PAN BAULETTO ALL’OLIO EXTRAVERGINE DI OLIVA LIMONE ED ERBE AROMATICHE

Questo è un buonissimo pane aromatico per accompagnare salumi o formaggi e per fare le tartine in molti modi. Lo tagliamo a fettine, lo possiamo tostare, lo spalmiamo di burro, di mousse di tonno, oppure lo ricopriamo con fettine di pere e raspadura, e magari con della gelatina di ciliegie o di altra frutta, peperoni arrostiti, 🍅 confit ed olive, o quello che ci piace.

Pan bauletto alle erbe aromatiche e limone

Ingredienti

650 grammi di farina 0

Un uovo

Mezza bustina di lievito di birra disidratato o un quarto di birra fresco

150 grammi di yogurt bianco greco

Un cucchiaino di zucchero

Un cucchiaino di sale

30 grammi di olio extravergine di oliva

Erbe aromatiche salvia, timo maggiorana ed erba cipollina

Buccia di limone

Preparazione

Mettiamo in infusione le erbe aromatiche timo, erba cipollina, maggiorana e succo e buccia di limone nell’ olio extravergine di oliva per una notte.

La mattina in una tazza mettiamo ad attivare il lievito con un cucchiaino di zucchero e 200 grammi di acqua, la lasciamo nel forno spento fino a quando in superficie si formano delle bollicine.

Nella ciotola della planetaria o a mano, mettiamo la farina, il lievito attivato, lo yogurt bianco greco, l’uovo ed impastiamo aggiungendo poco alla volta, l’olio alle erbe aromatiche ed alcune foglioline di timo, il sale, le altre erbe aromatiche che erano in infusione, io non l’ho aggiunte, continuiamo ad impastare e aggiungiamo l’acqua necessaria per ottenere un impasto morbido ed incordato. Facciamo le pieghe in ciotola o sulla spianatoia, dobbiamo tirare su un lembo della pasta e lo riportiamo giù al centro chiudendolo con le dita della mano. Lo facciamo per alcune volte e mettiamo a lievitare l’impasto coperto da un sacchetto per alimenti nel forno con la luce accesa.

Al raddoppio lo sgonfiamo, lo tagliamo in quattro parti, che lavoriamo arrotondandoli sopra la spianatoia con il palmo delle mani. Li lasciamo riposare e ripetiamo l’operazione per altre tre volte. Sgonfiamo e pirliamo, l’ultima volta sistemiamo le quattro palline nello stampo da plum-cake foderato dalla carta forno. Rimettiamo a lievitare fino a quando l’impasto raggiunge il bordo dello stampo. Mettiamo a cuocere in forno caldo statico a 180 gradi abbassando la temperatura a 160 gradi fino a 140 gradi per quasi un’ora!

Il tempo può variare dipende dalla temperatura del nostro forno. A metà cottura se la superficie diventa scura, la copriamo con un foglio di alluminio.

Lasciamo un freddare nello stampo e poi da solo sopra una grata. Il pan bauletto si conserva bene in congelatore o in frigo.

Buona vita, buon pan bauletto alle erbe aromatiche e limone!❤️

LA FIERA DI S. MARCO A PETRIOLO

C’era una volta la festa del patrono di Petriolo, s. Marco, c’erano la festa patronale e quella religiosa, c’era il giorno della Cresima con il vescovo che arrivava da Fermo sempre in ritardo come un principe.

C’erano le bancarelle di abbigliamento, di casalinghi, di formaggi e di salumi, di frutta fresca e secca con “le téche marine”, le carrube e le verdure con le primizie della primavera.

C’erano quelle di musicassette e di dischi, di bigiotteria, di scarpe e borse, di pesciolini e di palloncini.

C’era “Lu maccaronà” grande amico di mio padre, che veniva dalla macina di Mogliano, con “lu vàngu” il banco di mobili di vimini e di giunco ed i casalinghi, ferramenta ed oggetti in ferro battuto.

C’erano le bancarelle di fiori ed ortaggi da trapiantare, dopo la festa di s. Marco si mettevano in terreno i pomodori.

