La preghiera della settimana santa di una povera donna della provincia di Macerata; lo apprese nella sua infanzia dalla nonna,illetterata, che abitava in campagna.
Carissimo mio fijo, che ne sarà di voi lu lunnidi sandu? Carissima mia mamma, sarò un povero pilligrino.
Carissimo mio fijo, che ne sarà di voi lu martidì sandu? – Carissima mia mamma, sarò un profeta.
Carissimo mio fijo, che ne sarà di voi lu mercurdì sandu? Carissima mia mamma, sarò un povero cavalliere.
Carissimo mio fijo, che ne sarà di voi lu giuidì sandu?
Carissima mia mamma, starò nell’orto e ssudo sangue.
Carissimo mio fijo, che ne sarà di voi lu venardì sandu? Carissima mia mamma, starò sul legno de la sanda croce.
Carissimo mio fijo, che ne sarà di voi lu sabbetu sandu?
Carissima mia mamma, sarò patró e redendóre di tutto il mondo.
Se quarcuno sapesse questa ‘razione, la dicèsse tre vòrde al giorno la settimana sanda, nòe (nove) vorde lu sabbutu sandu, ci-avesse tandi peccati per quandi fili de rena sta ner mare pure li vorrebbe perdonare.
Durante la settimana di Passione, precedente quella delle Palme, comitive di canterini, composta ogni una di non più di tre elementi, si riversano per la campagna per ricordare la Passione e la morte del Redentore, il dramma divino dell’umana redenzione. Lo strumento musicale che accompagna il canto è l’organetto, ma nel maceratese, se pur non sempre, si aggiungono il tamburello ed il triangolo. Recano, come in occasione del canto della passione dell’anime purganti, la catàna per deporvi le uova che i campagnoli donano. I canterini propriamente detti sono due; è escluso il suonatore dell’organetto ; essi si alternano nel canto delle strofe e tra l’una e l’altra l’armonica esegue breve interludio, improntato al saltarello. Tutta la famiglia si riunisce sull’aia all’apparire dei canterini, e ascolta con grande raccoglimento e devozione la sequenza delle sofferenze del Dio fatto uomo, spesso a mani giunte e perfino in ginocchio. ‘Anche di questo canto si hanno diverse lezioni; rileviamo che una cantata, nelle quale sono narrati gli avvenimenti susseguitisi nelle diverse ore, è chiamata « L’orologio della Passione ». E’ inutile dire che l’usanza viveva nell’intera nostra regione.
Da popolaresca marchigiana di Giovanni Ginobili maestro e poeta dialettale di Petriolo.
Come per ogni domenica delle Palme, noi facciamo il pane incoronato con i rami d’ulivo benedetti alla messa della stessa giornata.
Hai una casa un po’ piccola, sembra fatta per te È diventata la nostra da quando hai appiccicato Tutti i momenti-i che hai passato con me-e-e Sopra il frigorifero (sopra il frigorifero) c’è la mia faccia
E mi fa ridere che sono da tutte le parti Girando gli angoli di questo mondo Non posso trovarmi in un luogo migliore Se non tra le tue braccia, in mezzo a tutte le luci Noi siamo gli unici con le tapparelle chiuse
E non l’ho detto a nessuno Che ho perso la testa e sono pazzo di te Non volano farfalle Non sto più nella pelle Ho perso le emozioni me le ritrovi tu? Da questa notte No, no non voglio stare male Dammi due ali per volare Sei una boccata d’aria-ia
Hai un elastico tra i capelli Per tenerci legati Non ho nulla a parte te Che mi faccia respirare Sei una botta di ossigeno in mezzo all’industria La vita è un po’ tossica, strappi un sorriso Quando mi guardi con quegli occhi lucidi Non sento i limiti nel mio futuro
E non l’ho detto a nessuno Che ho perso la testa e sono pazzo di te Non volano farfalle Non sto più nella pelle Ho perso le emozioni me le ritrovi tu? Da questa notte No, no non voglio stare male Dammi due ali per volare Sei una boccata d’aria-ia
Volano farfalle sulle lampadine Attratte come fosse la luce del sole Come me che tra miliardi di persone Vengo verso di te
Non volano farfalle Non sto più nella pelle Ho perso le emozioni me le ritrovi tu? Da questa notte No no non voglio stare male Dammi due ali per volare Sei una boccata d’aria-ia
Altro gioco del tempo di Pasqua era quello di giocare a pizzetta o come altrove si diceva « a scoccelta » e in quel di Pen- ma S. Giovanni a “cioccarella” Da quanto diciamo questo giuoco era praticato in gran parte del Piceno. Si trattava dell’uovo sodo dipinto “Óu pìndu “, col quale si giuocava. I giocatori in questo caso non potevano essere più di due. Tirata la conta uno doveva «tené’ sotto» il proprio uovo, l’altro picchiava ‘(ncioccava). Si poteva incioccare, convenendo, pizzo con pizzo, fianco contro fianco ecc. L’uovo che prima cedeva era perso e andava in possesso di colui che l’aveva più resistente. Altro giuoco era quello di far correre le uova sode per una pendenza, l’uovo che prima raggiungeva la meta stabilita o andava più lontano era vincitore. Il proprietario intascava quello suo avversario.
