro piume tutte nere.

La leggenda del cannone nero

Alcuni soldati piemontesi dovevano spostare un pesante cannone nero, chiamato per questo motivo, “la merla”, da una riva all’altra del Po.

“Era gennaio, il fiume era in piena e la forte corrente impediva la costruzione di un ponte di barche che permettesse il trasbordo.
Solo il gran freddo degli ultimi tre giorni di gennaio e l’impressionante gelata consentirono ai soldati di trascinare il pesante pezzo di artiglieria sul fiume ghiacciato fino all’altra sponda.
Così per ricordare l’impresa, divennero i giorni della merla.

Esistono tantissime altre versioni di questa simpatica leggenda, come quella del forlivese o del cesenate.

Anche a Lodi o a Cremona ci sono anche dei canti popolari, di origine contadina, dedicati a questi giorni.

Non mancano nemmeno i proverbi.

Uno di questi, bolognese recita: ” Quando canta il merlo, siamo fuori dall’inverno!”

Altro proverbio, che riguarda anche la primavera, dice: “se i giorni della merla sono freddi, la primavera sarà mite; se invece sono caldi, la primavera arriverà in ritardo.”

Continuiamo a tramandare queste semplici leggende ai nostri bambini.

Anche questo è un modo di arricchirli.

Parola di Mastrogessetto! Qui il suo link

Fin qui il racconto ora la ricetta tradizionale petriolese dei giorni della merla!

Li quatrucci mischi (quadrucci misti)

Per il nostro benessere e per riscaldare corpo ed anima, mettiamoci a preparare una buonissima minestra rustica e tradizionale delle nostre parti.

Impasta ad occhio, farina di granoturco e di grano, buttaci sopra l’acqua tiepida, tanta quanta ne serve per fare una pasta da tirare ed un pizzico di sale. Lascia che riposi sotto uno “sparàcciu”, un canovaccio da cucina pulito. Intanto fai cuocere il cavolo bianco che non sa di niente, uniscici i finocchi, le patate, i ceci ed i fagioli borlotti e qualche crosta di pecorino secco. Lascia cuocere, vai a stendere la “pannella”, che fai riposare per una mezz’ora per poterla tagliare bene. La avvolgi su se stessa e la tagli in senso verticale poi orizzontale per fare “li quatrùcci” tutti irregolari. Fai soffriggere il grasso di maiale e la cipolla, unisci il pomodoro e versa il condimento sulle verdure ormai cotte, versaci li quatrùcci e mescola di continuo fino a cottura completa. Condisci a crudo con olio extravergine di oliva e pecorino secco. Mangia la minestra ancora fumante, ti riscalderà corpo ed anima.

Nei quadrucci misti, al tempo della nonna e della mamma, si evitava di mettere le uova perché oltre a tenerle da parte per le preparazioni più importanti, servivano per i bambini e le persone anziane che avevano bisogno di cibo sostanzioso e per rispettare le vigilie delle feste ed i venerdì giorni di astinenza delle carni.

La presenza di due farine, rende il piatto corposo e le verdure con i legumi lo fanno diventare completo per le proteine vegetali.

I quatrùcci mischi, era un piatto da gustare nei giorni della merla quando in casa c’era il grasso di maiale ancora fresco.

Buona vita, buoni quatrùcci mischi alle verdure e legumi! ❤️

LA TAVOLA DI NATALE

È passato quasi inosservato il Natale, il suo seguito fatto di celebrazioni liturgiche, di pranzi, chiacchierate e passatempi vari svaniti nel buio. La memoria vuota, ha lavorato per bene, tutte le tradizioni dimenticate, ritornavano in mente quando già era troppo tardi per metterle in atto. Uno svanimento collettivo almeno a casa nostra.

La pandemia ha dato giù duro ovunque e fra paura, quarantena e divisioni familiari, non abbiamo potuto fare che un solo pranzo insieme, quello di Natale e poi ognuno al suo destino, chi in mezzo, chi di sotto, chi di sopra. Finora tutto sotto controllo, ma come penso io, del diman non c’è certezza ed il resto è noia!

La tavola però doveva in qualche modo ricordare che era Natale, non poteva essere apparecchiata senza qualche simbolo, mi sono fatta coraggio, ho respirato profondamente e ho cominciato a pensare come potevo fare usando ciò che nel frattempo mi veniva in mente.

Rami di abete raccolti nel nostro orto giardino scapigliato e ricoperto di foglie ormai più che morte, alberelli di Natale fatti all’uncinetto come segna tovaglioli e tre candele rosse. Tutto fatto a casa e non programmato.

Alla fine guardando e riguardando la nostra tavola, in fondo non era così male!

Poche portate, tartine, un primo in brodo che erano i raviolini fatti in casa, due tortelloni in bianco, galantina di pollo fatta a modo mio, verdure ed i soliti dolci natalizi! Frutta e caffè ed ognuno a casa sua!

Grazie a Dio ce l’abbiamo fatta anche questo Natale!

È passato molto veloce sì, questo povero Natale, non abbiamo capito niente, e aver perso pure la messa di mezzanotte è stato pure peggio! Troppo stress, troppa apprensione hanno annientato noi ed il mondo!

Buona vita, buon Natale che tanto non finirà mai!❤️

LU VECCHJÓ (IL BEFANONE)

La tradizione vuole che nel giorno della festa di S. Antonio Abate, una persona di casa vestita in malo modo, “lu vecchjó”, il befanone, recasse in dono giocattoli e dolci ma anche carbone ai bimbi marchigiani.

Portava dietro di sé il carnevale poiché, dicevano gli antichi, esso ha inizio il giorno di Sant’Antonio Abate!

A casa nostra era mio marito o mio fratello gemello a trasformarsi in “vecchjó”, era molto desiderato tanto quanto molto temuto!

