Ricette tipiche

Pizza sbattuta antica o pan di Spagna alle crema pasticcera e al cioccolato fondente

Sapete dove vado?
A fare una torta antica!!!!
Quella che facevo da ragazzina quando avevo i capelli ed i calzini corti, ai vicini di casa e non solo, della via Umberto primo 25, quella principale! Duemila anime ed un paese dove non mancava nulla! Tutte le botteghe piene di gente e di meraviglie!

Ogni due passi una porta 🚪 ed una”vuttica”!

Mi manca qella vita, altroché fb!
😅

La torta antica a doppio strato per festeggiare un compleanno!

Pizza sbattuta senza lievito, una sorta di pan di Spagna, bagnata di alchermes e maraschino, farcita con crema pasticcera, panna e cioccolato fondente.

Era la torta semplice e buona delle feste speciali di tradizione marchigiana che veniva accompagnata con “lo squaglio”, ossia la cioccolata calda!

Antica perché? Perché erano gli anni di fine cinquanta inizio sessanta e andava molto di moda fare la pizza sbattuta dolce, nelle case dei marchigiani e non solo. Si preparava anche per la colazione della mattina della s. Pasqua e si serviva con i salumi, cosa che non mi sognerei mai fare. Non amo questo abbinamento assolutamente. Però i gusti sono gusti come si sa!

A Petriolo era il maestro Sgoifo un esule istriano, che insegnava a decorare questo dolce, con la siringa, la sac a poche di oggi! Io lo ricordo chiaramente mentre lo faceva nella nostra saletta!

Chi non aveva un forno andava a preparare e a cuocere la pizza sbattuta al forno dei miei nonni Damone e Caterina. Il forno si trovava sulla salita della Chiesa del Soccorso, c’erano le scalette dove le donne si sedevano, si coprivano le ginocchia con uno “sparetta”, un canovaccio da cucina, appoggiavano sopra le catinelle di coccio con dentro le uova divise da sbattere per preparare la pizza sbattuta.

La farina era dentro a grandi sacchi di juta, veniva presa con “la sessola”, quella specie di grosso cucchiaio di legno, si pesava sopra la grande bilancia basculante. I movimenti delle braccia delle donne erano lenti e le mani giravano sempre dallo stesso lato per non smontare il composto delle uova ed univano gli albumi quando alzata in alto la frusta questa li lasciava cadere a nastro.

Noi piccoli intanto, aspettavamo con ansia che le donne finissero “a sbattere” le pizze dolci per poter “leccare”, ciò che restava attaccato alle pareti dei cocci! Il dolce profumo si sentiva nell’aria pulita, la sensazione di benessere appagata in ogni bimbo!

Quanta tristezza, quanta nostalgia nel ricordo di quei tempi e gesti quotidiani vissuti senza la frenesia moderna!

Ma lasciamo perdere i ricordi per tornare a noi e andiamo in cucina a preparare la pizza sbattuta!

Ingredienti

6 uova di galline felici

150 gr zucchero

La buccia di un limone

150 gr di farina per dolci

Uno stampo a cerniera di 26 centimetri

Per la crema pasticcera gialla e al cioccolato

8 tuorli

200 gr di zucchero

60 gr di farina 00

100 gr di cioccolato fondente

Un litro di latte intero

Per la bagna alchermes e maraschino

Preparazione

Versiamo gli albumi in una ciotola e montiamoli a neve fermissima, con le stesse fruste in un’altra ciotola sbattiamo i rossi e lo zucchero fino a farli diventare gonfi e bianchi. Uniamo la buccia di limone e la farina setacciata mescolando piano piano per non smontare il composto e con delicatezza gli albumi mescolando dal basso verso l’alto.

Versiamo il composto nello stampo foderato di carta forno e mettiamo a cuocere a 170/180 per quasi un’ora. La pizza sbattuta è cotta quando la vedremo staccare dalle pareti dello stampo.

Lasciamo riposare e raffreddare a forno spento poi la mettiamo sopra una griglia.

Ora prepariamo le creme.

Mettiamo a scaldare il latte o a microonde o sul fuoco. Sbattiamo i rossi e lo zucchero con le fruste, uniamo la farina setacciata poca alla volta, e sempre a filo il latte bollente sempre mescolando per amalgamare il tutto. Facciamo cuocere a fuoco dolce fino al punto di ebollizione e togliamo subito dal fuoco. Possiamo far cuocere la crema a microonde in una ciotola di vetro per pochi minuti alla potenza di 500 watt mescolando due o tre volte. Subito dopo aggiungiamo il cioccolato fondente a metà della crema.

