Giovanni Ginobili

PANE DELLA DOMENICA DELLE PALME

LA PASCIO’ DE JISU’ CRISTO


Durante la settimana di Passione, precedente quella delle Palme, comitive di canterini, composta ogni una di non più di tre elementi, si riversano per la campagna per ricordare la Passione e la morte del Redentore, il dramma divino dell’umana redenzione.
Lo strumento musicale che accompagna il canto è l’organetto, ma nel maceratese, se pur non sempre, si aggiungono il tamburello ed il triangolo.
Recano, come in occasione del canto della passione dell’anime
purganti, la catàna per deporvi le uova che i campagnoli donano. I canterini propriamente detti sono due; è escluso il suonatore dell’organetto ; essi si alternano nel canto delle strofe e tra l’una e l’altra l’armonica esegue breve interludio,
improntato al saltarello.
Tutta la famiglia si riunisce sull’aia all’apparire dei canterini,
e ascolta con grande raccoglimento e devozione la sequenza delle sofferenze del Dio fatto uomo, spesso a mani giunte e perfino in ginocchio.
‘Anche di questo canto si hanno diverse lezioni; rileviamo che
una cantata, nelle quale sono narrati gli avvenimenti susseguitisi nelle diverse ore, è chiamata « L’orologio della Passione ».
E’ inutile dire che l’usanza viveva nell’intera nostra regione.

Da popolaresca marchigiana di Giovanni Ginobili maestro e poeta dialettale di Petriolo.

Come per ogni domenica delle Palme, noi facciamo il pane incoronato con i rami d’ulivo benedetti alla messa della stessa giornata.

Buona vita, buona settimana santa!

ÓU PÍNDU (uovo dipinto pasquale)

« A pizzetta »O ” a ciocchetta” o a scoccetta

Altro gioco del tempo di Pasqua era quello di giocare a pizzetta
o come altrove si diceva « a scoccelta » e in quel di Pen-
ma S. Giovanni a “cioccarella” Da quanto diciamo questo giuoco era praticato in gran parte del Piceno.
Si trattava dell’uovo sodo dipinto “Óu pìndu “, col quale si giuocava.
I giocatori in questo caso non potevano essere più di due. Tirata la conta uno doveva «tené’ sotto» il proprio uovo, l’altro picchiava ‘(ncioccava).
Si poteva incioccare,
convenendo, pizzo con
pizzo, fianco contro fianco ecc. L’uovo che prima cedeva era perso e andava in possesso di colui che l’aveva più resistente.
Altro giuoco era quello di far correre le uova sode per una
pendenza, l’uovo che prima raggiungeva la meta stabilita o andava più lontano era vincitore. Il proprietario intascava quello
suo avversario.

Echi tradizionali dei fanciulli marchigiani di Giovani Ginobili maestro e scrittore a Petriolo (Macerata) Marche

CARNEVALE A PETRIOLO (PITRIÓ MMIA)

Era usanza di tutti i nostri paesi marchigiani che l’ultimo giorno si facessero i funerali al Carnevale rappresentato da un madornale pupazzo ripieno di paglia ricoperto di cenci.

Nella piazza maggiore del paese, ove si radunava il popolo, suolevasi erigere un palco. La brigata in maschera appariva e faceva baccano indicibile, portando un’onda di chiassosa allegria; tanta da non far sentire talvolta il gelido vento che soffiava e sferzava il viso. Motti ridicoli, gesti esagerati e burloni, strumenti musicali grossolani adatti solo a far rumore, muovevano le risa del popolo presente. Sul palco avveniva l’ultima mangiata di mangiata di maccheroni, che offrivano anche al morituro Carnevale, e che tenevano (questo avveniva a Petriolo), tanto per far senso sugli spettatori, in vasi per uso facilmente immaginabile.

Oltre alle maschere, lo stesso popolo, specie i ragazzi e i giovani, mandavano a squarciagola urla, grida indecifrabili e se sapevano che le maschere avevano confetti onde spingerle a gettarli, gridavano a tutto fiato:

E Li maschiri sinze convétti va sonenne li scallaletti,

Quando poi brigate mascherate indugiavano nelle case o in qualche ritrovo, onde tirarle fuori, si soleva vociare: «foril fori! fori!»,

La piazza presentava, col suo inusitato affollamento, un colpo d’acchio d’eccezione. Se poi le maschere gettavano confetti, tra la folla allora avveniva indescrivibile parapiglia: si levavano da essa urla, grida da bolgia infernale.

