Petriolo

Pinciarelle o pingiarelle senza uova con aquafaba e legumi

Le pinciarelle o pingiarelle due nomi ma sempre la stessa pasta, fatte a mano con la massa del pane al tempo delle nostre nonne. Sono senza uova perché in tempi passati si preferiva risparmiare e tenerle da parte per altre preparazioni. Il nome deriva dal gesto che la massaia faceva per staccare ogni pezzetto, “pincicava”, pizzicava e faceva scivolare sopra la spianatoia per formare le pinciarelle.

Due erano i condimenti preferiti dalle massaie, uno invernale fatto con un soffritto di olio extravergine di oliva, aglio, prezzemolo, tonno sbriciolato e alici diliscate, l’altro nella stagione estiva fatto con la pancetta, cipolla, maggiorana e pomodori ben maturati al sole caldo ed una parca spolverata di pecorino secco tanto da doverlo rompere con l’accetta! Abbiamo ancora in mente il rumore sordo di questo strumento di lavoro, che veniva dalla cucina di una casa affianco alla nostra. “L’accettarellu”, come si chiama in dialetto petriolese, si abbatteva sopra “battilardo”di legno consumato, un mobiletto tipo comodino antico, tanto da ritrovarsi in bocca insieme al pecorino, scaglie di legno intriso di unto per quanto era stato “battuto”, sopra, uno più di tutti, il lardo tenuto sotto sale e magari irrancidito. Il grasso così ammorbidito dalle “accettate”, serviva per fare il sugo di carne e per “lardellare” o spalmare il petto del pollame da arrostire.

Dopo i ricordi, oggi descriviamo invece le nostre pinciarelle o pingiarelle. Molto spesso le prepariamo con l’esubero di pasta madre ed acqua, ci piace variare le farine come quella di castagne, di farro o di grano saraceno, spesso con le uova se vogliamo un primo completo e sostanzioso o senza acqua se poi facciamo seguire un secondo piatto.

Da un po’ di tempo abbiamo scoperto l’uso dell’aquafaba utile in molte preparazioni proprio per evitare il consumo eccessivo di uova. Abbiamo sperimentato molte ricette con buoni risultati sia con i dolci che con il pane o torte salate. Facendo spesso facciamo l’uso di legumi sia freschi che in barattolo di vetro mettiamo da parte la loro acqua di cottura che manteniamo in frigo.

Come facciamo le pinciarelle?

Mettiamo nella ciotola della planetaria o sopra la spianatoia la farina 0 ed integrale o di farro della quantità che desideriamo, circa 500 grammi o di altro tipo, uniamo un pizzico di sale, il rosmarino tagliato finemente, l’aquafaba circa 150 grammi e acqua di rubinetto tanta quanto basta ad ottenere una pasta come quella delle tagliatelle. Impastiamo e formiamo una palla. Non c’è bisogno di farla riposare, quindi si può subito procedere alla preparazione delle pinciarelle. Stacchiamo un pezzetto di pasta, lo rotoliamo fra le mani e lo facciamo rotolare con il palmo sopra la spianatoia e spezziamo della lunghezza che desideriamo avere. Continuiamo così fino alla fine della pasta. Nel frattempo prepariamo in una padella, un soffritto un filo di olio extravergine di oliva e porro, uniamo i pelati spappolati con le mani, ancora aghi di rosmarino tagliati finemente e i legumi scolati. Lasciamo che tutto si insaporisca e spegniamo il fuoco. Mettiamo a cuocere le pinciarelle in acqua bollente salata, mescoliamo quando vengono a galla e lasciamo bollire per alcuni minuti. Assaggiamo per la cottura e se la troviamo giusta, le scoliamo e le facciamo saltare nei legumi mescolando per amalgamare e se serve uniamo l’acqua della cottura ed infine una spolverata di pecorino o parmigiano reggiano e aghetti di rosmarino.