C’erano la zingara che leggeva la mano e l’omino con l’organetto, con il foglietto della fortuna, c’era la giostra con il tiro a segno, c’era l’odore di porchetta di Attilio “lu macellà”.

C’erano le corse dei bambini su e giù per le bancarelle per la frenesia e l’indecisione di scegliersi il giocattolo più bello e moderno.

C’erano i negozi e le vie del paese piene di gente, di odori e di suoni.

Non c’è più niente! Nemmeno un miracolo potrebbe riportare in vita l’intero paese ed il resto è noia!

Buona vita si spera!

MARIA E IL PANE SEGNATO DALLA CROCE

Quel giorno Maria si alzò di buon mattino e, senza calzare i sandali per non svegliare Gesù e Giuseppe che ancora dormivano, a piedi nudi e di buona lena, si diede a sfaccendare per casa.

Riattizzò dalla cenere il fuoco, spalancò la finestra, andò ad attingere acqua al pozzo, poi pensò al pane per il giorno che cominciava.

Guardò nella madia e non trovò che un mucchietto di farina non più grande di un pugno. Per tre era poco, ma doveva bastare.

Quella di fare il pane era per Maria una lieta fatica. Lo impastava con amore fino a renderlo una morbida pasta, ne faceva delle pagnottelle odorose e paffute, le portava al forno per farle dorare. La fragranza del pane quotidiano era per Lei una dolce preghiera di ringraziamento che saliva al cielo, anche quando, come in quel giorno, il pensiero di quell’unica pagnottella che doveva bastare per tutti Le pesava il cuore.

Posata la forma su un’ assicella coperta di lino, prese una fascina sotto il braccio e andò al forno. Là incontrò altre donne con il pane da cuocere. L’infornata sarebbe stata una sola. Vedendo il poco che portava, una di loro Le chiese con aria sprezzante “Non siete più tre in famiglia, Maria?”

“Fornaio” disse un’altra, “attento a quando caverete il pane dal forno! Fate in modo che qualcuno non allunghi le mani più del dovuto per fare crescere il poco che ha portato”.

Maria guardava fuori della bottega verso la sua casa lontana, sperando di vedere arrivare Gesù. Vedendola così distratta, la donna che aveva la forma più grande prese un coltello e con due colpi fece una croce sul pane di Maria.

“Così” disse alle altre “quando sarà cotto si potrà riconoscere quello che è nostro da quello d’altri”. Il fornaio intanto mise a cuocere le forme.

“Il mio mettetelo nel cantuccio più caldo perché si rosoli bene” raccomandò una.

Le donne, aspettando, chiacchieravano, e il fornaio dava a tratti un’occhiata al forno per voltare il pane che cuoceva. “Ce n’è una che non smette di crescere” disse manovrando la pala di legno. E la donna che aveva fatto la croce sul pane pensava che quella forma non poteva essere che la sua. Il fornaio tornò a voltare il pane, sempre più stupito, sbottò: “C’è un pane che fiorisce come una rosa. Pare che si alzi in punta di piedi!”.

E la donna superba pensò fra sè: “Eppure ho sempre adoperato lo stesso mucchio di farina degli altri giorni”.

Quando il fornaio tolse le pagnotte, ecco cosa vide: quello segnato dalla croce sembrava moltiplicato in grandezza.

Da misera pasta era diventato il più grosso, il più dorato, il più odoroso.

Il segno tracciato dall’avarizia lo aveva fatto fiorire e crescere come per incanto…

C’erano lì delle donne e la notizia del prodigio si diffuse. Da quel giorno tutti cominciarono a portare il loro pane segnato da una croce e, ancora oggi, non si cuoce pane senza che non porti quel segno di croce come una piccola benedizione di Dio.

Foto web

Fonte: http://www.prodottipolesine.it/cultura-e-tradizione-pane/leggende-pane.htm

Il mio pane a lievitazione naturale segnato dalla Croce!