Quando tutte le maschere erano sul palco, nel pomeriggio, si procedeva al processo contro il Carnevale per cui veniva condannato a morte e al rogo.

Si apriva allora l’ugola ad un canto funebre. Era il popolo che lamentava la dipartita del gaio Carnevale per dare posto alla dura Quaresima. I nostri padri invero osservavano rigorosamente i quaranta giorni di digiuno e di astinenza che precedono la Pasqua all’idea di passare dalla spensieratezza e dal tripudio al raccoglimento e alla più severa penitenza, non si sapevano adattare a cuor contento e in tono lugubre cantavano:

Carnuà’

non me lassà’

ché non pòzzo dejunà.

Quaresima pizzuta

perché ce sci vinuta?

Le foje e li spinaci

é cose che non mme piace;

le gajine e li cappi (capponi)

é cose che mme piace de più.

OhI…. Ah!.. Ih!.. Eh!..

Erano grida di dolore che emettevano i piagnoni. E si proseguiva:

È mortu Carnuà’!

Chi lu sottererà?

La compagnia de Li gobbi

farà la carità.

Oh!….Ih!…..Ah!…..Uh!….

Così allora del vespero, con torce a vento, con lampioncini appesi a bastoni, fra una marea di popolo, Carnevale morto, portato a spalla dai necrofori, veniva condotto per le principali vie del paese; indi facevano ritorno sulla piazza ove, a notte già scesa e al lume delle torce e dei lampioni si appiccava il fuoco al Carnevale che vedeva cosi finire la sua vita di tripudio e di sollazzo nella condanna del rogo. Racchiudeva, quest’atto un significativo morale?

Non lo sappiamo; per certo era quella l’altima espressione delle pazzie del Carnevale marchigiano che lasciava in tutti un senso di accorata nostalgia per aver creato amori e delusioni, buon umore, allegria, spensieratezza, ma tutto solo per breve tempo:

Finitu Carnuà, finitu amore;

finito de magnà’ le castagnole.

Giovanni Ginobili maestro e poeta dialettale a Petriolo.

Tutto questo è solo un racconto antico di quando il carnevale era una pausa momentanea che serviva per scacciare la fatica giornaliera del vivere, era un passatempo per grandi e piccini senza pretese e si chiudeva a mezzanotte quando entrava la quaresima tempo di riflessione e di sacrifici, stati d’animo sconosciuti per le generazioni arrivate dopo.

Stiamo attenti perché potremmo ritornare indietro e sarà dura, molto di più che per quelli di allora! Come diceva mia madre; dal malessere al benessere ci si va bene, ma dal benessere al malessere sarà dura!

Carnevale a Petriolo anno 1967 e la banda con il maestro di musica Zamò!

Le castagnole che chiudevano il carnevale a Petriolo!

Qui la ricetta!

https://farinaefiore.com/2020/01/19/castagnole/

LU VEJÓ DE LE CECÀRE

Grazie a Dio a Petriolo è tornata l’energia elettrica e fu luce e fu caldo!

Sapete perché i dolci di carnevale sono tutti fritti?
Quando non era possibile mantenere i cibi freschi per la mancanza di frigoriferi e congelatori, c’era la conservazione sottaceto e sott’olio, le carni si salavano, le spezie camuffavano sapore ed odore andati avanti. In campagna e non solo, si usava fare la pista, la lavorazione della carne del maiale dalla quale si ottenevano salumi, lardo da soffritto e lo strutto un grasso buono per la frittura. Verso il periodo carnevalesco, vicino alla stagione della primavera, molti di questi prodotti dovevano essere consumati per evitare il loro irrancidimento. Uno in particolare era lo strutto ed allora essendo vicina la primavera e le galline cominciavano a deporre le uova, le “vergare” inventavano dolci fritti di facile esecuzione e con ingredienti a portata di ogni casa. Le sfrappe, le castagnole, le frittele di pane zuccherate in superficie, le ciambelline e gli scroccafusi per i quali la massaia doveva possedere “la dote”.
Si andava a comprare in farmacia la cartina con la dose lievitante giusta per una certa quantità di uova. Gli scroccafusi erano offerti a “ lu vejó de le cecàre”che si teneva l’ ultimo sabato prima di carnevale.
Il manifesto del veglione che veniva affisso per le vie del paese recitava così!