Echi tradizionali dei fanciulli marchigiani di Giovani Ginobili maestro e scrittore a Petriolo (Macerata) Marche
Sì cerca di non pensare al tempo attuale che ha portato la cosa più brutta che possa esserci al mondo! Terribile solo a pronunciare la parola, guerra, chi fugge di qua, chi fugge di là verso un popolo che ha perso la libertà dopo due anni di pandemia!
Ritorneremo alla miseria nera, alla morte di piccoli e grandi, alla distruzione di città e soprattutto alla paura di guerra nucleare!
Si va avanti pensando a quel che è stato il tempo passato perduto fra stupidità e superficialità, fra preoccupazioni che sembravano insormontabili ed invece, guardando indietro, capiamo quanto siamo stati egoisti ed anche stupidi!
È passato, non tornerà più quel tempo, resta solo la speranza che questa guerra finisca presto e non si espandi oltre!
Ci proviamo ad andare avanti nonostante le bollette stratosferiche che stanno arrivando togliendoci pure lui la possibilità di pensare al futuro…..come dico sempre, del diman non c’è certezza ed il resto ora è paura!
Stamattina c’era il sole nonostante fosse tanto freddo da diversi giorni e mi sono armata di coraggio cominciando le pulizie di Pasqua nella speranza che servano a pensare che sarà come prima!
Pulizia del frigo e del surgelatore, piccoli resti di formaggio, piccoli resti di verdure surgelate. Questa è l’occasione per cominciare a preparare la créscia de casció di Pasqua, ma intanto pensiamo al pranzo di oggi. Mettiamo a bollire l’acqua per le penne, nella padella facciamo cuocere gli spinaci ancora surgelati con l’olio extravergine di oliva, profumi di erbe aromatiche, anche un po’ di “míntuccia”, fresca fresca, in un contenitore mettiamo il pecorino secco, il parmigiano reggiano e la feta, gli spinaci, uniamo l’acqua della pasta e frulliamo per formare una crema che rimettiamo nella padella degli spinaci. Scoliamo le penne, versiamole nella crema di formaggi e portiamo in tavola.
Buona, saporita e di poco costo, soprattutto veloce!
Non avevamo più pane, quello con il lievito madre era troppo tardi perché la lievitazione doveva essere di una notte, che potevo fare? Andare a comprarlo no, non mi piace più dopo 13 anni di panificazione in casa, il pane comprato non è esiste, cercherò di poterlo ancora fare finché avrò vita.
Un paio di cazzottini con i semi di girasole fatti in batter d’occhio ed il pane è in tavola!
Buoni buoni!
Ho impastato 500 gr di farina 1, può essere anche 0 o 00, meno di un cucchiaino di lievito di birra disidratato, mezzo cucchiaino di zucchero e di sale, un cucchiaio di semi di girasole, tre cucchiai di olio extravergine di oliva e 350 grammi acqua.
Ho messo raddoppiare in forno con la luce accesa. Ho sgonfiato e tagliato a cazzottini, ho fatto lievitare ed ho cotto a 180 per una ventina di minuti.
Buoni per la marmellata e per il prosciutto. Se il pane è fatto con il lievito di birra non moriremo per questo! Ora ci sarà la guerra che potrebbe farci la pelle……a tutto il mondo intero!
Oggi è quaresima, facciamo un pasto sobrio se non riusciamo a fare digiuno e prima cosa su tutto, preghiamo!
Era usanza di tutti i nostri paesi marchigiani che l’ultimo giorno si facessero i funerali al Carnevale rappresentato da un madornale pupazzo ripieno di paglia ricoperto di cenci.