Il piatto è pronto e possiamo gustare “le pinciarelle”senza paura di dover fare aumentare il colesterolo 😂

Buona vita, buone pinciarelle con aquafaba.❤️

Li moccolotti de lo vàtte

Il sugo per “li moccolotti” non era il ragù delle altre regioni, era nostro, del nostro territorio, ci voleva il lardo, povero grasso che veniva conservato sotto sale quando veniva fatta la “pista”, la lavorazione delle carni la di maiale.

La mattina, all’alba, la vergara si alzava per la preparazione del sugo che aveva bisogno di una lunghissima cottura.

Per prima cosa preparava lo “vattùto”, con Il lardo che dopo essere stato pulito dal sale in abbondanza, lo batteva con il coltello sopra “lu vattilàrdo” il tagliere di legno unto e sbisunto e tramandato da generazione in generazione, pensiamo a quanta igiene potesse esserci.

La vergara raccoglieva il lardo diventato crema e lo metteva a soffriggere nella pentola “de còccia”, univa gli odori, cipolla, sedano, carote ed aglio, le carni dell’aia con le loro rigaglie tutte tritate rigorosamente con il coltello.

La carne di macello quasi mai veniva aggiunta per motivi di soldi e di tempo, nessuno poteva permettersi di andare in paese perdendo del tempo prezioso.

Dopo la rosolatura del tutto, univa la conserva comprata sfusa nella pizzicheria magari di zia Ida, il pomodoro a pezzi maturato al sole e finiva la cottura del sugo quando questo si presentava asciutto senza acqua in superficie.

Arrivata l’ora di pranzo, la vergara e le altre “vergarette de casa”, si apprestavano ad apparecchiare la tavola, per le tovaglie bianche candide di fiandra era arrivata l’ora di far bella mostra, così come per i piatti più belli del servizio buono regalo di matrimonio.

“I moccolotti”, finalmente venivano scolati con lo scolapasta di legno dentro la fiamminga anch’essa bella, bianca e grande, la vergara col ramaiolo lasciava cadere il sugo che abbracciava la pasta ed una spolverata di pecorino l’imbiancava.

La vergara riceveva i complimenti del fattore che a “pànza pina”, lasciava una pacca sul sedere della vergara.

Cosa pensasse la vergara, non ci è dato di sapere!

Ma la carne è debole!

Il fattore di casa Natali, continua il racconto dei moccolotti del tempo della trebbiatura gustando la mia pasta…..pensando forse che, “li moccolotti de lo vàtte de la vergara”, erano tutt’altra cosa!

Buona vita, buoni rigatoni de lo vàtte! ❤️
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La  marmellata  di Galeno Marmellata  di  mele  cotogne  e  radici di cicoria

Alla ricerca dei capolavori gastronomici marchigiani perduti

La marmellata di Galeno

Questa è una particolare marmellata amara di mele cotone e radici di cicoria. Cotogne e cicoria sono ricche di sostanze benefiche soprattutto per l’apparato digestivo, nelle radici si trova l’inulina una sostanza che favorisce l’azione dello sviluppo della microflora intestinale. Non a caso le virtù di queste due piante, erano menzionate nella medicina galenica in epoca romana tanto è vero che la marmellata era destinata a chiudere un lauto pasto come digestivo. La patria di questa marmellata, era un delizioso paese del maceratese, Ussita, purtroppo distrutto dal terremoto di un anno fa. Non si trova traccia di ricetta sulla rete, solo accenni storici! È certamente molto particolare, però vale la pena farla conoscere e recuperare la produzione di un prodotto tradizionale ed antico. Forse qualche azienda lo farà! Oltretutto avendo come ingredienti la mela cotogna e la radice di cicoria, non può che essere una preparazione sana e naturale. Come fare allora per preparare questa capolavoro antico che sembra tutto meno che una marmellata? Sperimentare, assaggiare e far provare al giudice di casa nostra. È l’unico con un naso ed un palato, superiori ai più. Basta che apra la porta di casa, per capire e sentire il suo autorevole parere su ciò che bolle in pentola. Mi sento per questo, molto fortunata! Ricordiamo che una ricetta della nostra tradizione, non può andare perduta.