Lu vejó’ de le cecare
Jende tutte de ‘sto munno per godé’ finende ‘nfunno, Pitrió’ ve’’mmita annare ar Vejó’ de le cecare.
Valli, sôni, fiuri, candì, scroccafusi vôni e tandi, vallirì tutti galanti e mijiare de monelle magruline e cicciutelle velle come le papelle….
Tutto questo ve vo’ dare lu vejó’de le Cecare!

Il cartoncino di invito alle signorine del paese suonava così!

Fandelletta caruccetta, più gindile de ‘n-gnardile, Pitriolu ve rengrazia se con tanta vona grazia, venerete ‘mbo’ a sognare ar Vejó’ de le cecare!
‘Ffocherete tra mattate de ‘lligria e de risate, porbio comme fa d’istate le Cecare ‘nnammorate!

Tutte le ragazze dovevano indossare l’abito da sera e tutti i ragazzi il vestito scuro, nessuno escluso pena la non partecipazione al ballo!

Le ragazze dovevano essere accompagnate da un familiare se non erano fidanzate ufficialmente, un fratello, il padre o un cugino erano le loro guardie del corpo, mai potevano permettersi di andare al veglione da sole!

Durante il ballo per tutta la durata oltre a scambiarsi i cavalieri le ragazze più intraprendenti si divertivano a collezionare più giri di ballo provocando la gelosia di quelle più timide che magari restavano anche a guardare. Oltre ad essere offerti gli scroccafùsi, fra un intervallo e l’altro, la sala da ballo veniva investita da una moltitudine di coriandoli e stelle filanti e caramelle, c’era sempre un uomo di una certa età definito “americano” perché offriva a destra e a manca spumante, gingilli vari provocando l’invidia di molti meno fortunati.

Alla fine del ballo, la più bella ragazza veniva eletta Miss Cecàra!

Il veglione finiva all’alba della domenica ultima di carnevale, tutte le ragazze tornavano a casa stanche con i piedi doloranti fasciati nelle scarpe col tacco a spillo e sempre accompagnate con i rispettivi partners.

Il periodo carnevalesco finiva a mezzanotte del martedì grasso quando entrava la quaresima ed era proibito ballare ed ogni divertimento veniva bandito, cominciava il periodo di digiuno ed astinenza delle carni fino alla fine dei quaranta giorni quando arrivava la Pasqua!

Auguriamoci che non sia l’ultimo carnevale né l’ultima Pasqua!

Questa tradizione del veglione più famoso in quel di Petriolo è finita nei primi anni novanta, quando la gioventù era cambiata ed essendo diventata libera ed emancipata non c’era più il bisogno di aspettare il carnevale per andare a divertirsi!

Bene o male, non lo so, so soltanto che di stava da Dio!

Ai posteri l’ardua sentenza! Io posso dire che vorrei poter tornare indietro!

Buona vita, buoni scroccafùsi di carnevale a Petriolo!

CANDELORA

Cannelora; de l’inverno semo fôra;

se ce negne, se ce piòe

ce n’avem quarantanove;

se ce dà sòle e solella

c’è quaranda dì d’invernu!

La ricorrenza della Candelora fu introdotta nel VII secolo dalla Chiesa orientale per festeggiare la presentazione di Gesù al Tempio, quaranta giorni dopo la nascita e la purificazione rituale della Madonna.

La candelora ha origine dalle feste pagane del fuoco e dai riti purificatori del mese di febbraio in cui i Romani chiedevano agli dei fortuna e buoni raccolti. In queste cerimonie di purificazione le donne giravano in processione per le strade con ceri e fiaccole accese, rito mutuato in seguito dalla Chiesa, che però celebrava Gesù, la vera Luce che illumina le genti.

Per questo motivo, in questa giornata si benedicono e si distribuiscono ai fedeli candele alle quali un tempo si attribuivano particolari poteri, infatti si accendevano per scongiurare temporali o per consolare gli ammalati.