Nella piazza maggiore del paese, ove si radunava il popolo, suolevasi erigere un palco. La brigata in maschera appariva e faceva baccano indicibile, portando un’onda di chiassosa allegria; tanta da non far sentire talvolta il gelido vento che soffiava e sferzava il viso. Motti ridicoli, gesti esagerati e burloni, strumenti musicali grossolani adatti solo a far rumore, muovevano le risa del popolo presente. Sul palco avveniva l’ultima mangiata di mangiata di maccheroni, che offrivano anche al morituro Carnevale, e che tenevano (questo avveniva a Petriolo), tanto per far senso sugli spettatori, in vasi per uso facilmente immaginabile.
Oltre alle maschere, lo stesso popolo, specie i ragazzi e i giovani, mandavano a squarciagola urla, grida indecifrabili e se sapevano che le maschere avevano confetti onde spingerle a gettarli, gridavano a tutto fiato:
E Li maschiri sinze convétti va sonenne li scallaletti,
Quando poi brigate mascherate indugiavano nelle case o in qualche ritrovo, onde tirarle fuori, si soleva vociare: «foril fori! fori!»,
La piazza presentava, col suo inusitato affollamento, un colpo d’acchio d’eccezione. Se poi le maschere gettavano confetti, tra la folla allora avveniva indescrivibile parapiglia: si levavano da essa urla, grida da bolgia infernale.
Quando tutte le maschere erano sul palco, nel pomeriggio, si procedeva al processo contro il Carnevale per cui veniva condannato a morte e al rogo.
Si apriva allora l’ugola ad un canto funebre. Era il popolo che lamentava la dipartita del gaio Carnevale per dare posto alla dura Quaresima. I nostri padri invero osservavano rigorosamente i quaranta giorni di digiuno e di astinenza che precedono la Pasqua all’idea di passare dalla spensieratezza e dal tripudio al raccoglimento e alla più severa penitenza, non si sapevano adattare a cuor contento e in tono lugubre cantavano:
Carnuà’
non me lassà’
ché non pòzzo dejunà.
Quaresima pizzuta
perché ce sci vinuta?
Le foje e li spinaci
é cose che non mme piace;
le gajine e li cappi (capponi)
é cose che mme piace de più.
OhI…. Ah!.. Ih!.. Eh!..
Erano grida di dolore che emettevano i piagnoni. E si proseguiva:
È mortu Carnuà’!
Chi lu sottererà?
La compagnia de Li gobbi
farà la carità.
Oh!….Ih!…..Ah!…..Uh!….
Così allora del vespero, con torce a vento, con lampioncini appesi a bastoni, fra una marea di popolo, Carnevale morto, portato a spalla dai necrofori, veniva condotto per le principali vie del paese; indi facevano ritorno sulla piazza ove, a notte già scesa e al lume delle torce e dei lampioni si appiccava il fuoco al Carnevale che vedeva cosi finire la sua vita di tripudio e di sollazzo nella condanna del rogo. Racchiudeva, quest’atto un significativo morale?
Non lo sappiamo; per certo era quella l’altima espressione delle pazzie del Carnevale marchigiano che lasciava in tutti un senso di accorata nostalgia per aver creato amori e delusioni, buon umore, allegria, spensieratezza, ma tutto solo per breve tempo:
Finitu Carnuà, finitu amore;
finito de magnà’ le castagnole.
Giovanni Ginobili maestro e poeta dialettale a Petriolo.
Tutto questo è solo un racconto antico di quando il carnevale era una pausa momentanea che serviva per scacciare la fatica giornaliera del vivere, era un passatempo per grandi e piccini senza pretese e si chiudeva a mezzanotte quando entrava la quaresima tempo di riflessione e di sacrifici, stati d’animo sconosciuti per le generazioni arrivate dopo.
Stiamo attenti perché potremmo ritornare indietro e sarà dura, molto di più che per quelli di allora! Come diceva mia madre; dal malessere al benessere ci si va bene, ma dal benessere al malessere sarà dura!
Carnevale a Petriolo anno 1967 e la banda con il maestro di musica Zamò!
Le castagnole che chiudevano il carnevale a Petriolo!
Grazie a Dio a Petriolo è tornata l’energia elettrica e fu luce e fu caldo!