La scena era tragica comica che a ripensarci ora, mi viene da piangere e ridere insieme!

Sono fatti e scenette di molto tempo fa, i bimbi di oggi, non sanno nemmeno l’esistenza del “vecchjó”! Sono troppo tecnologici e molto insensibili a cose di questo genere. Credo che gli capitasse a tiro lu vecchjó, questo sarebbe impaurito più che mai per la loro sicurezza e spavalderia!

Questo è il racconto di “lu vecchjó”!

Buona vita, buon vecchjó! ❤️

Lo sentivi arrivare quando iniziava a sbattere il bastone sui muri mentre, con fare maldestro, si accingeva a scendere le ripide scale di casa di mia nonna.
Solitamente arrivava nel tardo pomeriggio della sera della festa di Sant’Antonio abate – 17 gennaio. Si capiva per il profumo nell’aria: quello dei mandarini che era solito regalare a noi bambini. Insieme ai suoi passi, c’era subito la timida risata di mia nonna, che per non farsi scoprire dai noi più piccoli, si copriva la bocca con la mano.
Poi eccolo arrivare sulla porta della cucina e gridando ad alta voce: èccome, èccome, chi è che piagne? Chi c’ha paura de lu vecchjó ???
E qui un misto tra risa e pianti, tra chi si nascondeva sotto il tavolo e chi scappava nell’altra stanza, tra chi abbracciava la mamma e chi invece rideva a più non posso perché aveva riconosciuto il misterioso befanone.
Una volta placata la situazione eccolo qua: apriva il sacco, cercando di farci avvicinare a lui, tirava fuori: mandarini, quaderni, colori e caramelle e sbattendo i piedi con gli scarponi, girava le spalle e risaliva le ripide scale per spogliarsi degli stracci di vecchjò!
Soltanto appena udito lo sbattere della porta di casa, la paura passava in fretta e furia e velocemente si cercava di allungare le mani per afferrare il dolcetto preferito.

S. ANTONIO E LE PAGNOTTELLE BENEDETTE

La storia popolare di Sant’Antonio

Sant’Antonio Abate, egiziano di nascita, visse i suoi ultimi anni nel deserto della Tebaide, dove condusse una vita ritirata pregando e coltivando un piccolo orto per il proprio sostentamento. Fu molto tormentato da tentazioni fortissime, tanto da staccarsi radicalmente dal mondo. Si chiuse allora in una tomba scavata nella roccia ed in questo luogo fu aggredito e percosso dal demonio; senza sensi venne raccolto da persone che si recavano alla tomba per portargli del cibo e fu trasportato nella chiesa del villaggio, dove si rimise. Morì il 17 gennaio del 357. Nel XII sec. le sue reliquie furono poi trasferite in Francia dai crociati. Qui si sviluppò la fama del Santo come guaritore, soprattutto dall’Herpes zoster (fuoco di Sant’Antonio) che veniva curato con il grasso del maiale. Per accogliere i pellegrini si rese necessaria la costruzione di un ospedale e la formazione di una confraternita di religiosi ospedalieri (Antonini). Per assicurare la sussistenza dell’ospedale, i religiosi allevavano allo stato brado animali domestici, specialmente maiali, i quali, per essere riconosciuti dagli altri, erano dotati di un campanello appeso al collo. Per questo motivo, secondo la tradizione, S. Antonio è il protettore degli animali domestici.

Per la festa del santo c’è la tradizione di preparare le pagnottelle, possono essere solo con farina, acqua e pasta acida vecchia, oppure con il latte fresco di mongana, ed il grasso di maiale quello stesso che veniva usato per curare lo sfogo di s. Antonio.

Il pane così preparato prima di essere mangiato sia dagli umani che dagli animali, ancora oggi deve essere benedetto il giorno della ricorrenza del santo!

Le nostre pagnottelle sono con il latte fresco e lo strutto come tradizione vuole!

Se volete preparare le nostre pagnottelle di s. Antonio, basta impastare 600 grammi di farina 00 con un cucchiaino di zucchero, un cucchiaino di lievito di birra disidratato, latte fresco quanto basta per ottenere un impasto morbido, unire un cucchiaino di sale, e 30 grammi di strutto messo pezzetto per pezzetto. Quando lo strutto è assorbito tutto, finire di impastare solo quando la pasta diventa liscia e setosa! Vi ricordo che la pasta deve essere morbida morbida!

Lasciare che lieviti fino al raddoppio nel forno spento con la lucina accesa, fare due o tre pieghe in ciotola tirando su ogni lato riportandolo al centro della ciotola chiudendo bene. Rimettere a lievitare, al raddoppio tagliare tanti pezzi di 60 grammi, pirlare ogni pallina e lasciare lievitare ancora in un vassoio infarinato e coperto dalla pellicola. Riprendere ogni pallina e pirarla ancora per l’ultima volta!

Fare una croce profonda in ogni pallina e rimettere a lievitare per l’ultima volta!

Tutti questi passaggi sono utili per ottenere una pasta sfogliata e morbida. Se non ve la sentite di farla lunga, fate solo la prima lievitazione e cuocete al raddoppio!

Una volta lievitate, con un pennello spennellare di latte tutte le palline e mettere a cuocere a 200 gradi per quasi una mezz’ora, abbassando il forno a 180 gradi dopo dieci minuti!

Regolatevi per la cottura con il vostro forno che conoscete meglio!

Fate raffreddare prima di separare le palline!

Se avete la possibilità, portatele stasera in chiesa a benedire dal Protettore s. Antonio!

Tutto, se trovate un prete che ancora rispetti la liturgia e la tradizione, mi sa che non sarà tanto facile!

Buona vita, buona festa di s. Antonio Abate ❤️