Le candele di questa ricorrenza fanno parte dell’uso rituale del fuoco, ripetuto nei falò della festa della Madonna del fuoco in altre regioni e culminanti in quelli innumerevoli che si accendevano all’inizio di Marzo per cancellare l’ultima traccia dell’inverno e propiziarsi la buona stagione.

Questo è il racconto della tradizione.

Questo è il nostro racconto!

Quando eravamo piccoli, il giorno della festa della Candelora, nostra madre come tutti i giorni andava a messa che si celebrava alle sei del mattino, il sacrificio era totale, tempi che ora non si possono capire. Nostra madre tornata a casa, faceva il giro delle camere ed appendeva una candelina sopra ad ogni capezzale del letto e facendoci fare il segno della croce, ci raccontava che quelle candeline dovevano essere tenute da parte per la fine del mondo, quando sarà buio su tutta la terra e l’unica luce sarà la loro. Quella luce terrà accesa la speranza della salvezza eterna!

Noi non eravamo proprio contenti di sentire quel racconto ma serviva per non essere tanto birichini!

Quelle candeline di molto tempo fa, sono custodite gelosamente nella nostra casa materna! Praticamente un secolo fa!

Comunque sia andata, l’insegnamento di nostra madre, è servito a creare persone buone e di sani principi cosa per ora molto rara!

Buona festa della Candelora buona vita! ❤️

FEBBRARITTU

Febbrarittu curtu

è lu mejo de tutti;

ma se se remmè’

pegghio non c’è.

Febbraio avverte che se ci ripensa (se ne remmè’) se rinviene, nessun altro mese è peggiore di lui!

Ma le pazzie del febbraio dipendono un po’ dal mese di gennaio; ché se questo non sfoga quello sarà brutto!

Se gennaio non genneggia,

febbraio mal fa e mal pensa!

Ve ne sono altri di detti interessanti questo mese, tutti significativi che si odono nelle labbra dei nostri vecchi.

Febbraio asciutto, erba per tutto.

Da costumanze marchigiane del poeta e maestro in Petriolo Macerata Marche

Fiori di rosmarino

I TRE GIORNI DELLA MERLA

Ho trovato questo scritto sulla leggenda dei tre giorni della merla e mi è piaciuto molto e ve lo trascrivo.

La leggenda dei tre giorni della Merla esiste in varie versioni.

E’ una simpatica leggenda che può coinvolgere i bambini più piccoli della scuola materna o delle prime classi della scuola elementare.

Appartiene a quelle leggende popolari che il mondo contadino tramandava di generazione in generazione, per spiegare i segreti delle stagioni e della natura.

Se non la ricordate bene o volete scoprire alcune versioni diversa da quella che conoscete, eccovi qua.

Rilassatevi pochi minuti.

Pronti?

Si parte!

I giorni della merla: varie versioni della leggenda

Cari genitori, nonni o insegnanti, sono sicura chequella che vi propongo per prima è la versione che anche voi conoscete.

E’ quella più famosa e sicuramente adatta per i bambini più piccoli.

Eccola qua.

Perché i merli sono neri

“Dovete sapere che i merli, un tempo, avevano delle bellissime piume bianche e soffici. Durante il gelido inverno, raccoglievano nei loro nidi le provviste per sopravvivere al gelo, in modo da potersi rintanare al calduccio per tutto il mese di gennaio. Sarebbero usciti solo quando il sole fosse stato un poco più caldo e i primi ciuffi d’erba avessero fatto capolino tra i cumuli di neve.
Così, aspettarono fino al 28 gennaio poi uscirono Le merle cominciarono a festeggiare, sbeffeggiando l’inverno: anche quell’anno ce l’avevano fatta; il gelo , ai merli, non faceva più paura! 
Tutta questa allegria, però, fece infuriare l’inverno, che decise di dare una lezione a quegli uccelli troppo canterini: sulla terra calò un un vento gelido, che ghiacciò la terra e i germogli insieme ad essa. Perfino i nidi dei merli furono spazzati via dal vento e dalla tormenta.
I merli, per sopravvivere al freddo, furono costretti a rintanarsi nei camini delle case.
Lì, il calduccio li riscaldò e3 permise loro di resistere a quelle giornate.
Solo a febbraio la tormenta si placò e i merli poterono riprendere il volo.
La fuliggine dei camini, però, aveva annerito per sempre le loro piume bianche: fu così che i merli divennero neri, come li possiamo vedere oggi.”