Ingredienti

Mele cotogne in maggior quantità

Radici di cicoria a piacere

Zucchero 350 gr. per un kl. di prodotto

Succo di limone

Grappa o mistrà

Preparazione

Tagliamo a pezzi le mele cotogne e la cicoria dopo averle lavate, uniamo il succo del limone e lo zucchero, versiamo in una pentola. Mescoliamo bene e lasciamo a riposare per alcune ore. Mettiamo a bollire a fuoco lento fino a quando tutto è diventato morbido. Passiamo al passaverdure, per ottenere una purea che rimetteremo a cuocere mescolando di continuo per non farla attaccare. Controlliamo la cottura come si fa con le marmellate, mettendone un cucchiaino sul piattino. Se la consistenza è giusta, invasiamo, aggiungiamo il liquore e accendiamo facendo attenzione a non bruciare noi. Chiudiamo con i loro coperchi e copriamo con un canovaccio abbastanza spesso. Una volta ottenuto il sottovuoto, riponiamo in un luogo scuro.

Se vi piacciono le spezie, potete unire ad una parte, chiodi di garofano, bacche di ginepro, cardamomo, anice stellato e cannella. Potete mettere tutte le spezie in un sacchettino di tela che toglierete a fine cottura. Io l’ho trovata ancora più buona, molto aromatica con il retrogusto di amaro.

Variante con le noci, che potete mettere quasi alla fine della cottura. Unica precauzione, consumarla presto per non incorrere nell’arrancidimento delle noci stesse.

Variante con le pere e le stesse noci.

Fatemi sapere, se vi verrà la voglia di preparare questa rara e particolare marmellata.

Buona vita, buona marmellata di cotogne e radici di cicoria.

Il lonzino di fichi secchi dolce tradizionale maceratese

Ricetta!!!
C’è un detto popolare che dice: la nebbia fa maturare i fichi:ed un altro ” a settembre l’ua è fatta e li fichi pénne”, ( a settembre l’uva e i fichi maturano insieme). Questo è il periodo dove si raccolgono i fichi verdi cori e i rosso nerastri…Fichi del diavolo.

“Li fichi de Recanati”, erano i migliori e gli abitanti dei centri vicini sfottevano i recanatesi, con il detto” se non fosse per i frutti dei fichi, i recanatesi sarebbero tutti distrutti”

Torniamo al lonzino.

I fichi devono essere essiccati al sole, infilati con uno spago. Ora noi…..dell’era moderna, usiamo l’essiccatore o il forno tradizionale a bassa temperatura o quello a microonde….. non mi mandate a quel paese…..sono ancora qui dopo tanto tempo che lo uso.

Ci vogliono fichi secchi, foglie di fico lavate ed asciugate, nocciole, pinoli, mandorle, buccia di limone e di arancia e se piacciono, semi di anice, il tutto macinato possibilmente con un tritacarne oppure ben tagliuzzato a modo di pasta di salame. Si impastano con la sapa o con mistrà o marsala o vino cotto. Si Amalgama bene il composto e si formano dei salami che si avvolgeranno nella pellicola trasparente o nelle foglie di fico ben lavate. Si lasciano riposare ben stretti con carta forno e legati con uno spago da cucina.

A Natale saranno pronti.

Se saranno stati avvolti nelle foglie, saranno più belli e profumati.

Si servono per antipasto, con formaggi e rucola ed un goccio di sapa o di aceto balsamico di Modena. Se a fine pasto, accompagnati con i tradizionali dolci natalizi e frutta secca.

Buona vita, buon salame di fichi ❤️Buon Natale.