Per farcire la pizza sbattuta, la tagliamo in tre strati, bagniamo ogni strato con alchermes e maraschino in parti uguali, sul primo strato spalmiamo la crema pasticcera gialla, mettiamo il secondo strato sopra, lo spruzziamo con i due liquori e mettiamo la crema al cioccolato, chiudendo con il terzo strato di pizza. Mettiamo la pizza sbattuta in congelatore per alcune ore o tutta la notte. La togliamo alcune ore prima di servirla, bagniamo la superficie con i due liquori e decoriamo a piacere con panna e cioccolato fondente.

Rimettiamo la pizza sbattuta in frigo normale e serviamola quando vogliamo.

La pizza sbattuta è pronta ed è semplicemente buona come le cose di una volta! Beh……..sarà perché mi manca quel tempo che trovo buona, più buona, la pizza sbattuta antica!

Voi cosa ne dite?

Buona vita, buona pizza sbattuta antica!❤️

Pizza di formaggio di Pasqua

Non si può rinunciare a Pasqua alla “pizza de cascio” da mangiare anche a colazione la mattina della festa insieme ai salumi marchigiani. In una giornata si può fare impastando 500 di farina 0 con una bustina di lievito di birra disidratato, un cucchiaino di zucchero o miele, 4 uova e acqua quanta ne serve per ottenere un impasto morbido, si uniscono noce moscata, pepe, buccia di limone e 60 gr di olio extravergine di oliva, 150 gr di formaggi misti fra pecorino, anche di capra, parmigiano reggiano e altri 50 gr di formaggio a cubetti. Una volta ottenuta una pasta setosa si forma una palla, si mette a lievitare fino al raddoppio, si sgonfia e si rimette a lievitare ancora. Si sgonfia di nuovo e si forma la palla per l’ultima volta. Si mette nello stampo unto a lievitare fino al raddoppio. Si lucida con un uovo sbattuto e si cuoce a 170 gradi ventilato per quasi un’ora. Lasciare a raffreddare nel forno spento!

Buona ve lo assicuro! Non ci credete??? 😂😂❤️

Provate la ricetta!

Buona vita, buona pizza o “crescia de casció de Pasqua!

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La colomba di formaggio di Pasqua

Avete mai provato a fare la colomba pasquale di formaggio? Oltre ad essere buona fa una bella figura nella tavola di Pasqua magari farcita con salmone, paté di olive, di tonno, di prosciutto cotto e creme di formaggio e sottaceti. Si può servire la mattina di Pasqua a colazione accompagnata da salumi magari col nostro famoso”ciauscolo”a pasta morbida o semplicemente tagliata a fette bevendo un fresco bicchiere di Verdicchio di Jesi!

Questa è la mia ricetta veloce da fare in poche ore!

Ingredienti

500 gr farina 0

4 uova

100 pecorino stagionato

100 gr. parmigiano reggiano

un bicchiere di olio extravergine d’oliva

un bicchiere di latte intero

sale, pepe, noce moscata

Buccia di limone

50 gr di formaggio pecorino fresco a cubetti

un cubetto lievito di birra o una bustina di lievito di birra disidratato.

Preparazione

Sciogliere il lievito nel latte tiepido insieme ad un cucchiaino di zucchero dentro una ciotola e lasciarla nel forno spento ad attivarsi, dovremo vedere la schiuma in superficie. Possiamo anche non fare questo passaggio e mettere la farina, il lievito direttamente nella ciotola della planetaria o fare tutto dentro un grande piatto per impastare a mano, uniamo le uova, cominciando a lavorare uniamo il sale, il pepe, la noce moscata, il limone, i formaggi e quando tutto è ben lavorato, uniamo l’olio piano, piano fino ad ottenere un impasto morbido e infine i cubetti di formaggio fresco, teniamo da parte un po’ di latte che potrebbe servirci se il tutto risultasse troppo duro. Mettiamo l’impasto in uno stampo da colomba. Facciamo lievitare nel forno con la luce accesa. Appena il volume raggiunge il bordo dello stampo, accendiamo il forno a 170 gr.

Spennelliamo la superficie con un uovo sbattuto e mettiamo a cuocere per 30/ 40 minuti. La colomba di formaggio deve diventare bella dorata.