La merla e il merlo ( racconto della Maremma)

Si racconta che un tempo, una povera merla e suo marito, il merlo, con le piume candide come la neve, stavano molto male.
Erano gli ultimi giorni di gennaio; tremavano per il freddo e non riuscivano a trovare più niente da mangiare.
Allora decisero di rifugiarsi dentro un comignolo per trovare riparo e calduccio.
La merla e il merlo vi rimasero tre giorni interi, ritemprandosi e riuscendo a sopravvivere, mentre i loro compagni , furono uccisi da gelo.
Quando la merla e il merlo uscirono dal comignolo, avevano però cambiato colore: per la fuliggine, erano diventati tutti neri.
Così, da quel giorno in poi, tutti i merli nacquero con le loro piume tutte nere.

La leggenda del cannone nero

Alcuni soldati piemontesi dovevano spostare un pesante cannone nero, chiamato per questo motivo, “la merla”, da una riva all’altra del Po.

“Era gennaio, il fiume era in piena e la forte corrente impediva la costruzione di un ponte di barche che permettesse il trasbordo.
Solo il gran freddo degli ultimi tre giorni di gennaio e l’impressionante gelata consentirono ai soldati di trascinare il pesante pezzo di artiglieria sul fiume ghiacciato fino all’altra sponda.
Così per ricordare l’impresa, divennero i giorni della merla.

Esistono tantissime altre versioni di questa simpatica leggenda, come quella del forlivese o del cesenate.

Anche a Lodi o a Cremona ci sono anche dei canti popolari, di origine contadina, dedicati a questi giorni.

Non mancano nemmeno i proverbi.

Uno di questi, bolognese recita: ” Quando canta il merlo, siamo fuori dall’inverno!”

Altro proverbio, che riguarda anche la primavera, dice: “se i giorni della merla sono freddi, la primavera sarà mite; se invece sono caldi, la primavera arriverà in ritardo.”

Continuiamo a tramandare queste semplici leggende ai nostri bambini.

Anche questo è un modo di arricchirli.

Parola di Mastrogessetto! Qui il suo link

Fin qui il racconto ora la ricetta tradizionale petriolese dei giorni della merla!

Li quatrucci mischi (quadrucci misti)

Per il nostro benessere e per riscaldare corpo ed anima, mettiamoci a preparare una buonissima minestra rustica e tradizionale delle nostre parti.

Impasta ad occhio, farina di granoturco e di grano, buttaci sopra l’acqua tiepida, tanta quanta ne serve per fare una pasta da tirare ed un pizzico di sale. Lascia che riposi sotto uno “sparàcciu”, un canovaccio da cucina pulito. Intanto fai cuocere il cavolo bianco che non sa di niente, uniscici i finocchi, le patate, i ceci ed i fagioli borlotti e qualche crosta di pecorino secco. Lascia cuocere, vai a stendere la “pannella”, che fai riposare per una mezz’ora per poterla tagliare bene. La avvolgi su se stessa e la tagli in senso verticale poi orizzontale per fare “li quatrùcci” tutti irregolari. Fai soffriggere il grasso di maiale e la cipolla, unisci il pomodoro e versa il condimento sulle verdure ormai cotte, versaci li quatrùcci e mescola di continuo fino a cottura completa. Condisci a crudo con olio extravergine di oliva e pecorino secco. Mangia la minestra ancora fumante, ti riscalderà corpo ed anima.

Nei quadrucci misti, al tempo della nonna e della mamma, si evitava di mettere le uova perché oltre a tenerle da parte per le preparazioni più importanti, servivano per i bambini e le persone anziane che avevano bisogno di cibo sostanzioso e per rispettare le vigilie delle feste ed i venerdì giorni di astinenza delle carni.

La presenza di due farine, rende il piatto corposo e le verdure con i legumi lo fanno diventare completo per le proteine vegetali.