Buona vita, buon pane segnato dalla Croce❤️

LA TERRA E L’ORTO GIARDINO SCAPIGLIATO

“Leggetela. É bellissima”*
Un contadino stanco della solita routine quotidiana, tra campi e duro lavoro, decise di vendere la sua tenuta…
Dovendo scrivere il cartello per la vendita decise di chiedere aiuto al suo vicino che possedeva delle doti poetiche innate…
Il romantico vicino accettò volentieri e scrisse per lui un cartello che diceva:
“VENDO un pezzettino di cielo, adornato da bellissimi fiori e verdi alberi, con un fiume dall’acqua così pura e dal colore così cristallino che abbiate mai visto…”
Fatto cio’, il poeta dovette assentarsi per un pò di tempo, al suo rientro però, decise di andare a conoscere il suo nuovo vicino.
La sua sorpresa fu immensa nel vedere il solito contadino impegnato nei suoi lavori agricoli.


Il Poeta quindi domandò:
“Amico non sei andato via dalla tua tenuta?”
Il contadino rispose sorridendo:
“No, mio caro vicino, dopo aver letto il cartello che avevi scritto, ho capito che possedevo il pezzo più bello della terra e che non ne avrei trovato un altro migliore.”
✨ Morale della favola.
Non aspettare che arrivi un poeta per farti un cartello che ti dica quanto è meraviglosa la tua vita, la tua casa, la tua famiglia e tutto ciò che possiedi…
Ringrazia sempre
per la salute che hai,
per la vita che vivi,
per la caparbietà che hai nel lottare per andare avanti…
Apprezza questo pezzettino di cielo che è la tua VITA.
Il tuo risveglio al mattino è la parte migliore,
“ALZATI, hai un’altra OPPORTUNITÀ” ❤
Nasciamo per essere felici
“NON PER ESSERE PERFETTI”
I giorni buoni ti danno
LA FELICITÀ
I giorni cattivi ti danno
L’ESPERIENZA
I tentativi ti mantengono
FORTE
Le prove ti mantengono
UMANO
Le cadute ti mantengono
UMILE
Non lo so chi l’abbia scritta ma è bella semplice e vera, da condividere come un pezzettino di gioia. 🍀🍀


Questo per far capire che anche in un orto giardino scapigliato, si può trovare un pezzo di gioia!
Il gelsomino marzolino bianco e rosa, profuma già tanto, però mi sembra di trovarmi al camposanto.

I fiori spontanei ed il verde degli alberi.

Questioni di idee!

LA PASQUA A TAVOLA A PETRIOLO

Le uova in questa ricorrenza avevano, come oggi hanno, gran parte uso, anzi un detto popolare dice che le galline di questo tempo, anche le più restie, sono generose.

‘Gni trista pollastra

fa l’oê de Pasqua

E l’uovo pinto furoreggiava; non

quello di cioccolato affatto sconosciuto. Le uova si dipingevano avvolgendole di

verde e fiorellini sul guscio, ricoperti poi di un velo di cipolla, che dava il colore giallo,

e di carta colorata perché dei fiori e delle foglie ne restasse l’impronta; il tutto veniva

ricoperto di ritaghi di stoffa; così imbacuccato l’uovo veniva messo a bollire nell’acqua.

Con le uova pinte la mattina di

Pasqua si giocava a “pizzetta o come altrove si diceva « a scoccetta»: tale gioco consisteva nel picchiare pizzo contro pizzo dell’uovo o fianco contro fianco; l’uovo che prima cedeva era perso e andava in possesso di colui che possedeva l’uovo più resistente,

Spesso si ricorreva ad inganni,

avendo uova di pietra perfettamente imitate; ciò dava luogo a baruffe.

Altro giuoco era quello di lanciare da determinato luogo in pendenza, alla stessa altezza, due uova; quello che prima raggiungeva la mèta era vincitore.

Ma dove la Pasqua maggiormente trovava la sua affermazione era nella mensa. Tre erano i giorni di festa e in questo tempo si servivano pietanze e dolci fuori dell’ordinario. Era forse una necessità del corpo (sottomesso a digiuni severissimi durante la Quaresima) che bramava un po’ rifarsi dopo tanta lunga astinenza,

Dava, dirò così, il tono alla ricorrenza Pasquale l’agnello, l’uovo e il formaggio, che poi avevano il predominio nel desco popolare.