Facciamo la prova dello stecchino che deve uscire asciutto.

Lasciamo raffreddare la colomba di formaggio nel forno spento e farcirla solo la mattina del giorno in cui vorrete servirla.

Io l’ho tagliata in tre strati, li ho imburrati per far che non si inumidiscano al contatto delle creme di formaggio o di paté alternati a salmone o prosciutto ed erbe aromatiche.

Possiamo decorare la superficie con fiori freschi eduli.

Nella foto c’è la frittata “co’la mintuccia”, ossia la menta romana. Da noi si fa con trenta e più uova perché deve durare tutte le feste pasquali! La ricetta è sul blog basta cercare la frittata co la mintuccia.

Spero vi piaccia l’idea della colomba di formaggio di Pasqua! Io la faccio da diversi anni ed è sempre gradita da tutti!

Buona vita, buona colomba pasquale di formaggio! ❤️

Li scroccafusi co’ la cartina de’ lu farmacista

Questa è la vera ricetta originale de “li scroccafusi co’ la cartina de’ lu farmacista!

La nonna quando voleva fare questi dolci popolari carnevaleschi, a sua nipote senza uno straccio di esperienza culinaria le diceva: “cocca, ma come fai a piglià maritu che non sí capace manco de’ cocé du oé? Figuramoce se poli sapé fa’ li scroccafusi!!”

Allora forse impietosita le diceva: “piglia l’oé, lo zucchero, la farina, ló mistrà, e vanne da lu farmacista e glie dici: damme la cartina pe’ fa’ li scroccafusi!”

“Adesso cocca, mettete la pannella, apri la mattera, butta la farina sopra la spianatóra, mittece per ogni oú, un cucchiaru de zucchero, unu de olio, comincia ad imbastà, piano e mischia co’ la forchetta e mettece un cucchiaru pé ogni oú, de’ mistrà quello de’ chiaetta. ‘Mbasta per be’ e quanno la pasta adé né moscia né dura è pronta pe’ fà li gnocchi gróssi più de’ ‘na noce. Oh cocca, se te si stufata solo a sentimme, lassa fa’!

Ma se te ne a va, adesso riá lo véllo! Quanno si fatto tutti li gnocchi, li fai cocé nell’acqua salata, poco sale cocca, e quanno vóglié li mitti a cocé, ce volé un pó tanto, li devi fá cocé piano, piano perché rentro non devé rmané crudi!

Te si stufata cocca? Lassa perdé che non è da te jirannolona!

Adesso però te finisco a dí come devi fá se non te sí stufata!

Piglia la padella de’ ferro nera, mittece tanto strutto, ppicciá lu fornellu, fallo scioglié per bè, e piano piano mittecé due o tre scroccafusi, póchi cocca, se nó li bbrusci, girali co’ la paletta, e falli cocé, cé vóle tanto cocca!

Oh, ma devi stá co’ l’ócchi rraperti perché cé vóle pócó per bbruscialli! Me’ ‘ndinni ?

Vásta cocca! Cé vó più a dilló che a fálló!”

Dialogo campagnolo in dialetto maceratese fra nonna e nipote!

Chissà se qualcuno di voi avrà capito ciò che si sono dette nonna e nipote!

Ardua impresa!

E la ricetta vi interessa?

Sentitemi, questi sono dolci davvero speciali, la preparazione è lunga, però ne vale la pena! A volte, si rimane pure deluso perché non sempre vengono bene! Colpo di fortuna, la nonna quando li faceva era scaramantica! Vi racconto una cosa che forse vi farà ridere!

La nonna da”jóene”, non si metteva a fare “li scroccafusi”,se aveva “lo marchese”! Era impura!

Tutti pronti?

Ingredienti

440 gr di farina 00

5 uova

5 cucchiai di zucchero

5 cucchiai di olio di girasole

5 cucchiai di mistrà Varnelli

La cartina del farmacista è: un cucchiaino di cremore di tartaro più mezzo cucchiaino di bicarbonato

Buccia di limone

Un litro più o meno di olio di arachidi o strutto

Preparazione

La preparazione è facile

Mettiamo nella ciotola della planetaria o possiamo farla a mano sopra la spianatoia, la farina la quantità è giusta giusta, le uova, lo zucchero, il bicarbonato e il cremore di tartaro, l’olio e cominciamo ad impastare appena tutti gli ingredienti si sono amalgamati, non mettiamolo prima perché l’alcol potrebbe cuocere le uova, uniamo il mistrà. Continuiamo ad impastare fino a quando la pasta diventa bella, lucida e morbida! Lasciamo riposare coperta da una ciotola per un’ora.