I quatrùcci mischi, era un piatto da gustare nei giorni della merla quando in casa c’era il grasso di maiale ancora fresco.

Buona vita, buoni quatrùcci mischi alle verdure e legumi! ❤️

LU VECCHJÓ (IL BEFANONE)

La tradizione vuole che nel giorno della festa di S. Antonio Abate, una persona di casa vestita in malo modo, “lu vecchjó”, il befanone, recasse in dono giocattoli e dolci ma anche carbone ai bimbi marchigiani.

Portava dietro di sé il carnevale poiché, dicevano gli antichi, esso ha inizio il giorno di Sant’Antonio Abate!

A casa nostra era mio marito o mio fratello gemello a trasformarsi in “vecchjó”, era molto desiderato tanto quanto molto temuto!

La scena era tragica comica che a ripensarci ora, mi viene da piangere e ridere insieme!

Sono fatti e scenette di molto tempo fa, i bimbi di oggi, non sanno nemmeno l’esistenza del “vecchjó”! Sono troppo tecnologici e molto insensibili a cose di questo genere. Credo che gli capitasse a tiro lu vecchjó, questo sarebbe impaurito più che mai per la loro sicurezza e spavalderia!

Questo è il racconto di “lu vecchjó”!

Buona vita, buon vecchjó! ❤️

Lo sentivi arrivare quando iniziava a sbattere il bastone sui muri mentre, con fare maldestro, si accingeva a scendere le ripide scale di casa di mia nonna.
Solitamente arrivava nel tardo pomeriggio della sera della festa di Sant’Antonio abate – 17 gennaio. Si capiva per il profumo nell’aria: quello dei mandarini che era solito regalare a noi bambini. Insieme ai suoi passi, c’era subito la timida risata di mia nonna, che per non farsi scoprire dai noi più piccoli, si copriva la bocca con la mano.
Poi eccolo arrivare sulla porta della cucina e gridando ad alta voce: èccome, èccome, chi è che piagne? Chi c’ha paura de lu vecchjó ???
E qui un misto tra risa e pianti, tra chi si nascondeva sotto il tavolo e chi scappava nell’altra stanza, tra chi abbracciava la mamma e chi invece rideva a più non posso perché aveva riconosciuto il misterioso befanone.
Una volta placata la situazione eccolo qua: apriva il sacco, cercando di farci avvicinare a lui, tirava fuori: mandarini, quaderni, colori e caramelle e sbattendo i piedi con gli scarponi, girava le spalle e risaliva le ripide scale per spogliarsi degli stracci di vecchjò!
Soltanto appena udito lo sbattere della porta di casa, la paura passava in fretta e furia e velocemente si cercava di allungare le mani per afferrare il dolcetto preferito.

S. ANTONIO E LE PAGNOTTELLE BENEDETTE

La storia popolare di Sant’Antonio

Sant’Antonio Abate, egiziano di nascita, visse i suoi ultimi anni nel deserto della Tebaide, dove condusse una vita ritirata pregando e coltivando un piccolo orto per il proprio sostentamento. Fu molto tormentato da tentazioni fortissime, tanto da staccarsi radicalmente dal mondo. Si chiuse allora in una tomba scavata nella roccia ed in questo luogo fu aggredito e percosso dal demonio; senza sensi venne raccolto da persone che si recavano alla tomba per portargli del cibo e fu trasportato nella chiesa del villaggio, dove si rimise. Morì il 17 gennaio del 357. Nel XII sec. le sue reliquie furono poi trasferite in Francia dai crociati. Qui si sviluppò la fama del Santo come guaritore, soprattutto dall’Herpes zoster (fuoco di Sant’Antonio) che veniva curato con il grasso del maiale. Per accogliere i pellegrini si rese necessaria la costruzione di un ospedale e la formazione di una confraternita di religiosi ospedalieri (Antonini). Per assicurare la sussistenza dell’ospedale, i religiosi allevavano allo stato brado animali domestici, specialmente maiali, i quali, per essere riconosciuti dagli altri, erano dotati di un campanello appeso al collo. Per questo motivo, secondo la tradizione, S. Antonio è il protettore degli animali domestici.

Per la festa del santo c’è la tradizione di preparare le pagnottelle, possono essere solo con farina, acqua e pasta acida vecchia, oppure con il latte fresco di mongana, ed il grasso di maiale quello stesso che veniva usato per curare lo sfogo di s. Antonio.