I campagnoli tenevano assai a far colazione, la mattina di Pasqua, con la coratella dell’agnello e le uova; era una specie di devozione. A desinare si incominciava, cosa insolita dall’antipasto, si finiva il vecchio salato e si assaggiava il nuovo, indi tagliolini di casa in brodo ovvero minestra di fette di pane indorate con le uova battute, cosparse abbondantemente di formaggio inzuppate nel brodo di gallina. Nota mia, mia madre era solita farla questa minestra preferendola ai cappelletti fatti in casa. L’agnello variamente preparato era il piatto prelibato e simbolico della mensa Pasquale;

altra portata di prammatica era la frittata di uova con la mentuccia così nel paesello Petriolo: a Macerata usava la frittata con « l’erba dell’oe », come la chiamavano, che poi era la borragine.

Fra i dolci il posto d’onore avevano le ciambelle, ma erano fatte di pasta e uova, quindi non proprio dolci; la palomba pasquale (palomma), a Petriolo « lu rocciu» fatto di pasta di ciambelle, intrecciato come corda. Le pizze profumate di formaggio avevano grande nome fra le ghiottonerie della Pasqua, così i « piconi » con la ricotta.

Nella seconda festa si costuma (andare a parenti) si andava cioè a trovare i congiunti recando loro pizza, ciambelle, piconi, salato ed altro; ciò avveniva nel pomeriggio; molti però andavano a trascorrere con loro l’intera giornata.

La terza festa era far merenda in campagna spesso e volentieri in una località prestabilita dove s’adunava tutta la popolazione A Macerata, ancor oggi, si costuma recarsi alle “Vergini”.

Quest’ usanza trae la sua origine dall’evangelico fatto quando Gesù, il terzo giorno dopo la sua resurrezione, sotto le sembianze di umile pellegrino, andando da Gerusalemme ad Emmaus, s’incontrò con due dei suoi discepoli e con loro fino al paesello ove fu loro gradito ospite della modesta mensa della sera.

Così i nostri avi vollero rievocare l’apparizione di Emmaus e il sedersi ancora una volta accanto agli uomini per consumare il dono del pane.

Ma il merendare di ieri e di oggi, non ha alcunché di raccolto o di religioso; è una gita villereccia piena di lecite distrazioni che ha più sapore di profano che di sacro.

Spesso, al calar della sera, dopo consumata allegramente la merenda, si dava inizio al suono degli organetti e si allacciava un furioso saltarello. Era l‘epilogo della festa campestre.

Da costumanze marchigiane di Giovanni Ginobili maestro e poeta di Petriolo Macerata Marche

SABATO SANTO

BUONA PASQUA


Il sabato santo recava la gioia
della resurrezione. Si scioglievano le campane che suonavano tutte, a
distesa, e allora i bambini per i prati e dovunque si trovassero facevano capitomboli (cutulozzi). Dice una tradizione popolare che ciò facesse bene contro i dolori di ventre.
Le mamme facevano
far capitomboli anche ai più piccini perché un’antica credenza popolare diceva che sarebbero andati soli assai prima; non solo, ma il sabato santo al suono d’allegrezza delle campane, ai piccoli in fasce venivano ” cavati i piedi.
In questo giorno i campagnoli seminavano (anche se non faceva luna) ogni specie di verdure, cosi i giardinieri nei giardini, qualsiasi fiore; la risurrezione di Cristo dà
vita ad ogni essere. Guai, però, se fossero nati i pulcini durante la settimana santa fino al sabato; sarebbero stati tanto cattivi.
Nel pomeriggio di questo giorno
il prete, andava a benedir le case; recava pace alla casa
ed ai suoi abitatori.
Allora si faceva trovare
la mensa imbandita di tutti quelli
che dovevano essere i doni che avrebbero rallegrato le famiglie
il giorno santo della Pasqua, perché il sacerdote tutto
benedicesse.
E sulla mensa appariva il tradizionale agnello, uova pinte, i dolci di occasione: ciambelle fatte di uova e farine,pizze di formaggio o dolci, la palomba,
in alcuni luoghi lu rocciu fatto della stessa pasta delle
ciambelle, che era il dono preferito de fangiulli. Nulla però si toccava quel giorno.
*La domenica di resurrezione, la
Pasqua, che dava adito a mille nuove e significative consuetudini popolari tutte belle e piene di poesia,
la ricorrenza del trionfo di Cristo
sulla morte, e nessuno potrà mai
ridire quanto fosse attesa da tutti, specie dai più piccini, metteva fine all’astinenza e al digiuno tanto rigorosamente osservati.
Ancor oggi si conservano e si osservano molte delle consuetudini descritte, ma, a poco a poco, sempre più si vanno pardendo, Non andrà a lungo che quello che fu la
millenaria, bella e singolare tradizione di ogni nostra regione, finirà per scomparire totalmente. Allora sarà cero ai posteri poterle
conoscere attraverso gli scritti.