Mettiamo la pasta sopra la spianatoia facciamo dei grossi rotoli e tagliamoli come gli gnocchi però grandi più di una noce!

Nella pentola che sta bollendo con un pizzico di sale, caliamo tre gnocchi alla volta, mescolando frequentemente con la schiumarola. Devono cuocere per una decina di minuti perché altrimenti risulterebbero crudi dentro.

Li scoliamo con lo scola pasta, li facciamo asciugare sopra ad un canovaccio e li copriremo con un altro. Ora facciamo tre tagli sulla superficie che serviranno a farli aprire in padella quando li friggiamo.

Ora mettiamo la padella dei fritti sul fuoco con un litro più o meno di olio di arachidi, appena è bello caldo uniamo tre scroccafusi non di più, facciamo riprendere il calore, e abbassiamo la temperatura perché devono cuocere piano piano fino l’interno della pasta.

Li tiriamo su con la schiumarola e li mettiamo ad asciugare sopra la carta paglia.

Appoggiamoli sopra un bel vassoio, li spruzziamo di alchermes e li spolveriamo di zucchero oppure sciogliamo del miele al quale uniremo l’alchermes e coliamolo sopra gli scroccafusi.

Buoni, cari amici!

Però deve assisterci la fortuna!!!❤️

Buona vita, buoni scroccafusi della nonna!

Lo riso co’ lu schiená de lu porcu ovvero il riso con brodo della schiena del maiale

Costumanze marchigiane!

Ma del maiale non si butta niente no?

Ecco i giorni della merla, il freddo intenso renderà più facile fare “la pista del maiale “, ossia la salata. Dopo aver preparato salumi e messo a salare le altri parti dell’animale, restano le parti con le ossa le quali possono essere usate per preparare ripieni e minestre. Da noi nel maceratese si usano fare i ravioli con le parti della testa e della schiena e il riso in brodo. Dopo aver fatto bollire le ossa con ancora attaccata la carne, le si spolpano e si mettono a quasi fine cottura dentro il riso che cuoce nel loro brodo profumato da cipolla, sedano, carote e alloro. Si spolvera di pecorino grattugiato e si gusta!

Buona, calda e soprattutto gustosa! Ma credete che sia un sacrilegio di questi tempi!

Ma non si possono perdere le antiche tradizioni popolari della nostra cucina italiana! Io ci tengo!

Le frittelle di s. Antonio abate

Per sant’Andò de la vàrba viànga, se non ha sbiangato, sbianga!

Per s. Antonio con la barba bianca, se non ha imbiancato, sbianca!

Vecchio detto popolare marchigiano!

Prendere un pezzo di massa di pane lievitato, fare tante pallottoline grosse come un uovo e schiacciare a forma di crescia, o cresciola o frittella come si chiama da noi. Friggere in olio, spolverare di zucchero o di sale come piaceva a mio padre. Le frittelle di s.Antonio dolce povero e tradizionale per questa festa quando un tempo arrivava “lu vecchió” una persona mascherata di brutto, che portava regali ai bimbi!

Dove sei finito tempo semplice e meraviglioso?

Buona vita, buone frittelle di s. Antonio abate!

PASQUA 2018

Piatti del giorno di Pasqua sono più o meno sempre quelli della nostra tradizione maceratese. A colazione la pizza o crescia dolce al profumo di arancia e canditi per chi li preferisce, le ciambelle strozzose, i calcioni o caciú di formaggio pecorino, salami e ciauscoli, pecorino fresco e la pizza o crescia di formaggio. Per il pranzo, l’antipasto con la coratella pasticciato con le uova e la mentuccia, la frittata con la mentuccia, parmigiano reggiano e pecorino preparata con una grande quantità di uova, più o meno 30/ 40, perché servirà anche per la cena e la scampagnata del giorno di Pasquetta. Non mancano i salumi e del buon vino. I primi piatti sono sempre due, la minestra “ndorata”, una specie di stracciatella con anche fette di pane tutto in un buon brodo di gallina, i vincisgrassi o i cannelloni di ricotta o di carne. I secondi agnello e patate arrosto, costolette di agnello fritte ed il maialino in porchetta oppure il coniglio fritto. Verdure amare, insalata mista. Per dolce la stessa pizza o crescia dolce e le ciambelle strozzose, la frutta ed il caffè con l’ ammazza caffè, mistrà Varnelli, amaro o il limoncello. Poi? Poi, cari miei, per smaltire, se ce la si fa, qualche chilometro a piedi! Questi i nostri piatti di questa s. Pasqua