Un’altra variante, aggiungere il cioccolato fondente

Torta  meringata  slava  del  maestro Umberto Sgoifo

Una crostata meringata della mia infanzia portata ed insegnata da esuli istriani. Erano venuti nel nostro paese per trovare lavoro e soprattutto pace! Erano brave persone, genitori e due giovani forti e bravi. Uno di questi era diventato il maestro delle nostre scuole. Sapeva fare dolci meravigliosi e decorava le torte in modo stupendo! Precursore dei nostri maestri pasticceri moderni.

Avevo dimenticato questo dolce. L’ultima volta l’ho preparata alla cresima della terza figlia, quasi vent’anni fa. Io l’ho chiamata la crostata di Sgoifo, questo era il cognome del maestro! Ha la solita pasta frolla, allora lui la faceva con un preparato nuovo ritenuto più sano del burro, la margarina. Sopra c’è un sottile velo di marmellata di albicocche e albumi montati a neve ferma, con zucchero e mandorle con la buccia tritate!

Posso dirvi di aver fatto delle modifiche, mettendo anche farina di farro, meno zucchero e meno burro.

Non è venuta perfetta, oggi avevo un diavoletto che me ne ha fatte combinare di tutti i colori. Mi sono pure scottata una mano e qualche parolaccia è scappata.

Non sono una santa, sapevatelo.

La foto qui sotto ha invece la marmellata di mirtilli ed è molto più bella

ingredienti per la frolla

200 gr. di farina 00

50 gr. Farina di farro

3 uova, i rossi per la frolla e gli albumi per la meringa

70 gr. di zucchero

100 di burro, la ricetta del maestro Sgoifo, era con la margarina e ne metteva 150 gr.

Buccia di limone

Un pizzico di sale

Cannella facoltativa

Marmellata di albicocche quanto basta per coprire leggermente la frolla, deve essere proprio un velo.

Per la meringa

3 albumi

3 cucchiai di zucchero, la ricetta originale prevede 200 gr.di zucchero oppure 100 gr.

Alcune gocce di limone e buccia di limone

150 gr. di mandorle con la buccia lavate ed asciugate in forno per alcuni minuti

Una variante è usare 150 gr di torrone morbido alle mandorle se vi capita come a me, di averne sempre in più. Basta frullarlo finemente ed unirlo alla meringa.

Preparazione

Lavorare la farina con i tuorli, il pizzico di sale, lo zucchero, il burro morbido e la buccia del limone. Quando il composto si presenta in briciole, continuare ad impastare a mano sulla spianatoia. Non dev’essere duro  ma morbido da stendere subito sulla carta forno e punzecchiare con la forchetta. Coprire la superficie con un velo di marmellata di albicocche. Nel frattempo frullare le mandorle finemente unendo un po’ di scorza di limone. Montare  gli albumi a neve con alcune gocce di limone, unire tre cucchiai di zucchero ed infine le mandorle. Spalmare con un cucchiaio la meringa sopra la marmellata facendo delle onde e cuocere in forno ventilato a 160 /170 gr.per 40/ 45 minuti. La superficie del dolce, deve presentarsi scura. Attenzione però a non farla bruciare.  Se volete una volta fredda, spolverare con zucchero a velo e cannella.

Forse per alcuni è una ricetta conosciuta. Io l’avevo dimenticata. Oggi per tanti motivi,  è stata una giornata di dolci e teneri ricordi. La mia infanzia è stata meravigliosa. Grazie ai miei e ai tempi diversi. Si poteva uscire il mattino, si tornava per pranzo e di nuovo fuori a giocare e a correre verso la campagna che d’estate ci ricopriva con le calde e dorate spighe del grano ed i papaveri. Mi dispiace per i nostri bambini che non capiranno mai, quanto era facile, semplice e tranquilla l’infanzia di prima.