Tratto da Costumanze Marchigiane di Giovanni Ginobili maestro e poeta di Petriolo

Seconda raccolta

Buona Pasqua e buona vita!

Dolci e salati tipiche preparazioni pasquali

Créscia de càscio

Lu rocciu

Caciù dóce de pecorì

Créscia dóce al Varnelli

Cresce dóce con la fiòcca

Colomba pasquale

LA PREGHIERA DELLA SETTIMANA SANTA

Tempo di Pasqua a Petriolo

La preghiera della settimana santa di una povera donna della provincia di Macerata; lo apprese nella sua infanzia dalla nonna,illetterata, che abitava in campagna.

Carissimo mio fijo, che ne sarà di voi lu lunnidi sandu? Carissima mia mamma, sarò un povero pilligrino.

Carissimo mio fijo, che ne sarà di voi lu martidì sandu? – Carissima mia mamma, sarò un profeta.

Carissimo mio fijo, che ne sarà di voi lu mercurdì sandu? Carissima mia mamma, sarò un povero cavalliere.

Carissimo mio fijo, che ne sarà di voi lu giuidì sandu?

Carissima mia mamma, starò nell’orto e ssudo sangue.

Carissimo mio fijo, che ne sarà di voi lu venardì sandu? Carissima mia mamma, starò sul legno de la sanda croce.

Carissimo mio fijo, che ne sarà di voi lu sabbetu sandu?

Carissima mia mamma, sarò patró e redendóre di tutto il mondo.

Se quarcuno sapesse questa ‘razione, la dicèsse tre vòrde al giorno la settimana sanda, nòe (nove) vorde lu sabbutu sandu, ci-avesse tandi peccati per quandi fili de rena sta ner mare pure li vorrebbe perdonare.

I SEPOLCRI

Quella di “fare i Sepolcri” è un’antica tradizione di celebrazione del Giovedì Santo che ancor oggi trova un discreto seguito tra i fedeli; consiste nel fare visita ad almeno tre diversi altari, dopo la Messa in Coena Domini fino al Venerdì Santo mattina, fermandosi in meditazione e preghiera.

In tante parrocchie ad inizio Quaresima, ogni bambino del catechismo ha in dono dalla tutto il necessario per far crescere il grano, (ma si possono usare le lenticchie) da portare il martedì Santo nella propria zona Pastorale ( ognuno con il sottovaso di un colore identificativo della propria zona) che verrà portato nella Chiesa Made S.Maria Assunta, dove, poi, sarà allestito il giovedì Santo

Storia

La denominazione “Sepolcri” nasce dall’errata denominazione popolare degli Altari della Reposizione, che venivano attribuiti a memoria del Sepolcro di Cristo anziché, come in realtà è, a luogo di conservazione del Pane Eucaristico, segno sacramentale di Gesù Vivo e Risorto, dalla Messa in Coena Domini alla solenne funzione liturgica del Venerdì Santo in cui si commemora la morte di Gesù Cristo.