Sapete perché i dolci di carnevale sono tutti fritti? Quando non era possibile mantenere i cibi freschi per la mancanza di frigoriferi e congelatori, c’era la conservazione sottaceto e sott’olio, le carni si salavano, le spezie camuffavano sapore ed odore andati avanti. In campagna e non solo, si usava fare la pista, la lavorazione della carne del maiale dalla quale si ottenevano salumi, lardo da soffritto e lo strutto un grasso buono per la frittura. Verso il periodo carnevalesco, vicino alla stagione della primavera, molti di questi prodotti dovevano essere consumati per evitare il loro irrancidimento. Uno in particolare era lo strutto ed allora essendo vicina la primavera e le galline cominciavano a deporre le uova, le “vergare” inventavano dolci fritti di facile esecuzione e con ingredienti a portata di ogni casa. Le sfrappe, le castagnole, le frittele di pane zuccherate in superficie, le ciambelline e gli scroccafusi per i quali la massaia doveva possedere “la dote”. Si andava a comprare in farmacia la cartina con la dose lievitante giusta per una certa quantità di uova. Gli scroccafusi erano offerti a “ lu vejó de le cecàre”che si teneva l’ ultimo sabato prima di carnevale. Il manifesto del veglione che veniva affisso per le vie del paese recitava così!
Lu vejó’ de le cecare Jende tutte de ‘sto munno per godé’ finende ‘nfunno, Pitrió’ ve’’mmita annare ar Vejó’ de le cecare. Valli, sôni, fiuri, candì, scroccafusi vôni e tandi, vallirì tutti galanti e mijiare de monelle magruline e cicciutelle velle come le papelle…. Tutto questo ve vo’ dare lu vejó’de le Cecare!
Il cartoncino di invito alle signorine del paese suonava così!
Fandelletta caruccetta, più gindile de ‘n-gnardile, Pitriolu ve rengrazia se con tanta vona grazia, venerete ‘mbo’ a sognare ar Vejó’ de le cecare! ‘Ffocherete tra mattate de ‘lligria e de risate, porbio comme fa d’istate le Cecare ‘nnammorate!
Tutte le ragazze dovevano indossare l’abito da sera e tutti i ragazzi il vestito scuro, nessuno escluso pena la non partecipazione al ballo!
Le ragazze dovevano essere accompagnate da un familiare se non erano fidanzate ufficialmente, un fratello, il padre o un cugino erano le loro guardie del corpo, mai potevano permettersi di andare al veglione da sole!
Durante il ballo per tutta la durata oltre a scambiarsi i cavalieri le ragazze più intraprendenti si divertivano a collezionare più giri di ballo provocando la gelosia di quelle più timide che magari restavano anche a guardare. Oltre ad essere offerti gli scroccafùsi, fra un intervallo e l’altro, la sala da ballo veniva investita da una moltitudine di coriandoli e stelle filanti e caramelle, c’era sempre un uomo di una certa età definito “americano” perché offriva a destra e a manca spumante, gingilli vari provocando l’invidia di molti meno fortunati.
Alla fine del ballo, la più bella ragazza veniva eletta Miss Cecàra!
Il veglione finiva all’alba della domenica ultima di carnevale, tutte le ragazze tornavano a casa stanche con i piedi doloranti fasciati nelle scarpe col tacco a spillo e sempre accompagnate con i rispettivi partners.
Il periodo carnevalesco finiva a mezzanotte del martedì grasso quando entrava la quaresima ed era proibito ballare ed ogni divertimento veniva bandito, cominciava il periodo di digiuno ed astinenza delle carni fino alla fine dei quaranta giorni quando arrivava la Pasqua!
Auguriamoci che non sia l’ultimo carnevale né l’ultima Pasqua!
Questa tradizione del veglione più famoso in quel di Petriolo è finita nei primi anni novanta, quando la gioventù era cambiata ed essendo diventata libera ed emancipata non c’era più il bisogno di aspettare il carnevale per andare a divertirsi!
Bene o male, non lo so, so soltanto che di stava da Dio!
Ai posteri l’ardua sentenza! Io posso dire che vorrei poter tornare indietro!
Buona vita, buoni scroccafùsi di carnevale a Petriolo!
L’avventura di impastare acqua e farina che ogni volta si trasformano magicamente nel cibo più buono che ci sia al mondo, non finisce fino a che ci sarà un po’ di forza nelle mie mani.
Posso ancora ringraziare Dio per questo gesto che più volte alla settimana riesco a fare ed ogni pane che esce dal forno, mi riempie di gioia. Succede, succede anche che qualche volta, il mio lavoro non sia proprio quello che mi aspettavo, le ragioni per una delusione possono essere molte, lievito che perde forza e cambia odore e sapore, un impasto non completamente fatto bene, acqua non giusta di temperatura oppure semplicemente una sbadataggine da parte mia perché come per tutti, non c’è un giorno uguale all’altro. Ma signori miei, questa è la vita!
Ecco oggi, vi mostro alcuni miei pani.
Cambiano forme, ma non cambia la sostanza! Per alcuni ho usato l’acqua di governo delle mozzarelle, per altri anche una parte di yogurt bianco greco!