#crostataslava #sgoifo #esuliistriani #frolla #meringata #zuccero #mandorle #infanziaperduta #nostalgia #scattapetriolo

Fichi sciropposi e uvetta alla grappa o al caffè

Per fare la frutta sciroppata ci vogliono tempo e voglia. C’è chi come me, non ha voglia e tempo. Allora si prende la scorciatoia. Si prepara sciropposa e il gioco è fatto.

Fichi sciropposi con uvetta alla grappa o al caffè.

È una preparazione veloce, basta un po’ di volontà.
Un kl. di fichi bianchi e sodi.

Uvetta a piacere

750 gr. di zucchero bianco o di canna integrale + 250 gr. di miele di acacia

2 limoni

Semi si vaniglia o mezza stecca

Grappa o caffè
Preparazione

Per questa preparazione non ho sbucciato i fichi. Ma se volete potete farlo se non siete sicuri che non siano stati trattati.

In una terrina sistemare i fichi, le uvette, alternando con lo zucchero e il miele, la stecca di vaniglia aperta, il succo di limone e se vi piace, anche un po’ di buccia sopra. Fate riposare per una notte in frigo

Il giorno dopo tirare su i fichi, versare lo sciroppo formatosi, nella pentola e far cuocere fino a quando si formeranno le bolle. A questo punto unire i fichi mescolando delicatamente per non romperli . Far cuocere fino a quando saranno morbidi e trasparenti. Tirare su i fichi e sistemare in una pirofila. Fare addensare lo sciroppo di cottura a calore moderato e quando avrà la giusta consistenza, schiumare se ce n’è bisogno, unire una tazzina di caffè ben ristretto, le uvette lavate oppure la grappa, questa a fiamma spenta. Invasiamo in barattoli sterilizzati, aggiungendo ancora il liquore che dovrà coprire il tutto. Mettere in dispensa al buio. Aspettare un po’ di tempo prima di consumare.

Per una versione veloce sistemiamo i fichi scolati dal loro sciroppo nel piatto crisp e cuociamo con il programma del microonde per alcuni minuti. Lasciamo che riposino un giorno e rimettiamo a cuocere per altri minuti, un altro riposo e sistemiamo i fichi nei vasetti sterilizzati a microonde chiudiamo allo stesso modo di sopra.

Rosello liquore di petali di rose alla vaniglia Marmellata  di  rose  rosse alla vaniglia

La marmellata di rose è adatta solo ad essere gustata spalmata sul pane o per preparare creme fresche di ricotta o yogurt denso. Buona nella cheesecake e nei gelati. Nelle crostate è bene che sia messa solo col guscio cotto per assaporare tutto il suo delizioso sapore e sentire il suo intenso profumo.

Qui in questo blog ci sono diverse ricette di marmellata di petali di rose.

Vi segnalo e vi lascio la ricetta per fare il rosello, un liquore fatto con i petali di rose rosse e la vaniglia.

Per fare il rosello, mettiamo 250 grammi di petali di rose mille foglie, in un barattolo a chiusura ermetica, con 1/2 litro di alcol a 90 gradi, una stecca di vaniglia aperta, chiudiamo il barattolo e lasciamo in infusione per 15 giorni agitando ogni tanto.

Finito il tempo, mettiamo a bollire 400 grammi di acqua con 500 grammi di zucchero per qualche minuto. Lasciamo raffreddare, versiamo lo sciroppo nelle rose e l’alcol e lasciamo in infusione per una settimana. Trascorso il tempo, filtriamo con una garza o un tovagliolo sottile, imbottigliamo e chiudiamo lasciando riposare per un mese.

Degustiamo il rosello da solo, per fare una fresca bevanda aggiungendo acqua fredda o usiamolo per creme e per decorare le torte!

Se ci piace speziato, possiamo unire cannella, o anice stellato.

Buona vita, buon rosello alla vaniglia ❤️

Liquore di rose rosse alla vaniglia.


Marmellata di pesche e petali di rose alla vaniglia.