Li càciú co’ la faetta

C’era una volta via della Pace con le sue case alte e strette a più piani. Una stanza o due, una sopra l’altra, sotto la cucina, con la saletta adiacente, o un piccolo laboratorio artigianale, un piano più su, la camera da letto matrimoniale ed una più piccola per i figli o un piccolo bagno senza vasca né doccia, l’essenziale per i propri bisogni, ancora un piano più su, un’altra cameretta o la soffitta.

In via della Pace, c’era pure l’asilo con la bellissima stufa rossa di terracotta, gestito dalle monache, suor Giuditta e suor Cornelia.

In via della Pace, il viale alberato di tigli profumati, regalava ombra nelle calde ed assolate giornate estive.

In via della Pace, il primo ed il due di novembre, si spandeva l’odore dei “caciù co la faétta”, che “Dilina di Luchètta”, la lattarola di quella zona popolosa, preparava con le sue preziose mani, nella sua cucina un piano sopra la sua piccola bottega, dove c’era il profumo di latte appena munto.

La sua ricetta era segreta, ma tutte le massaie li sapevano fare i “caciù co la faétta”. Ognuna con il suo segreto e la sua passione regalava dolcezza ed amore ai propri cari.

Noi non la conosciamo la ricetta di “Dilina di Luchètta”, ma abbiamo la nostra che invece è alla portata di tutti.

Noi la raccontiamo così.

Una sfoglia sottilissima di farina, olio e vino bianco ed un pizzico di sale o con un uovo e due albumi, mezzo bicchiere di olio, sale e farina quanto basta per ottenere un impasto morbido da far riposare, un ripieno di fave secche ammollate, cotte e addolcite, profumate di buccia di limone ed di mistrà magari fatto in casa. Così preparati vengono fritti e spolverati di zucchero semolato.

I ripieni possono essere diversi, di patate con cacao, cannella, zucchero, limone e mistrà, di ceci, zucchero, uvette, noci e cacao. Tutto profumato ed ammorbidito dal vino cotto o rum.

Ci vogliono pazienza e tempo, per la preparazione dei “caciù co la faétta”, ma vale la pena conoscere e gustare un dolce tanto buono quanto antico.

Noi ci proviamo a non far perdere nell’oblio, sapori, profumi e tradizioni del nostro piccolo paese. Ci serviranno per continuare a vivere con più serenità.

Ora più che mai.

Prepariamo tutti gli ingredienti che ci vogliono.

Per il ripieno

Mezzo chilo di fave secche messe in ammollo per una notte e lessate anche in pentola a pressione, se decorticate si evita l’ammollo

Alcune foglie di alloro

Zucchero a nostro gusto

Buccia di limone o cannella o cacao amaro

Mistrà o rum qb

Sale

Per la sfoglia

Mezzo chilo di farina 00

Sale un pizzico

Tre cucchiai di zucchero

Tre cucchiai di olio extravergine d’oliva

Una spruzzata di mistrà o rum

Vino bianco tre cucchiai

Acqua quanto basta per ottenere un impasto tipo le tagliatelle

Seconda ricetta per la sfoglia con le uova

Mezzo chilo di farina 00

Un uovo e due a albumi

oppure due uova intere ed un albume

Tre cucchiai di olio extravergine d’oliva

Tre cucchiai di vino bianco

Una spruzzata di mistrà o rum

Sale qb

Acqua quanto basta per ottenere un impasto tipo le tagliatelle

Olio di arachidi per friggere

Variante con le patate o i ceci, stesse dosi delle fave secche

Ripieno delle patate uguale a quello delle fave, per i ceci che passeremo al passaverdura, non frullati ad immersione, zucchero, uvette, noci e cacao amaro.

Preparazione

Passiamo al passaverdura le fave lessate con foglie di alloro e un pizzico di sale, non frulliamo ad immersione perché ci troveremmo una purea collosa, uniamo gli ingredienti mescoliamo bene per amalgamare.