Il pane così preparato prima di essere mangiato sia dagli umani che dagli animali, ancora oggi deve essere benedetto il giorno della ricorrenza del santo!

Le nostre pagnottelle sono con il latte fresco e lo strutto come tradizione vuole!

Se volete preparare le nostre pagnottelle di s. Antonio, basta impastare 600 grammi di farina 00 con un cucchiaino di zucchero, un cucchiaino di lievito di birra disidratato, latte fresco quanto basta per ottenere un impasto morbido, unire un cucchiaino di sale, e 30 grammi di strutto messo pezzetto per pezzetto. Quando lo strutto è assorbito tutto, finire di impastare solo quando la pasta diventa liscia e setosa! Vi ricordo che la pasta deve essere morbida morbida!

Lasciare che lieviti fino al raddoppio nel forno spento con la lucina accesa, fare due o tre pieghe in ciotola tirando su ogni lato riportandolo al centro della ciotola chiudendo bene. Rimettere a lievitare, al raddoppio tagliare tanti pezzi di 60 grammi, pirlare ogni pallina e lasciare lievitare ancora in un vassoio infarinato e coperto dalla pellicola. Riprendere ogni pallina e pirarla ancora per l’ultima volta!

Fare una croce profonda in ogni pallina e rimettere a lievitare per l’ultima volta!

Tutti questi passaggi sono utili per ottenere una pasta sfogliata e morbida. Se non ve la sentite di farla lunga, fate solo la prima lievitazione e cuocete al raddoppio!

Una volta lievitate, con un pennello spennellare di latte tutte le palline e mettere a cuocere a 200 gradi per quasi una mezz’ora, abbassando il forno a 180 gradi dopo dieci minuti!

Regolatevi per la cottura con il vostro forno che conoscete meglio!

Fate raffreddare prima di separare le palline!

Se avete la possibilità, portatele stasera in chiesa a benedire dal Protettore s. Antonio!

Tutto, se trovate un prete che ancora rispetti la liturgia e la tradizione, mi sa che non sarà tanto facile!

Buona vita, buona festa di s. Antonio Abate ❤️

CALENDARIO DI AVVENTO

🕯

𝙉𝘼𝙏𝘼̀’ 𝟮𝟬𝟮𝟭, 𝙘𝙖𝙡𝙚𝙣𝙙𝙖𝙧𝙞𝙤 𝙙𝙞𝙜𝙞𝙩𝙖𝙡𝙚 𝙙𝙚𝙡𝙡’𝙖𝙫𝙫𝙚𝙣𝙩𝙤 𝙙𝙚𝙡𝙡𝙚 𝙩𝙧𝙖𝙙𝙞𝙯𝙞𝙤𝙣𝙞 𝙥𝙤𝙥𝙤𝙡𝙖𝙧𝙞 𝙙𝙚𝙡𝙡𝙚 𝙈𝙖𝙧𝙘𝙝𝙚 𝙘𝙚𝙣𝙩𝙧𝙖𝙡𝙞 𝙘𝙤𝙣 𝙂𝙞𝙤𝙫𝙖𝙣𝙣𝙞 𝙂𝙞𝙣𝙤𝙗𝙞𝙡𝙞.

𝟮𝟱 𝗗𝗜𝗖𝗘𝗠𝗕𝗥𝗘 𝟮𝟬𝟮𝟭
Per la notte della vigilia di Natale le massaie prendevano un cappone, lo facevano bollire e poi lasciavano il brodo a gelare all’aperto per tutta la notte: quello era il “grasso benedetto” che veniva conservato per tutto l’anno perché ritenuto efficace per alcune malattie.
Un’altra antichissima tradizione vuole che ci dovesse recare a mezzanotte alla fonte ad attingere acqua, in punta di piedi e silenziosamente, nella convinzione che ciò portasse fortuna e fosse contro il malocchio.

E come sempre fino ad ora, siamo arrivati alla fine che dovrebbe essere un inizio di nuova vita!
Auguri di buon Natale e di un altro calendario di Avvento da raccontare con Carlo Natali] @kat.orastrana @sunusaix