Tradizione

In simbologia del buio della morte in contrapposizione a Gesù, Pane di Vita, gli Altari della Reposizione venivano “oscurati” coprendo il Crocifisso (inizialmente, poi estendendo la cosa alle immagini sacre e/o alla pala d’Altare) con drappi del colore viola (proprio dei paramenti liturgici del Tempo di Quaresima) e addobbati in maniera molto curata, generalmente impiegando fiori bianchi insieme a chicchi di grano germogliati al buio.

La tradizione popolare era originariamente di visitare e pregare su almeno sette altari, sette come il numero biblico per eccellenza (le virtù; i peccati capitali; i doni dello Spirito Santo; i Sacramenti; i Sigilli la cui rottura annuncerà la fine del mondo, seguita dal suono di 7 trombe suonate da 7 Angeli, quindi dai 7 Portenti e infine dal versamento delle 7 Coppe dell’ira di Dio nell’Apocalisse di San Giovanni; il numero delle Chiese da visitare per ottenere l’indulgenza negli Anni Santi); in tempi più recenti questo numero si è ridotto a tre, a simboleggiare la Divina Trinità.

Pertanto, questa tradizione, seppure riportata in modo erroneo, continua a portare devote visite alle nostre Chiese e viene quindi tramandata nel tempo; sarebbe bene illustrare il significato vero della preparazione dell’Altare della Reposizione e così esaltare l’importanza all’Adorazione Eucaristica, non solo per il Giovedì Santo ma in generale.

La Pasqua per tutti i credenti è un momento di riflessione e tradizione.

L’Italia è un paese ricco di storia e di storie. Storie da raccontare e tramandare che si uniscono a piccoli gesti che di anno in anno sono arrivati fino a noi. Uno di questi è quello della preparazione dei germogli di grano che vengono portati in chiesa la sera del mercoledì santo e che adornano i Santi Sepolcri.

La tradizione vuole che questi germogli debbano essere chiari, di un colore giallino, quasi simile a quello del grano, dal quale si trae la farina e quindi l’ostia che simboleggia il corpo di Cristo.

Per rispettare questa tradizione sarebbe bello preparare i germogli anche in ogni casa per il triduo pasquale.

I germogli si possono ottenere anche dalle lenticchie più facilmente reperibili. Se sistemati in ciotole, possono abbellire la tavola del pranzo di Pasqua!

Buona Pasqua!

PANE DELLA DOMENICA DELLE PALME

LA PASCIO’ DE JISU’ CRISTO


Durante la settimana di Passione, precedente quella delle Palme, comitive di canterini, composta ogni una di non più di tre elementi, si riversano per la campagna per ricordare la Passione e la morte del Redentore, il dramma divino dell’umana redenzione.
Lo strumento musicale che accompagna il canto è l’organetto, ma nel maceratese, se pur non sempre, si aggiungono il tamburello ed il triangolo.
Recano, come in occasione del canto della passione dell’anime
purganti, la catàna per deporvi le uova che i campagnoli donano. I canterini propriamente detti sono due; è escluso il suonatore dell’organetto ; essi si alternano nel canto delle strofe e tra l’una e l’altra l’armonica esegue breve interludio,
improntato al saltarello.
Tutta la famiglia si riunisce sull’aia all’apparire dei canterini,
e ascolta con grande raccoglimento e devozione la sequenza delle sofferenze del Dio fatto uomo, spesso a mani giunte e perfino in ginocchio.
‘Anche di questo canto si hanno diverse lezioni; rileviamo che
una cantata, nelle quale sono narrati gli avvenimenti susseguitisi nelle diverse ore, è chiamata « L’orologio della Passione ».
E’ inutile dire che l’usanza viveva nell’intera nostra regione.

Da popolaresca marchigiana di Giovanni Ginobili maestro e poeta dialettale di Petriolo.

Come per ogni domenica delle Palme, noi facciamo il pane incoronato con i rami d’ulivo benedetti alla messa della stessa giornata.

Buona vita, buona settimana santa!