Impastiamo la farina e tutti gli ingredienti, l’impasto deve essere come quello delle tagliatelle. Lasciamo riposare per un’ora. Tiriamo la sfoglia sottile con la macchinetta e tagliamo i calcioni, mettiamo al centro un po’ del composto, tagliamo con la rotella dentellata e chiudiamo a mezza luna. Friggiamo in olio profondo per pochissimi minuti. Mettiamoli a perdere l’olio sopra carta assorbente, spolveriamo di zucchero e gustiamoli con un buon vino cotto maceratese.

Buona vita e buoni caciú co’ la faetta. ❤️

“Carnevale, bon compagno, possi vinì’ tre vorde l’anno!”

Carnevale Petriolese

Carnevale Petriolese

“È questa enfatica espressione che dice come e quanto sia desiderato il Carnevale dai nostri padri. Non perché essi fossero dediti al passatempo e alla pazza gioia, ma in opposizione a quella loro vita morigerata e di lavoro per cui i nostri avi non conoscevano divertimenti se non in tempi determinati”.

“Il Carnevale offriva al nostro popolo di sbizzarrirsi un poco in festini e balli, in mascherate, in ghiottonerie .. avevano grande parte gli “scroccafusi”, le “frittelle”, le “sfrappe”, le “castagnole”.

“Nella piazza maggiore del paese, ove si radunava il popolo, suolevasi erigere un palco. La brigata in maschera appariva e faceva baccano indicibile, portando un’onda di chiassosa allegria; tanta da non far sentire talvolta il gelido vento che soffiava e sferzava il viso. Molti ridicoli, gesti esagerati e burloni, strumenti musicali grossolani adatti solo a far rumore, muovevano le risa del popolo presente.

Sul palco avveniva l’ultima mangiata di maccheroni, che offrivano anche al morituro Carnevale, e che tenevano (questo avveniva a Petriolo), tanto per far senso sugli spettatori, in vasi per uso facilmente immaginabile.”

tratto da Carnevale, Costumanze Marchigiane, 2° raccolta, Macerata luglio 1947, Giovanni Ginobili

Carnevale Petriolese

Carnevale Petriolese

Ciammellottu de musto ed anici. Il ciambellone o le ciambelline con il mosto ed anici.

Ciammèlla de musto, la lievitazione Ciammèlla de musto, la lievitazione

Ingredienti:
1,2 kg di farina 00
250 gr di zucchero
125 gr di olio
2 uova e mezza
anici a piacere
scorza del limone
mosto a seconda di quello che prende l’impasto
6 bustine di lievito di birra mastrofornaio o 75 gr di lievito fresco

Procedimento:

in una larga scodella versare più della metà della farina occorrente, praticare al centro una fontanella e mettervi il lievito di birra, se fresco scioglierlo con un po’ di mosto intiepidito, altrimenti se secco da solo aggiungendo il mosto e un cucchiaino di zucchero per ottenere un composto morbido e coprirlo con un po’ di farina. Coprire la ciotola con la pellicola e un canovaccio e sistemarlo nel forno caldo portato a 50° e spento. Lasciarlo quasi per un paio d’ore fino a che non si vede che il lievito risulti gonfiato. A questo punto procedere a lavorare l’impasto aggiungendo la farina rimasta, l’intero quantitativo di zucchero, il mosto che deve essere ben caldo (la quantità giusta dipende dal composto), i semi di anice, le uova sbattute e lavorare fino ad incordare tenendo sempre l’impasto molto morbido. Quando comincia ad incordare unire a poco a poco l’olio facendolo assorbire lentamente continuando a lavorare fino ad ottenere un composto morbido e liscio. Formare poi i filoni (forse ce ne verranno 4) e disporli sopra la carta forno, sulla lastra a due a due, coprirli con un canovaccio e metterli in forno spento ma con la luce accesa. Questa lievitazione può durare per più ore e ogni tanto bisogna controllarli fino a che raddoppiano. Ora bisogna tirarli fuori e tenerli ben coperti intanto che si porterà il forno a 160° e appena raggiunta la temperatura lucidare i filoni con un po’ di acqua e latte e infornarli per quasi un’ora o anche più. Controllare la cottura che deve essere bella uniforme e bruna. Se si vuole il giorno dopo si possono tagliare a fette e biscottarli.

  Con lo stesso procedimento, si possono fare le ciambelline. Si deve avere l’accortezza, di far cuocere meno del tempo del ciambellone. Saranno pronte, appena si presentaranno dorate.